damiano michieletto

NUOVO CINEMA MICHIELETTO – IL REGISTA D’OPERA E DI TEATRO DAMIANO MICHIELETTO FA IL SUO ESORDIO DIETRO LA MACCHINA DA PRESA CON UN FILM SU VIVALDI, LIBERAMENTE ISPIRATO AL ROMANZO “STABAT MATER” DI TIZIANO SCARPA, E SI RACCONTA A NATALIA ASPESI: "NON VOGLIO STARE NELLE COSE CHE SO GIÀ, NON HO MAI PENSATO AL MIO LAVORO IN TERMINI DI UNA CARRIERA. HO SEMPRE FATTO LE COSE PER IL PIACERE DI FARLE" – POI SPIEGA PERCHE’ IL “SUO” “LOHENGRIN”, IN SCENA ALL’OPERA DI ROMA,  PARLA AL PUBBLICO DI OGGI E SI SOFFERMA SULLA CERIMONIA DI APERTURA DELLE OLIMPIADI INVERNALI DI MILANO-CORTINA 2026: “LAVORO CON IL TEAM DI MARCO BALICH, CURO LA PARTE INIZIALE DELLO SHOW” – LA POPOLARITA’? I SOCIAL NON LI USO, NON SONO UN PERSONAGGIO TV. SONO 25 ANNI CHE LAVORO NEI TEATRI E VADO IN GIRO CON LA VALIGIA…” - VIDEO

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Natalia Aspesi per “il Venerdì di Repubblica” - Estratti

 

Damiano Michieletto ha da poco compiuto cinquant'anni. È un uomo alto e sottile, una bella faccia, con baffi. Direi che è proprio un bell'uomo. La sua prima regia al teatro d'opera è stata nel 2003 al Wexford Festival, e da quel momento ha lavorato in continuazione, fino al Lohengrin che adesso si conclude all'Opera di Roma. L'hanno voluto al festival rossiniano di Pesaro, alla Scala, alla Royal Opera House di Londra, alla Fenice di Venezia, alla Staatsoper di Berlino, all'Opera di Parigi. E poi premi in gran quantità. 

natalia aspesi damiano michieletto 1

 

Eppure, ci è voluta una sua foto accanto ad Ambra Angiolini – l'ha conosciuta andando a vedere un suo spettacolo a teatro – perché i social si accorgessero dell'esistenza di Damiano Michieletto. 

 

Mi scusi eh, ma a lei questo fatto non scoccia? Voglio dire: la maggior parte delle persone che usano i social non sapeva né della sua esistenza e tantomeno che ha già fatto tutte queste cose...  

«Non sono un tipo permaloso, e poi so bene che la vera popolarità te la dà la televisione. E io non sono un personaggio televisivo. Sono 25 anni che lavoro nei teatri e 25 anni che vado in giro con la valigia.  

 

damiano michieletto

Mi sposto per palcoscenici in tutta Europa e in tutto il mondo, però, appunto, se parliamo di quel tipo di popolarità immediata – quella per cui la gente ti riconosce per strada – quella te la dà la televisione. Del resto, i social, neppure li uso». 

 

(...)

 

Ora lei ha fatto anche un film, si intitola Primavera, liberamente ispirato al romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa (premio Strega e Supermondello). Uscirà il giorno di Natale. Perché è passato dalla regia dell'opera a quella cinematografica? 

«Perché fare un film è sempre stato un mio desiderio». 

 

Più dell'opera? 

«L'opera non è un desiderio, sono 25 anni che la faccio. Il cinema invece l'ho sempre vissuto da spettatore. L'ho anche studiato, ma fare un film è un'altra cosa». 

 

Falstaff - regia di Damiano Michieletto - opera di Dresda

Il suo film segue molto il libro? 

«Penso che ci siano due tipi di libri da cui puoi trarre un film. Ci sono libri che contengono il film, e tu devi togliere cose. E poi ci sono libri che ti danno una suggestione, su cui poi tu devi costruire una storia. Stabat Mater appartiene al secondo tipo. Ti dà una suggestione legata a un incontro – quello tra Antonio Vivaldi, il personaggio storico, e Cecilia, un personaggio di finzione – però basata su un fatto reale: Vivaldi ha fatto davvero l'insegnante». 

 

Nel film c'è una scena che potrebbe essere un po' lubrica: un cerusico che controlla se Cecilia è ancora vergine. 

«Perché per lei era previsto il matrimonio e la verginità era la condizione indispensabile per una sposa –cosa, peraltro, che si dava per scontata per le ragazze di un orfanotrofio. E quindi era, come dire, il simbolo del valore che una donna aveva in quanto vergine, pura». 

 

primavera 1

E Cecilia non lo era più. 

«Non lo era perché nella storia decide di perdere la verginità proprio per evitare il matrimonio. Mentre viene visitata ricorda anche di quando, e di come, ha perso la verginità. Ma non sa neppure bene che cosa sia questa cosa della verginità. Mi sono immaginato cosa potesse rappresentare, nel 1700, per un gruppo di ragazze chiuse lì dentro, ragazze che non hanno mai conosciuto il sesso, ma che allo stesso tempo, ovviamente, sentono la spinta ormonale, sessuale». 

