giacomo poretti

“TAFAZZI? VELTRONI VEDEVA NEL PERSONAGGIO IL SIMBOLO DELLA SINISTRA ITALIANA, UN PO’ MASOCHISTA. E’ ANCHE FINITO NEL DIZIONARIO” – GIACOMO PORETTI COMPIE 70 ANNI E SI RACCONTA AD ALDO CAZZULLO: “A 20 ANNI ERO IN DEMOCRAZIA PROLETARIA, PER LA POLITCA MI PUNTARONO UNA PISTOLA ALLA TEMPIA” – “UN GIORNO MI TELEFONO’ MARONI: “MA LO SAI CHE ERO NEL TUO STESSO GRUPPO, DEMOCRAZIA PROLETARIA?” – IL LAVORO IN FABBRICA, GLI ESORDI A TEATRO E L’INCONTRO CON ALDO BAGLIO E GIOVANNI STORTI: “ERANO UN DUO: ALDO ALL’EPOCA AVEVA UNA CHIERICA TERRIFICANTE, SU CUI GIOVANNI PIANTAVA UN CHEWING-GUM, CI FICCAVA DENTRO UNA BANDIERINA DA TOAST E PROCLAMAVA: ‘HO SCALATO IL MACHU PICCHU!’. PENSAI: ‘IO CON QUESTI DUE GENI VOGLIO LAVORARE’…”

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Estratto dell’articolo di Aldo Cazzullo per www.corriere.it

 

Giacomo Poretti, domani sono settant’anni.

giacomo poretti foto di bacco

«Ma mia mamma Elsa mi faceva gli auguri il giorno prima, il 25 aprile. “Mamma, il mio compleanno è domani!”. E lei: “Nino, a vedevi no l’ura de meteti al mund”».

 

Non vedevo l’ora di metterti al mondo. Qual è il suo primo ricordo?

«Sono a Zurigo, ho un anno e mezzo, sono in braccio a mia nonna Maria, e guardo i cigni sul lago».

 

Cosa ci faceva a Zurigo?

«Zio Luigi, il fratello gemello di mia madre, era emigrato in Svizzera. Eravamo una famiglia poverissima. La nonna andò a trovare suo figlio e incredibilmente mia mamma, che era la tipica mamma italiana, mi aveva affidato a lei».

 

giacomo poretti foto lapresse

E suo papà?

«Papà Albino faceva il metalmeccanico alla Rimoldi, in un paesino sperduto del Milanese, Olcella, come suo fratello Giannino. Mamma era operaia tessile alla Giulini Ratti, poi nell’azienda di Felice Riva, che mollò tutto per trasferirsi a Beirut, all’epoca la Zurigo del Medio Oriente.». […]

 

Anche lei Giacomo ha lavorato in fabbrica.

«Cinque anni. E pure io in fabbrica ho perso parzialmente l’udito. Sono nato a Villa Cortese, un paesino a metà strada tra Milano e Varese. Dai tredici ai diciotto anni ho lavorato alla Trezzini, un’industria che ora non c’è più. Facevamo sabbiatrici, macchine enormi di ferro e acciaio. Si tagliavano le lamiere e si saldavano tra di loro. Pare un ricordo dell’Ottocento. Invece era il 1972».

 

E si appassionò alla politica.

aldo giovanni e giacomo tel chi el telun

«Non avevo ancora sedici anni, era il 12 febbraio ’72. Frequentavo le scuole serali. C’era un’assemblea. Andai. Mi colpì molto questo fermento, mi affascinò questo desiderio scomposto di cambiare il mondo. Tutto finito il giorno del rapimento Moro».

 

[…] Lei era in Democrazia proletaria.

«Un giorno, qualche anno fa, mi […]Telefona il ministro dell’Interno. Era Bobo Maroni: “Ma lo sai che ero nel tuo stesso gruppo, Democrazia proletaria?”. Ma vaff... Scoppiammo a ridere. Maroni aggiunse: “Però siamo molto diversi. Perché io sono milanista”».

 

Oltre che leghista.

«Diventammo quasi amici. Di solito i politici ti chiedono sempre qualcosa. Maroni non mi chiese mai niente. Solo di andare a incontrare dei ragazzi in un oratorio vicino a Varese, cosa che feci molto volentieri».

 

ALDO BAGLIO, GIOVANNI STORTI E GIACOMO PORETTI CON ROBERTO BAGGIO

Lei quando è diventato interista?

«Alla nascita. Nonno, papà, zio: una dinastia di interisti. […] La nonna aveva un parente, un ragazzino cieco, Antonio, che chiamavamo Tumietto. Anziché metterlo in un istituto, lo portò a casa. Era l’unico milanista, lo ricordo ascoltare la radio: “Va come giuga bene el Rivera!”. Tumietto ma cosa vedi che sei cieco? E lui: “Io queste cose le sento!”».

 

[…] Il teatro per lei quando comincia?

