aldo grasso cara televisione

IL CRITICO TELEVISIVO, UN MESTIERE USURANTE – LO SFOGO  DELL'ALDISSIMO GRASSO NEL SUO NUOVO LIBRO: “SALVO RARI ED ENCOMIABILI CASI DI BUONA EDUCAZIONE, I TELEVISIVI SFIORATI DA UN GIUDIZIO APPENA CRITICO METTONO IN ATTO OMINOSE RITORSIONI, CHE VANNO DALLA MINACCIA ALLA QUERELA. O, PIÙ SEMPLICEMENTE, ALL’INSULTO: È UN FRUSTRATO, NON CAPISCE NIENTE, È UN INVIDIOSO" - "GLI AUTORI, GLI ATTORI, I PRESENTATORI HANNO UNA ALTISSIMA CONSIDERAZIONE DI SÉ STESSI E DEL LORO LAVORO E SI MERAVIGLIANO CHE LA MEDESIMA AMMIRAZIONE NON SIA CONDIVISA DA ALTRI. CONFONDONO SPESSO LE LORO BUONE INTENZIONI (NESSUNO DUBITA CHE FOSSERO INTENZIONATI A CREARE UN CAPOLAVORO) CON I RISULTATI” – “PERSINO IL PIÙ SPROVVEDUTO DEI CONDUTTORI, QUANDO VIENE SOPPESATO, SI SENTE IN DOVERE DI USARE L’ETERE PER SVILLANEGGIARE IL CRITICO…”

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Estratto da “Cara televisione. Una storia d’amore e altri sentimenti”, di Aldo Grasso, ed. Raffaello Cortina

 

IL PORCELLO, VENUTO NEL MORIR LA STATE ALLE QUERCI

 

«Il porcello, venuto nel morir la state alle querci,

ALDO GRASSO - CARA TELEVISIONE

appié la reina loro v’incontrò un boleto tutto ritto e scarlatto:

perlocché accostati a quella invereconda porpora

i due buchi del grifogli bofonchiò a livello: “Io vo a tartufi”.

Questa favola ne ammonisce: che ad esercitare la critica,

il buon critico deve prendere esempio dal porcello».

Carlo Emilio Gadda, Il primo libro delle favole

 

Se un giorno avessi dovuto parlare di me, del mio lavoro, mi ero ripromesso di usare questa citazione: «Le date della mia vita pubblica non sono importanti. Quelle della mia vita privata lo sono solamente per me. Della mia evoluzione non posso raccontare altro se non che è avvenuta. La mia cultura è fatta in massima parte di lacune».

 

L’avevo trascritta in uno di quei taccuini che da più di trent’anni uso ogni sera, per prendere appunti davanti a un televisore. La sentivo così mia che ho tralasciato l’autore. Ora non la trovo su Internet, ma spero che alla fine di questo lavoro il legittimo proprietario salti fuori.

 

Per la prima volta, cedo alla tentazione di descrivere un po’ questo strano lavoro: il critico televisivo. Che è un apolide, un reietto, un intruso non riconosciuto dagli Altri Critici (quelli che si occupano di arti nobili, giù giù fino al cinema) e non amato dai diretti interessati, abituati a essere vezzeggiati e coccolati dalla “carta stampata”, di solito intimidita nei confronti di un mezzo che con prepotenza ha occupato la scena mediale.

 

Questa soggezione nasce fin dalle origini. Forse sarebbe più giusto parlare di smarrimento. I primi passi della televisione, siamo nel 1954, furono accompagnati da sentimenti di sospetto e diffidenza da parte di molti cronisti. Non si poteva ignorarla, ma come parlarne?

 

aldo grasso

I direttori dei giornali pensarono che, in assenza di competenza, fosse più urgente insistere sul “punto di vista” del recensore ed è così che, per almeno un decennio (dal finire degli anni Cinquanta fino ai tardi anni Sessanta) furono molti gli scrittori, i poeti e i letterati a cui venne affidata una rubrica di critica televisiva, su stampa quotidiana e riviste settimanali: Achille Campanile, Gaio Fratini, Alfonso Gatto, Giovannino Guareschi, Luciano Bianciardi, Gabriele Baldini. E poi Alberto Bevilacqua, Oreste Del Buono, Giuliano Gramigna, Sergio Saviane, Ugo Buzzolan (prima autore televisivo e poi “relegato” alla critica, secondo leggenda, dopo un dissidio con l’allora direttore de “La Stampa” Giulio De Benedetti). 