 

C'è anche una scena in cui a Cecilia, bravissima violinista, viene spezzato il braccio, il che le impedirà per sempre di suonare. 

«Lei non è più vergine quindi va punita dal militare che la voleva in sposa. È un uomo che non è abituato ad avere qualcuno che disubbidisce a un suo ordine. Cecilia deve essere semplicemente una donna che accondiscende.  

 

primavera

Deve ubbidire. Lei invece compie un atto di insubordinazione, e quindi lui reagisce come è abituato a fare. Da militare. Siamo nei primi anni del '700 e l'ospedale della Pietà è il più grande orfanotrofio della città di Venezia, dove Vivaldi viene chiamato per insegnare violino alle ragazze più dotate. Tra queste c'è Cecilia, una che vuole sapere a tutti i costi chi erano i suoi genitori.

 

Nascoste dietro una maschera e una grata, suonano la loro bellissima musica a un pubblico di alto rango, gente dalle sontuose e lunghe parrucche dai riccioli candidi. Credo di aver avuto bravi interpreti: Tecla Insolia, David di Donatello per L'arte della gioia, giovanissima, e Michele Riondino, che è davvero un grande attore, nel ruolo di Vivaldi». 

 

Una mia curiosità: perché tutte quelle parrucche bianche? 

«Un po' per gusto mio, ho voluto calcare questo aspetto: le parrucche simbolo del loro sentirsi tronfi, e narcisi». 

 

È un bel film, secondo me. Ora considererà la possibilità che il cinema diventi una sua nuova strada?  

lohengrin

«Guardi, io non ho mai pensato al mio lavoro in termini di una carriera, è una parola che non mi sentirà mai usare. Ho sempre fatto le cose per il piacere di farle e perché rappresentano per me una sfida. Nel momento in cui avverto questa mancanza, io sento come un campanello. Anche a teatro, ogni volta che faccio una regia, cerco sempre non di fare delle prove ma di mettermi alla prova. In questo senso il cinema per me è sicuramente una sfida. Perché ti pone delle domande che a teatro non ti fai, e perché ti fa lavorare con personalità artistiche diverse.  

 

Insomma, è una scelta che risponde sostanzialmente a un mio bisogno. Non penso a dove arrivare, penso a cosa mi tiene acceso, sveglio, a cosa mi mantiene curioso. Cerco sempre di nutrirmi di quello che mi fa stare un po' scomodo. Quando abbiamo cominciato a girare non avevo alcuna esperienza di set, ma sentirmi spaesato è stata una sensazione molto bella.  

 

È un po' come quando vai in una città nuova e te ne stai con gli occhi più aperti, perché ti chiedi: dove devo andare? Se invece stai sempre nelle tue cose cammini guardando per terra, perché ormai sai già. Ecco, io non voglio stare nelle cose che so già».  

damiano michieletto 12

 

La storia che racconta nel film l'ha scelta perché c'è Vivaldi?  

«Perché c'è la musica. Ma non volevo fare un biopic su Vivaldi – e il film non lo è. Ragion per cui tutta la musica che nel film viene suonata è di Vivaldi, tutta la musica extradiegetica, cioè di accompagnamento, è invece musica contemporanea.  

 

L'ha scritta il compositore Fabio Capogrosso, e secondo me restituisce al film un po' più di freschezza. Perché sa, il pericolo di fare un film su Venezia, con costumi del '700, era di farlo diventare pesante. Primavera secondo me racconta più il bisogno di una nascita, di un venire al mondo, di trovare una luce, un'identità. 

 

È il bisogno di affermarsi di Vivaldi ma anche il bisogno di Cecilia di rispondere alla domanda "io chi sono?". Dentro a quell'orfanotrofio vive in una sorta di inverno, e ha l'esigenza di capire chi è lei e qual è il suo vero talento. Si risponde con la musica. Vivaldi in qualche modo le dà la possibilità di nascere. Solo che, ragazza orfana e di quel tempo, non ha alcuna possibilità di scelta». 

 

È una storia che in qualche modo le ricordava qualcosa che conosce? 

damiano michieletto

«Un'amica mi ha raccontato la sua storia. Non aveva mai conosciuto suo padre. Tanto ha fatto che un giorno è andata in America, dove l'uomo viveva. Hanno passato un pomeriggio insieme, dopo di che basta, lei è tornata in Europa e ha chiuso quel vuoto. Ha potuto dirsi "l'ho visto, c'è". È la stessa condizione che vive Cecilia. Anche lei convive con la ferita di sentirsi abbandonata, e quindi di non contare nulla, di essere stata un errore, un imprevisto». 

 

Veniamo al teatro. Perché quando si sceglie un'opera lirica è necessario trovarle una struttura contemporanea? Perché voi registi non potete fare, oggi, un'opera come la si faceva all'epoca in cui è stata concepita? 

