
DAGOREPORT - LA CACCIA GROSSA AL LEONE DI TRIESTE INIZIA COL CDA DEL 24 APRILE MA SI CONCLUDERÀ A…
1. JOAN BAEZ IN ITALIA
Ernesto Assante per “la Repubblica”
Roma, Palasport, 1971, concerto di Joan Baez. Un ragazzo dalle gradinate salta giù in platea per conquistare un posto migliore, ma gli inservienti lo bloccano e lo portano via. Joan Baez vede tutto e si ferma: non riprenderà il concerto fino a quando non riporteranno dentro il ragazzo, cosa che avviene pochi minuti dopo, tra gli applausi del pubblico.
Così era Joan Baez, e così è ancora oggi: 74 anni compiuti pochi giorni fa, voce ancora limpida e cristallina, vivace e appassionata com’era quando, poco più che ventenne, cantava assieme a Bob Dylan alla grande marcia per i diritti civili del 1963, quando Martin Luther King pronunciò il suo leggendario “I have a dream”.
O come quando, nel dicembre del 1972, nel pieno della guerra, andò in Vietnam e rimase per due settimane in una Hanoi dove esplodevano le bombe lanciate dagli aerei americani. «NO, la voce non è più la stessa », dice lei, «ma la passione sì. Non credo di essere molto cambiata negli anni».
BOB DYLAN E JOAN BAEZ ALL AEROPORTO DI NEWARK
L’ultimo concerto in Italia fu tre anni fa, e adesso ritorna per quattro date dal 7 al 12 marzo, a Bologna, Udine, Roma e Milano, ma ogni volta è un po’ come «tornare a casa»: «Ho davvero un rapporto speciale con l’Italia. Mi sono innamorata del vostro paese la prima volta che sono venuta, negli anni Sessanta: ero giovanissima ed era impossibile non restare affascinati dal posto, dalla gente».
Del resto nel suo repertorio ci sono anche bellissime canzoni italiane...
«Sì, ad alcune sono molto legata. Furio Colombo mi fece ascoltare C’era un ragazzo... e Un mondo d’amore: mi piacquero subito, avevano grandi significati, mi è sempre piaciuto cantarle. Invece per Here’s to you fu diverso: Morricone mi chiamò per la colonna sonora del film Sacco e Vanzetti.
Arrivai in studio con Furio: mi dissero di cantare la ballata e lo feci. Pensavo di avere finito quando Morricone mi chiese di cantare la canzone del tema. Dovevo scrivere il testo e lo feci, poche semplici parole, che mi sembrava potessero essere allo stesso tempo in sintonia con la musica e un omaggio a Sacco e Vanzetti. Fu una bellissima esperienza e sono contenta che la canzone ancora oggi sia molto amata dal pubblico».
JOAN BAEZ alla marcia da selma a montgomery di martin luther king jr 2
Com’è cambiato in questi anni il suo rapporto con la musica?
«Non è cambiato, è la mia vita non solo il mio lavoro, non sarei me stessa senza la musica. Ma sono passata attraverso molte fasi, all’inizio amavo andare in scena da sola con la chitarra, poi la musica si è fatta via via più complessa e ricca. Nel nuovo show con me ci sono un percussionista e la mia assistente che però è anche una bravissima cantante. E un polistrumentista che suona sette strumenti diversi. Sul palco accadono molte cose».
Non le interessa la tecnologia?
«Al contrario, trovo che il progresso tecnologico sia fondamentale, che le giovani generazioni debbano imparare a usare i nuovi strumenti con attenzione. Ma la dimensione umana non può essere svalutata o messa da parte, specialmente quando si tratta di musica».
Lei usa tablet, smartphone...
«Ho letto un’intervista a un neuroscienziato che diceva che tutta questa faccenda del multitasking non è fatta davvero per noi essere umani. È molto difficile fare anche solo due cose contemporaneamente, non ci riesce quasi nessuno, forse solo i piloti d’aereo. Per gli altri è solo distrazione, dividiamo attenzione e energie e le disperdiamo.