 

È una “nobile” tradizione che culmina con Beniamino Placido a “Repubblica” ed Edmondo Berselli a “L’Espresso”. Insomma, la critica televisiva si è sempre portata dietro questa “tara letteraria”, quasi venata di una tristezza malinconica: che tempi, signora mia!

Beniamino Placido

 

Qualcuno ha risolto brillantemente il compito con esercizi di scrittura, qualcuno ha usato la televisione per vertiginose e divertite riflessioni sulla vita, qualcun altro ancora l’ha vissuta come specchio della politica italiana. Personalmente, sono stato mosso da un’aspirazione dominante: scrivere di televisione per “parlare” di televisione, limitando all’essenziale le digressioni.

 

Nel momento in cui scrivo, sono 36 anni che ogni sera guardo la televisione, che ogni mattina redigo una rubrica di critica, che ogni giorno mi confronto con Lei (le devo almeno la maiuscola). Una follia, forse, di cui però non mi pento. Ho avuto la fortuna, quando ho cominciato a scrivere sul “Corriere della sera”, era il 1990 in occasione dei Campionati Mondiali di Calcio, di essere mosso da autentica passione: già da qualche anno la studiavo in Università, la insegnavo e cercavo anche di assicurarle una profondità storica, di scoprirne la funzione sociale.

 

La passione, che mai è venuta meno, e gli studi accademici mi hanno permesso di non soffrire di un complesso di inferiorità nei confronti dei protagonisti della televisione. Mi sono sempre confrontato alla pari non imponendo mai una mia “teoria e prassi” del mezzo, né un’ideologia, né una fede o un credo da difendere.

aldo grasso

 

Se ho combattuto qualche battaglia, l’ho fatto nel nome del buon gusto e contro il dilettantismo imperante (pare incredibile: uno dei fenomeni meno studiati è la sparizione del gusto, l’incapacità di buona parte del pubblico di saper distinguere all’impronta un programma ben confezionato da una imitazione mal riuscita).

 

Più volte sono stato tentato di scrivere senza guardare il programma, forse me la sarei cavata lo stesso, ma non sono riuscito a non guardarlo, per una sorta di educazione sabauda, per un ingombrante senso del dovere. Pur essendo cosciente che uno spettatore di professione è in primo luogo chi sa quali programmi non guardare.

 

A Beniamino Placido ho sempre invidiato la capacità nel destreggiarsi su molti piani, cogliendo l’essenza di una varietà di esperienze e di temi: «La televisione presenta un mondo fatto di facce e di facciate, di immagini. Ti fa credere che è tutto lì. Ti fa dimenticare che dietro quelle facce, quelle facciate c'è un altro universo. Che lei, la televisione, non ha modo di esplorare».

 

Così, amava disseminare le sue recensioni di citazioni, di riferimenti, di divagazioni quasi volesse depistare il lettore, facendo finta di parlare d’altro, volendo sembrare interessato a cose apparentemente lontane dall’argomento affrontato.

edmondo berselli

 

A Edmondo Berselli ho invidiato la bravura nel travestirsi in un “adulto con riserva”: le discipline assimilate, i libri importanti, gli studi li ha sempre tenuti rigorosamente nascosti (la cultura, è stato detto, è quel che resta quando tutto è stato dimenticato), ma gli hanno permesso di entrare nel cuore della cultura popolare, di elevare a oggetto di studio ciò che credevamo superfluo, una riflessione senza barriere protettive.

 

La mia strada è sempre stata quella di non vivere la televisione come un puro pretesto ma un universo con cui confrontarsi, una “forma”, da studiare e giudicare come si fa con un libro, con un film.

 

aldo grasso

Non ho mai considerato la televisione come un manuale di conversazione, per questo ho fama di critico severo (nel migliore dei casi) o di “non riconciliato” (nel peggiore). Se dovessi farmi carico dei dissapori che mi porto dietro non scriverei più una sola riga: salvo rari ed encomiabili casi di buona educazione, i televisivi sfiorati da un giudizio appena critico, mettono in atto ominose ritorsioni, che vanno dalla minaccia alla querela.

O, più semplicemente, all’insulto: è un frustrato, non capisce niente, è un invidioso. Ma forse è il destino di tutti critici che fanno il loro lavoro con un minimo di scrupolo: gli autori, gli attori, i presentatori (per cavalleria, uso il maschile sovraesteso) hanno una altissima considerazione di sé stessi e del loro lavoro e si meravigliano che la medesima ammirazione non sia condivisa da altri.

 

Confondono spesso le loro buone intenzioni (nessuno dubita che fossero intenzionati a creare un capolavoro) con i risultati.

