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Barbara Palombelli per "Il Foglio"
Avrebbe compiuto 75 anni il 14 settembre. Donatella, la sua amica più cara, ha festeggiato comunque il suo compleanno. In silenzio, sta preparando "il trasloco". Lo dice sorridendo, "Franco, il Maestro, avrebbe voluto coccole e allegria accanto alla sua tomba". Franco Califano non pensava alla morte, non immaginava di andarsene pochi giorni dopo il suo ultimo concerto al teatro Sistina, il 30 marzo di quest'anno. Eppure, aveva espresso il desiderio di finire insieme a suo fratello Guido e a suo nipote Fabrizio, sepolti ad Ardea (a pochi chilometri da Roma).
Il sindaco lo sta "ospitando" in un loculo in attesa che sia ultimata una tomba a terra per tutta la famiglia del Califfo. I marmisti stanno completando l'opera. Se tutto andrà liscio, fra pochi giorni, si potrà finalmente dare pace alle spoglie del cantautore. C'è un pellegrinaggio costante: romani e non romani vanno a salutare il loro eroe. Ha scritto canzoni mitiche, ha cantato fino all'ultimo anche con un filo di voce.
Non era forse neppure così "de Roma": era nato a Tripoli per un atterraggio d'emergenza mentre la madre aveva le doglie. Nella costruzione del personaggio - due arresti per droga e una lunga detenzione non hanno scalfito mai la sua popolarità , anzi - deve aver funzionato la sua disarmante sincerità . Andava a parlare all'università e contava le sue donne, incantando gli studenti con numeri da circo: "Saranno state 1.500, 1.700".
Ammaliava anche i suoi critici: il festival del cinema di Roma dedicò una proiezione speciale al documentario sulla sua vita, con applausi scroscianti. Nei suoi teatri, entrava in scena borbottando, svociato, timido e il pubblico impazziva. Fiorello lo ha giustamente esaltato, Giuseppe Cruciani ha da anni come sigla iniziale del programma cult la "Zanzara" il leggendario "Tutto il resto è noia".
Il Califfo era così: in società si annoiava, si divertiva di più dal benzinaio che accarezzava la sua Jaguar o con due amici veri nella casetta di Acilia. Soldi, pochissimi sempre. Come fosse ricchissimo, non dava importanza al denaro: quando finivano, organizzava un concerto. Un'anima semplice? Certamente no. Complicato e indifeso, usava un finto cinismo per scandalizzare i benpensanti.
Aveva ancora tanti sogni e tanti progetti. La prigione lo aveva comunque segnato: aveva scritto una sceneggiatura esilarante e disperata, che gli somigliava molto. "Natale a Rebibbia" doveva essere un cinepanettone ambientato in carcere. Tragedie e scherzi, battute e gag fra detenuti e secondini. Avrebbe voluto come sponsor l'unico politico che frequenta da innocente le patrie galere, Marco Pannella. E voleva convincermi a recitare la parte della direttrice di Rebibbia. Naturalmente, gli avevo detto sì.
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