Quindi incoraggio la gente a mettere giù il cellulare anche per pochi minuti e fare magari una passeggiata rendendosi irreperibili. Ho provato a farlo con mia nipote, per lei è stato una sorta di shock culturale, ma credo le abbia fatto bene».
La sua vita è stata caratterizzata dal coraggio.
«Quando fai una cosa che pensi sia importante non ti senti particolarmente coraggioso, la fai e basta. Sono cresciuta pensando che l’unico modo per cambiare sia prendersi qualche rischio. Ora tocca ai ragazzi: loro dovranno scegliere di prendersi qualche rischio per cambiare».
Cosa la spinge ancora a cantare?
«Potrei dire semplicemente che non ne posso fare a meno, ma è un mistero anche per me. Non scelgo le canzoni che canto. Lo so che suona stupido, ma sono loro a cercare me, atterrano in qualche posto del mio cuore. Di certo è ancora valida la combinazione musica/politica, è quella in cui mi sento più a mio agio e che mi spinge ad andare avanti».
Perché oggi è più difficile sentire canzoni che abbiano temi sociali e politici?
«Perché la politica è dispersiva. Negli anni 60 avevamo un obiettivo chiaro e condiviso che era quello dell’opposizione alla guerra in Vietnam, adesso di obiettivi ce ne sono moltissimi, scrivere canzoni che possano parlare a tutti è molto più complicato».
Alcune canzoni di ieri parlano ancora al pubblico di oggi. James Taylor pochi giorni fa era con John Kerry a cantare You’ve got a friend come messaggio dell’America alla Francia colpita dal terrorismo.
«Bellissimo: Francia e America unite da una canzone. Il mio paese è un miscuglio di cose diverse, bellissime e terribili, ma credo che il gesto di Kerry, l’aver ammesso che non essere andati a Parigi il giorno della manifestazione dei capi di Stato è stato un errore, non sia così usuale per la politica di oggi. I politici, specialmente in America, preferiscono mentire».
Qual è la sua canzone preferita?
«Difficile rispondere, cambia ogni giorno. Come tutti, canto sotto la doccia, è quella la canzone che ti porti dentro. La verità è che amo tutto quello che ho cantato: ogni canzone è stata scelta per un motivo, ognuna è stata importante».
Quindi in concerto cosa ascolteremo?
«Oh, davvero molto. Ho 55 anni di repertorio a disposizione! Ci saranno i miei classici, ma non mi basta confermare le certezze del pubblico. E poi ci sono le cose che il pubblico italiano vuole sentire. Soprattutto le mie storie: parlo ancora tanto durante i concerti e quando sono in Italia mi piace farlo in italiano, per avere un rapporto più diretto con chi mi ascolta».
La canzone può ancora cambiare il mondo?
«La musica cambia la vita di chi la ascolta e la rende più ricca, un risultato non piccolo, le pare? » .
2. JOAN BAEZ TORNA IN ITALIA. A MARZO A BOLOGNA, UDINE, ROMA E MILANO
Alessandra Farkas per http://america24.com/
Joan Baez torna in Italia. A distanza di tre anni dalla sua ultima esibizione nel nostro Paese, la leggendaria cantautrice americana sarà impegnata in una tournée europea che, oltre a Spagna e Portogallo, la farà approdare nel Bel Paese a marzo. Quattro le tappe del suo tour riservate all'Italia: il 7 marzo all’Auditorium Manzoni di Bologna, l'8 marzo al Teatro Nuovo Giovanni da Udine di Udine, il 10 marzo al Santa Cecilia di Roma e il 12 marzo all’Arcimboldi di Milano.