 

ACHILLE CAMPANILE

Ci si potrebbe difendere con l’ironia, ma è una delle più ardue figure retoriche. L’ironia, la satira, la dissimulazione in genere vivono di tempo: ai tempi sbagliati della vita oppongono i tempi giusti della risata.

 

L’ironia ha la leggerezza del sorriso, punge ma non ferisce, è l’ultima arma civile per combattere i dogmatismi, le millanterie, la pornografia dei buoni sentimenti. Tuttavia, è prodigiosa la pigrizia ad avvertire e apprezzare il discorso umoristico. Ma se l’ironia, la satira, il paradosso dovessero essere annunciati da un asterisco, da un’avvertenza perderebbero la loro perfida amabilità e, con essa, il piacere del “castigare sorridendo” (ora è tempo di meme, tutto diventa subito meme, ironia prescolare).

 

Così, non passa giorno che la permalosità offesa di qualche personaggio non si traduca in ingiuria, in intimidazione, in una minacciosa lettera di avvocati, in una telefonata querula al direttore o all’editore.

 

Antiche amicizie che avevano superato ben altre temperie si sgretolano per una schermaglia su un ospite inopportuno. Persino il più sprovveduto dei conduttori, quando viene soppesato, si sente in dovere di usare l’etere per svillaneggiare il critico.

 

La critica televisiva non ha mai goduto di buona reputazione, anche quando a firmarla c’erano intellettuali di ben altro spessore. Colpa forse della suscettibilità dei personaggi televisivi, del loro atteggiamento di superiorità e di sprezzo, per non parlare della commossa “solidarietà” da parte dei “colleghi” (quelli che si occupano di libri, di arti visive, di teatro, di cinema...) per un lavoro affondato «nella poltiglia stomachevole delle giornate tv» (come ebbe a dire un raffinato notista politico).

 

WALTER CHIARI

Sta di fatto che non di rado qualcuno usa il video per insolentire chi è di diverso parere.

 

Non è cosa nuova: «Non so se la televisione dia alla testa a quelli che appaiono sui teleschermi o se si crei in costoro una specie di psicopatia o di ipersensibilità morbosa. Ormai è diventato un fatto consueto polemizzare dal video con giornalisti che si occupano di televisione e addirittura servirsi della televisione per fatti personali».

 

Era il 1959 e Achille Campanile era stato insultato in video da Walter Chiari. Sull’«Europeo» lo scrittore argomentava: «L’attore, finché è sul palcoscenico, ha soltanto il diritto di recitare, male o, se gli riesce, bene. Se vuol replicare, lo faccia pure, ma in altra sede e perfino nello stesso giornale che lo ha attaccato o in un qualsiasi altro giornale; o, se preferisce, a bastonate per la strada o sfidandolo a duello o dando querela». E non c’era ancora Internet a creare altre viscide occasioni di replica, a favorire insolenze con la protezione dell’anonimato.

 

auguri natale secondo funari

Beniamino Placido, per rispondere agli insulti di Gianfranco Funari o di Vittorio Sgarbi, ragionava così: «Non è affatto vero che gli autori di cinema, di teatro, di televisione protestino sempre. Protestano soltanto in presenza di un giudizio critico totalmente o parzialmente negativo. Se il giudizio del critico cinematografico, teatrale o televisivo è invece positivo, non protestano affatto.

 

Anzi. Smettono addirittura di pensare quel che sempre pensano. E talvolta scrivono. Cioè che il critico è un autore mancato, un eunuco che contempla con invidia e giudica con malanimo, il loro fecondo atto creativo».

 

Ma lo scontro più sorprendente resta certamente quello fra Sergio Saviane e il Quartetto Cetra. Il Quartetto Cetra? Ma nei loro show, il tratto distintivo non era un insieme di classe, di professionalità, di ironia? Sì, è così. Ma questa è la sorprendente storia di uno scambio di scortesie.

 

Quando si pensa alle critiche di Saviane si pensa soprattutto ai rapporti che la televisione e la politica allora (allora?) intrecciavano. È stato infatti il primo a capire quanto la Rai fosse una sorta di appendice della politica e si è applicato con totale dedizione e inventiva linguistica a tracciare il più ridicolo bestiario della storia patria: urogalli, mezzibusti, velinari, piantoni della forbice, becchini «col risvolto umano».

 

Sergio Saviane

In realtà recensiva tutto, anche i quiz, i programmi di varietà, Renato Carosone, Paolo Panelli, Walter Chiari e altri. Nel maggio del 1962 sull’«Espresso», tra una recensione di Alberto Moravia su Jean Renoir e una di Sandro De Feo su Catherine Sauvage, esce quella sul Quartetto Cetra: «Da martedì 8 maggio sul secondo canale appaiono ogni settimana sorridenti e giulivi in una tuta con spalline, anche i componenti del Quartetto Cetra: Felice Chiusano, Lucia Mannucci, Virgilio Savona e Tata Giacobetti. Sono persone di mezz’età, uno ha la pancia ed è calvo, il più lungo è miope e porta gli occhiali, il loro compito è facile: devono raccontare la storia del quartetto alla televisione...