«Andavo all’oratorio. Il prete, don Giancarlo, era innamorato del teatro: tre volte l’anno metteva insieme tutto il paese per fare una commedia. Una volta la storia erano gli extraterrestri che sbarcano e si rendono conto di quanto sono deficienti gli umani. Don Giancarlo aveva bisogno di tre bambini: uno altissimo, uno grassissimo, uno bassissimo. La terza parte fu mia senza bisogno del provino. Ricordo le luci, le scene, il pubblico: una cosa meravigliosa».

 

[…]’erano i cabaret.

«A Milano erano decine. Chiuse il Derby ma ne fiorirono altri, lo Zelig non era neppure il più importante. Leo Wächter portò al teatro Ciak la comicità poetica da tutta Europa, i mimi della Bbc, i Mummenschanz, bravissimi mimi svizzeri. Abbiamo potuto vedere cose meravigliose, cui abbiamo attinto. Oggi quel tipo di gavetta nei locali, nei teatri, non esiste più. Aldo, Giovanni e io siamo stati l’ultimo avamposto dello spettacolo scenografico, dove il corpo, il mimo contano. Ora è tutto stand up: un uomo da solo con il microfono in mano».

aldo giovanni e giacomo tel chi el telun

 

Vi siete incontrati in un villaggio vacanze in Sardegna, vero?

«Io ero responsabile dell’animazione, loro poco più affermati di me. Erano un duo: i Suggestionabili. Li avevo già visti al Circolone di Legnano e mi avevano folgorato. Il cabaret era un luogo più sporco del teatro, dove se ti piace applaudi, se no vai via nell’intervallo. Al cabaret il pubblico provoca — “pelato di merda!” — e il comico deve reagire.

 

Ma Aldo era talmente imbarazzante, faceva l’accento emiliano, era talmente brutto da vedere che il pubblico si vergognava, non osava neanche insultarlo. Un vecchietto, che ovviamente era Giovanni, gli saltava in braccio, Aldo lo cacciava via, all’epoca non era rasato, aveva una chierica terrificante, su cui Giovanni piantava un chewing-gum, ci ficcava dentro una bandierina da toast e proclamava: “Ho scalato il Machu Picchu!”. Pensai: io con questi due geni voglio lavorare. Li ho ritrovati in Sardegna, ci siamo piaciuti, e abbiamo cominciato».

giacomo poretti marina massironi

 

È vero che c’era pure Elio?

«Si presentò come Stefano Belisari, ed era il tecnico delle luci. È stato alle mie dipendenze (Giacomo sorride). Un giorno timidamente ci disse: “Io ho un gruppo, si chiama Elio e le storie tese, cantiamo e suoniamo...”. E noi: “Ma va a cagare!”».

 

[…]  Lei stava con Marina Massironi, la protagonista femminile di Tre uomini e una gamba.

«Ci sposammo nell’85. Poco dopo il rapporto finì, il che ci ha consentito di lavorare insieme. Con lei, Aldo e Giovanni abbiamo fatto anche il primo spettacolo teatrale, I Corti».

 

«Gli faccia una bella multina...».

«Poi nel ’99 ho conosciuto Daniela: un’altra svolta della mia vita. Ci siamo sposati nel 2002, nel 2006 è nato nostro figlio Emanuele: io avevo 50 anni, lei 40. E oggi Emanuele ne ha venti».

giacomo poretti

 

[…] Com’è nato il personaggio di Tafazzi?

«Facendo la parodia dei supereroi. Aldo era un Superman afflitto dalla pleurite, che non combinava niente per via della tosse. Giovanni era l’uomo Flash».

 

[…] E lei?

«Mi vestii buffamente, con il parapalle, presi una bottiglia vuota e cominciai a percuotermi. Da lì nacque tutto. Un giorno mi chiama Gino, quello di Gino&Michele, per dirmi che mi sta cercando Veltroni, allora direttore dell’Unità».

 

Cosa voleva Veltroni?

«Aveva riconosciuto in Tafazzi il simbolo della sinistra italiana, un po’ masochista. Un editoriale di Sandro Veronesi lo consacrò. Anche Giorgia Meloni l’ha citato. Con Aldo e Giovanni mi vanto: io sono finito nel dizionario, voi no... Tre ricercatrici di Pavia hanno scoperto una proteina che causa una malattia cardiaca, dopo anni di ricerche che parevano inutili, anzi dannose. Così l’hanno chiamata tafazzina. Il masochismo per una volta aveva pagato».

 

ajeje brazorf aldo giovanni e giacomo

 […] Quando ha rischiato la vita per la politica?

«Non l’ho mai raccontato, perché mia madre sarebbe morta di paura. Ora che non c’è più, posso dirlo. Avevo poco meno di vent’anni, nella piazza di Villa Cortese eravamo una trentina, tutti di sinistra. Passa un ragazzo, che tra l’altro aveva fatto le elementari e le medie con me, e ci fa un gesto di ingiuria. Noi rispondiamo con un insulto.

 

Quello torna indietro, mi grida: “Ripeti quello che hai detto!”, tira fuori una pistola e me la punta alla tempia. Durò una frazione di secondo, d’istinto stavo per tirargliela via, poi fortunatamente per tutti e due lui è riuscito a scappare. Erano anni un po’ così. Ma non so se adesso sia meglio». […]

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