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Marco Giusti per Dagospia
Nina di Elisa Fuksas.
Ricordate quei film italiani anni '70, un po' presuntuosi, dove seguivi un personaggio in giro per Roma sul modello dei film di Antonioni e non accadeva nulla, ma proprio nulla a parte qualche bella inquadratura e dei dialoghi alla Tonino Guerra? Ecco, "Nina", il primo film da regista di Elisa Fuksas, regista e architetto come si legge nel suo blog sull'Huffington Post Italia, che apre con l'inquadratura dell'ombelico della protagonista e prosegue con un dialogo del tipo "Hai la voce un po' chiusa oggi"- "Sì, ho dormito poco", è proprio così.
Magari la neoregista, aiutata nella sceneggiatura da Valia Santella, già scoperta morettina, cercava di trasportare all'Eur la Los Angeles di "Somewhere" di Sofia Coppola, ma il risultato è un po' meno glam e, purtroppo, all'Eur non c'è nessun hotel come lo Chateau Marmont.
E' agosto, siamo nella Roma dell'Eur resa celebre da Antonioni e da Fellini, e seguiamo una bella ragazza, Diane Fleri, che si divide tra passeggiate col cane, jogging mattutino, gelato al baretto, assurdi dialoghi col suo maestro di haiku, Ernesto Mahieux nella peggior recitazione della sua vita, una specie di lavoro come insegnante di canto, cerca anche di insegnare a cantare alla stonatissina Marina Rocco, dei dialoghi con un ragazzino rompicoglioni che non la smette di giocare a pallone in terrazzo, una casa dove vive da sola in mezzo a troppi animali, forse una possibile storia d'amore con Luca Marinelli, quello di "La solitudine dei numeri primi", specializzato in ruoli di ascoltatore di ragazze con problemi.
A un certo punto Diane Fleri si mette la maschera da orso, oggetto di culto della sua regista, e gira per i portici dell'Eur mostrandoci le stesse inquadrature dell'Eur dello spot Bulgari diretto da Matteo Garrone con Eric Bana (che non sia un caso?). Poi casca casualmente, ops, vicino alla Nuvola, celebre progetto di papà Fuksas che sta prendendo forma all'Eur.
Questo magari spiega perché ha girato il film lì. Ma non accade nulla, lei non prende decisioni sulla propria vita e si lascia scorrere addosso la realtà . E' così. Qualche bella inquadratura, bei set all'Eur, con l'ente Eur che ci mette la sponsorizzazione (ovvio), il Ministero che ci mette il contributo statale (ci mancherebbe), Fandango la supervisione (ti pare che no), Moretti la Santella, poi il giro dei festival internazionali, Tokyo e Barcellona, Tutto questo però non fa né un film né un'idea di cinema.
E neanche un cortometraggio. Magari spiega però il lamento della neoregista sull'"Huffington Post": "Praticamente tutti quelli che conosco che fanno lavori legati al Cinema sono infelici. Nessuno è contento". Insomma, qualcuno ti produce il film che volevi fare, ci mette soldi e tempo, ma tu rimani infelice.
E' la vita, ragazzi. Ci rimarranno a lungo impressi Ernesto Mahieux che fa la lezione di haiku in napoletano. Il cane problematico. Il criceto. E, ovviamente, la maschera da orso che forse nasconde la tristezza metropolitana di una generazione che col cinema vuole esprimere qualcosa. Magari solo il fatto che ha dormito poco. In sala dal 18 aprile.
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