«Le do tre spiegazioni. La prima è: sì, si potrebbe fare, si può e ogni tanto si fa, si mantiene "l'epoca". La seconda è: il mercato ti impone la novità. 

 

natalia aspesi damiano michieletto

L'opera lirica vive in un mercato dove tutti, più o meno, "vendono" gli stessi titoli – La Traviata, per dire, viene fatta ovunque. E quindi ogni teatro, ogni sovrintendente, vuole una nuova produzione. Certo, potremmo fare sempre la stessa Traviata, ma se facessimo sempre la stessa Traviata crede che i giornali ne parlerebbero?  

 

Il mercato pretende la novità e quindi chiama un regista che gli renda una produzione unica e diversa da tutte le altre. Insomma, è una banale logica di mercato: non si dice tanto, ma è proprio così. E poi c'è la terza spiegazione. Stiamo parlando di classici, di opere che hanno passato il filtro del tempo. E, come tutti i classici, sono sempre contemporanei, hanno una ricchezza tale per cui tu puoi metterli in dialogo con il pubblico di oggi, che però non è il pubblico di un secolo fa. 

 

west side story diretto da damiano michieletto alle terme di caracalla 5

 Anche il modo in cui oggi andiamo a teatro è diverso dal modo in cui ci si andava una volta. Un'opera non è un quadro che appendi. Per metterla in scena devi ricrearla e, quando la ricrei, cerchi di creare un dialogo con il pubblico. C'è un'esigenza, ma anche un piacere, nel far parlare a quest'opera un linguaggio che, in qualche modo, la rende vicina al pubblico». 

 

In che cosa il suo Lohengrin è moderno e parla al pubblico di oggi? 

«Nel linguaggio teatrale e in quello estetico. Cioè, non sta tanto nel fatto che tu possa mettere addosso ai protagonisti dei costumi contemporanei. Se così fosse, chiunque potrebbe farlo.  

 

La modernità sta nel modo in cui sviluppi i concetti che stanno alla base dell'opera. Il Lohengrin è la storia di una donna che viene accusata ingiustamente dell'uccisione di un ragazzino, suo fratello, e cerca qualcuno che la salvi. Arriva un personaggio mistico, misterioso. Il concetto è: che cos'è la giustizia?  

 

Tra i due nasce una storia d'amore, ma è un amore impossibile: come racconti, oggi, una storia d'amore? 

damiano michieletto

 

Quest'uomo poi si trasfigura perché in realtà è una sorta di Messia: come crei teatralmente questa trasfigurazione? Sono tre domande a cui ogni regista risponde con il suo proprio linguaggio. La scena in cui Lohengrin rivela se stesso e dice di essere venuto come un Messia, in qualche modo porta questa verità, e ogni regista trova un modo di farla.  

 

Nel linguaggio che usi puoi essere molto convenzionale oppure puoi essere sorprendente. Ma – e pensi al tema della crocifissione, a quello dell'annunciazione o alla deposizione di Cristo: ci sono migliaia di dipinti sulla stessa storia.  

 

Perché diciamo che Caravaggio è stato moderno quando ha rappresentato la deposizione di Cristo? Per la prospettiva che usa, per il modo in cui dosa la luce, per la quasi oscenità che ci mette nel far vedere i piedi sporchi di Cristo: ecco, questa è la sua modernità, quello è il suo linguaggio – ma la storia è sempre la stessa. Ogni tanto si rimane ancora un po' perplessi davanti a un regista che porta una storia antica in costumi moderni. 

 

Ma lo stesso Caravaggio ha messo indosso a San Matteo gli abiti di un giocatore di una bisca del Seicento! 

damiano michieletto

 

Lo ha fatto, penso, perché voleva che chi vedeva il dipinto si riconoscesse in questi personaggi. Ma anche qui: la modernità non sono i costumi. La modernità è la luce, è il colore, sono le forme». 

 

Lei quante opere ha fatto? 

«Non le ho mai contate, ma credo una settantina». 

 

E quale è quella in cui si è maggiormente riconosciuto? 

«Gliene dico due. La dannazione di Faust, che ho portato a Roma, e Il viaggio a Reims, che da Amsterdam poi ha girato in altri teatri europei». 

 

Quali sono le sue origini? Per esempio: è cattolico? 

«Ho ricevuto un'educazione cattolica, adesso diciamo che convivo con i miei dubbi... Sa, io sono vissuto a Scorzè, che è un paesino della provincia di Venezia. Vengo da una famiglia semplice. Sono laureato in lettere, ho una sorella medico e un fratello cuoco. Nessuno che abbia a che fare con qualcosa di artistico». 

 

Chiuderei con l'ultima sfida, come le chiama lei: la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. 

damiano michieletto

«Sì, lavoro con il team di Marco Balich, sono uno dei direttori creativi e curo la parte iniziale dello show. Il titolo è Armonia e ruota attorno al concetto di mettere insieme voci diverse. Anche qui, vede, c'è uno spirito musicale. Ma è anche l'armonia dei colori, delle persone, delle diversità. Mettere insieme cose diverse creando una armonia: alla fin fine, non è anche un po' questo il segreto dell'arte?». 

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