 

È giusto anzi che i Cetra abbiano la loro pubblicità sui teleschermi e guadagnino la loro parte di milioni. Tanto più che si tratta di uno spettacolo a puntate di poco impegno e di poca fatica in cui tutto lo sforzo si concentra in un breve riassunto in versi dei 20-22 anni di esistenza del Quartetto, (...) una trasmissione che fa venire le vertigini alle persone civili ma che secondo i dirigenti televisivi dovrebbe rappresentare tutto ciò che di meglio esiste oggi sulla piazza per ottenere il favore di un certo pubblico; uno show di divi della canzone con trovate di ripiego che la Rai-Tv tiene di riserva per riempire gli spazi vuoti della produzione o per buttare sul tavolo nei momenti di magra».

 

Quartetto Cetra

Il giudizio negativo sui Cetra appare un po’ ruvido; del resto, il loro repertorio non era certo nelle corde di Saviane. Come si sono vendicati i quattro? Con elegante perfidia. Nel 1964, nel corso di “Teatro 10” (prima edizione condotta da Lelio Luttazzi) mettono in scena una canzone, “La ballata del critico” di Savona e Giacobetti.

 

«Aveva studiato, poi s’era laureato e un noto quotidiano come critico lo aveva contrattato/per fargli guardare la televisione e fare di ogni trasmissione un’esauriente recensione / E allora lui con tanto scrupolo si impegnò».

 

 «Tutte le sere chiuso in casa, tutte le sere, tutte le sere guarda un programma di canzoni, guarda Bongiorno o la Vanoni, guarda il romanzo sceneggiato anche se non gli va/ Ora la sera non può uscire, mai con nessuno, mai con nessuno, deve vedere Tv7, Jonny Dorelli o Studio Uno e la Tribuna elettorale anche se non gli va».

 

«Ogni sera la sua ragazza non faceva che brontolar, brontolar ed invano gli amici gli dicevan: “Vieni con noi al bar” / Lui non poteva farci niente, era fremente, era furente e si doveva sorbettare i quattro Cetra o la Valente e s’incupiva lentamente essendo costretto a star rinchiuso a casa a criticar».

 

cristiano malgioglio

«Nei primi due mesi, con modi cortesi lui fece delle critiche giulive, moderate, comprensive ma dopo tre mesi con frasi scortesi cominciò a parlare male pure del telegiornale, poveretto proprio non ne poteva più».

 

«Tutte le sere chiuso in casa (idem)...

«E così inesorabilmente, lentamente lui deperì, deperì, e nessuno sapeva dire niente sul mal che lo colpì. /All’ospedale provinciale venne portato, ricoverato, ed il suo vice del giornale era allarmato, preoccupato. Dopo un consulto generale, questo il responso fu: era impazzito di tivù, tivù, tivù, tivù».

 

Insomma, con la complicità di Luttazzi, avevano dato finemente del matto al critico televisivo, senza neanche nominarlo. Demente, squilibrato, malato, ricoverato. Con insospettabile spirito profetico, sembra quasi che parlassero di me.

 

Magari! Ho avuto solo l’onore di una canzone, “Grasso che cola”, scritta da Cristiano Malgioglio e Aldo Dalla Vecchia (ottobre 2014).

aldo grasso

 

«Arriva. improvvisa la stangata, c’è Aldo Grasso che ci fa il mazzo /mio caro Grasso, oh oh, che ci fa il mazzo, ah ah, che rompimento, oh oh, io mi diverto tanto, tanto …».

«Che tivù poi vorrà mio caro Grasso, oh oh, Grasso che cola, ah ah, va sempre bene, ma forse penso, penso, penso il veleno dà felicità. Secondo lei il trash è da rottamare, io sono cool cool per cominciare, lo show del dolore è da evitare, evviva Raffaella che ci fa ballare…».

 

Nei versi successivi, Malgioglio sostiene di ispirarsi a Oprah Winfrey e di amare David Letterman e Al Jazeera e mi suggerisce di guardare «qualche reality sugli eschimesi» o «una serata cult neozelandese». E nel caso in cui non mi andassero bene nemmeno anche quelli «Che si faccia da sé la sua tivù, ma che tivù vorrà, amaro Grasso».