Dopo oltre 50 anni di carriera e innumerevoli motivi che hanno spaziato dal folk al rock e dal pop al country e gospel (classici intramontabili come Diamonds & Rust, There But for Fortune, Love Is Just a Four-Letter Word, Farewell Angelina ma anche C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, il brano di Gianni Morandi che proprio lei fece conoscere al mondo) la Baez continua a far notizia. Nel 2010 le è stato conferito l’Ordine delle Arti e delle lettere di Spagna mentre nel 2011 in Francia è stata insignita della Legion d’Onore, il più grande riconoscimento dello stato francese. Nel 2012 Amnesty International l’ha premiata per il suo apporto alla lotta per i diritti civili.
Inimitabile, universale, dal timbro vocale definito “unico” e “sublime” dai critici, la Baez ha trasceso culture, religioni ed etnie per infiammare gli animi di milioni di giovani che dalle manifestazioni anti-Vietnam degli anni '60 ai sit-in di Occupy Wall Street, nel 2011, hanno marciato per un futuro migliore, sulla scia del suo «We Shall Overcome», ancora oggi l'inno di tutti gli oppressi della Terra di recente riproposto da Selma, il film di Ava DuVernay nominato all'Oscar.
Nata il 9 gennaio 1941 a New York, la Baez ha esordito 17enne al festival Folk di Newport, nel 1958. Nel 1963 ha scoperto e lanciato Bob Dylan, mentre sei anni dopo si è esibita al festival di Woodstock, guadagnandosi il soprannome di "Usignolo di Woodstock". Da allora è un'icona del pacifismo e della lotta per i diritti civili di gay, immigranti e perseguitati politici; una voce contro tutte le guerre, dal Vietnam in poi, contro la povertà, la pena capitale e le catastrofi ecologiche.
“L'attivismo ed io siamo la stessa cosa”, mi ha spiegato la Baez durante la nostra ultima intervista, durante la quale ha paragonato il conflitto del Vietnam alle nuove e più recenti guerre americane. “I soldati oggi sono ancora una volta giovanissimi e poveri”, aveva spiegato, “Gente senza titolo di studio che si è arruolata nell'esercito solo per pagarsi l'università. Anche ora, come in Vietnam, vanno a combattere in Paesi che non conoscono e in guerre che gli esplodono in faccia. La cosa molto peggiore, oggi, è che nessuno li vede e li sente parlare, nessuno vede i morti e i feriti dilaniati dalle bombe”.
ennio morricone con la moglie maria
La sua empatia per i perseguitati e i reietti viene da lontano. «Nel '51, quando avevo dieci anni, la mia famiglia si trasferì a Bagdad, dove mio padre lavorava all'università. Non fu un periodo felice. Conobbi per la prima volta la povertà e la fame. Mi ammalai d'epatite e mamma dovette togliermi dall'ospedale perché troppo sporco. Dall'altra parte della staccionata la gente viveva in tuguri di fango. Di notte il cielo era sempre arancione, rosa e rosso, squarciato da stormi d'uccelli. Fu a Baghdad che lessi "Il diario di Anna Frank", il libro che aprì i miei occhi alle ingiustizie».
Le avevo chiesto se ha mai pensato di collaborare ancora con Dylan. «No. Non m'interessa”, fu la sua risposta”, “Bob è un partner di lavoro troppo difficile. Non è stata una relazione facile la nostra e non ho ricordi felici di allora. Io non usavo droghe e mi sentivo sempre fuori dal suo mondo. I nostri rapporti interpersonali finirono per diventare un disastro di incomunicabilità, anche se non ho rimpianti e oggi ho superato l'amarezza. Essere legata per sempre a Bob Dylan è un onore, perché lui ha creato la migliore musica degli anni '60».
la marcia da selma a montgomery di martin luther king jr 6
Eppure nel documentario di Martin Scorsese, No Direction Home, la Baez parla con rancore del modo ingrato con cui Dylan l'aveva scaricata, dopo essere stato scoperto e lanciato da lei. «Non ho né rimpianti né recriminazioni”, aveva insistito lei durante la nostra intervista, “Perché dentro di me sento d'essere stata la madre di un'intera generazione. E soprattutto di Bob Dylan, che considero un figlio assai speciale. Un figlio diverso».
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