
DAGOREPORT - LE “DUE STAFFE” NON REGGONO PIÙ. IL CAMALEONTISMO DI GIORGIA MELONI NON PUÒ PIÙ…
Walter Siti per la stampa
Sfrutto l'ultimo strascico di pausa agostana per parlare di Il meglio di Stracult su RaiDue il lunedì in seconda serata. Gli anni passano anche per Marco Giusti, che ha dato alla sua ormai classica rassegna del cinema di serie B un'aria più familiare e comoda: una finta casa, con amici che vanno a trovarlo e vicini che irrompono d'improvviso, mentre ospiti degni di un sano amarcord raccontano di sé, e pazzi venditori di porno suonano al citofono. Con un occhio a Quelli della notte e uno alla Gialappa's.
Ma tutto più rilassato, con ritmi più laschi e senza l'ossessione della performance a ogni costo. Un programma consapevole di essere diventato un piccolo oggetto di culto e che si prende in giro, figurando come un cazzeggio tra amici che guardano alla tv proprio Stracult. Alla fine della puntata di lunedì scorso, Paolo Ruffini stendeva sulle ginocchia del vecchietto Marco Giusti, come una coperta, il manifesto di Due gattoni a nove code e mezzo ad Amsterdam , film del 1972 con Franchi e Ingrassia.
Reduce dalle lotte culturali dei tempi di Freccero, Giusti ha saputo ricavarsi una nicchia in cui la satira della società dello spettacolo si è trasformata in un camp casareccio, senza puzza sotto il naso. Non ha paura della banalità , è capace di chiedere alla Ferilli «con che regista ti sei trovata più a tuo agio?» o di ascoltare con interesse le sue opinioni politiche; in premio lei gli regala un memorabile riassunto della Casa dell'orco di Lamberto Bava («c'era âna mano de ân orco che me prendeva âna tetta...»).
Il segreto di Giusti è l'infantilismo: solo con lo stupore e la gioia di un bimbo si possono ascoltare i ricordi di Ringo, Sartana e Alleluja, o perder tempo per cercare il doppiatore dei più rinomati «duri» cinematografici, da Vin Diesel a Jean Reno. La sua straordinaria competenza di generi e sottogeneri, la sua intelligenza a contropelo, la sua ironia adulta vengono dopo.
Lunedì scorso il tema era l'erotismo e il dialogo con Tinto Brass era un ping-pong tra due bambini rassegnati all'incomprensione, che recitano con allegria le rispettiva parti dello scandaloso e dello scandalizzato. Melissa P., tra loro, sembrava un'intellettuale matura e un po' saccente. Altre caratteristiche infantili sono la domanda impertinente («sei mai entrata nel giro di Lele Mora?» a una candida pornostar fiera del premio Superbomba ) e il gusto per la scatologia (G Max che mostra alcune scene di Zombie Ass , la toilette dei morti, horror ambientato in un gabinetto). Chissà se questo ustionante candore resisterebbe applicato al cinema di serie A, o più in generale alla cultura sedicente alta?
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