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LA CANNES DEI GIUSTI – “GENTLE MONSTER”, COPRODUZIONE FRANCO-AUSTRO-TEDESCA DIRETTA DALLA MARIE KREUTZER DI “IL CORSETTO DELL’IMPERATRICE”, È PIUTTOSTO INTELLIGENTE E LÈA SEYDOUX È BRAVISSIMA. CERTO. MA NON POSSIAMO NON NOTARE CHE ANCHE QUESTA EDIZIONE DI CANNES RIPROPONE UN PO’ IL CLICHÉ DELLA FINE DEL DOMINIO MASCHILE, DELLA TOSSICITÀ DEL MASCHIO. CHE VOGLIAMO FARE, RAGAZZE? DICIAMO CHE L’ABBIAMO CAPITO – PRESENTATO IERI NOTTE IN CONCORSO, NON HA CONVINTO GRANCHÉ IL PUBBLICO DEI CRITICI...

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Cannes 2026. Gentle Monster

Marco Giusti per Dagospia

 

lea seydoux

“C’è una sola cosa che possa capitare a una donna artista peggiore di fare figli, andare a vivere in campagna. E’ la battuta migliore che sentiamo, detta con ironia da Catherine Deneuve alla figlia artista pianista Léa Seydoux in un film che tratta un tempo decisamente pesante, “Gentle Monster”, coproduzione franco-austro-tedesca diretta dalla Marie Kreutzer di “Il corsetto dell’imperatrice”, presentato ieri notte in concorso, ma che non ha convinto granché il pubblico dei critici.

 

lea seydoux gentle monster.

Nel film, Lucy, Léa Seydoux, non solo è un’artista donna con figlio, il piccolo Johnny di Malo Blanchett che suona al piano delle celebre cover rock di autori maschi che lei smonta in maniera violenta, da “Freedom” di George Michael a “Boys Don’t Cry” dei The Cure. Non solo abita in campagna, vicino a Monaco. Ma ha un problema più grave.

 

Un marito, Philip, Laurence Rupp, che vediamo sventolare il batacchio nelle prime scene per farci vedere quanto giochi sulla sua sessualità esibita, regista televisivo un po’ fallito che soffre senza farlo vedere il successo della moglie, che si scopre ben presto pedofilo. Questa scoperta fa crollare il mondo di Lucy, che ama il figlio e teme che sia stato traumatizzato, e ama il marito, come vediamo dalle prime scene. Ma non siamo di fronte al solito social drama di Netflix con marito bastardo.

 

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Siamo, come dimostra il personaggio un po’ ridicolo della poliziotta, Jella Haase, che indaga su Philip che ha un padre vecchio e rattuso che palpa la badante, in un altro film di regista femminista che indaga sulla mascolinità tossica e da dove venga.

 

Anche se in maniera meno banale da come l’ho presentata, perché nel personaggio di Léa Seydoux non c’è solo un rifiuto del marito e di quel che rappresenta, c’è un lavoro che lei fa sulla scrittura musicale maschile che lei smonta rimanendone affascinata, il cuore del film, come accade dai tempi di “Anatomia di una caduta”, è tutto legato alla crisi della borghesia europea franco-tedesca e dell’idea di superiorità del maschio.

 

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Come il maschio che cade per sua volontà o per spinta della donna nel film di Justine Triet, qui il maschio è messo in crisi dallo sguardo della donna che ne coglie la fragilità fino alla debolezza che apre al crimine sessuale. Il film è piuttosto intelligente e Lèa Seydoux è bravissima. Certo. Ma non possiamo non notare che anche questa edizione di Cannes ripropone un po’ il cliché della fine del dominio maschile, della tossicità del maschio. Che vogliamo fare, ragazze? Diciamo che l’abbiamo capito. 

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