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JEFF BEZOS HA DISTRUTTO IL “WASHINGTON POST” – IL MITICO QUOTIDIANO AMERICANO PERDE ABBONATI, CREDIBILITÀ E GIORNALISTI: LA REDAZIONE È IN SUBBUGLIO PER IL NUOVO GIRO DI LICENZIAMENTI GENERALIZZATI (100 POSTI DI LAVORO SU UN ORGANICO DI 800) – A DARE IL COLPO DI GRAZIA AL QUOTIDIANO, DA SEMPRE SINONIMO DI GIORNALISMO INDIPENDENTE E DI CONTROLLO DEL POTERE (DAI PENTAGON PAPERS AL WATERGATE), È STATA LA SVOLTA TRUMPIANA DEL SUO PROPRIETARIO, JEFF BEZOS: NEL 2024 HA COSTRETTO LA REDAZIONE A RITIRARE L’ENDORSEMENT A KAMALA HARRIS, E DA ALLORA OSPITA SEMPRE PIÙ SPESSO OPINIONI VICINE AL MONDO “MAGA”

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Sintesi dell’articolo di Charlotte Klein per il “New York Magazine”

 

jeff bezos e washington post

Il "Washington Post" si avvia verso uno dei momenti più critici della sua storia recente, stretto tra una crisi finanziaria persistente e una profonda perdita di identità editoriale. In redazione si attende un nuovo, duro giro di licenziamenti — circa 100 posti di lavoro su un organico di circa 800 persone — con la sensazione diffusa che nessun desk sarà risparmiato.

 

L’annuncio dei tagli arriva in un clima di forte demoralizzazione, aggravato dalla percezione che le decisioni strategiche vengano prese sempre più lontano dal cuore giornalistico del giornale.

 

donald trump tiene in mano una copia del washington post 6 febbraio 2020

Ufficialmente, i licenziamenti sono giustificati dalle perdite economiche, ma molti dipendenti faticano a non associarli a una serie di scelte editoriali e aziendali che hanno progressivamente alienato il pubblico tradizionale del quotidiano.

 

Come scrive Charlotte Klein sul “New York Magazine”, il “Post” non sta solo perdendo soldi: sta anche assistendo a una lenta distruzione del proprio marchio, che ha già portato alla fuga di centinaia di migliaia di abbonati e lascia i giornalisti a chiedersi quale sia oggi la missione del quotidiano, sia sul piano editoriale sia su quello commerciale.

 

THA WASHINGTON POST

Il giornale che per decenni è stato sinonimo di giornalismo indipendente e di controllo del potere — dai Pentagon Papers al Watergate, fino alle inchieste sull’assalto al Congresso del 6 gennaio — appare oggi privo di una bussola chiara.

 

Il punto di svolta è stato il ritiro, all’ultimo minuto, dell’endorsement del comitato editoriale a Kamala Harris nel 2024, una decisione del proprietario Jeff Bezos, interpretata da molti lettori come un atto di sudditanza verso Donald Trump, e che ha provocato la cancellazione di circa 250 mila abbonamenti digitali.

 

Parallelamente, la trasformazione della sezione Opinioni in un avamposto libertario e sempre più compatibile con l’universo MAGA ha accentuato la frattura interna ed esterna.

 

sede del washington post

La nuova missione aziendale — “Riveting Storytelling for All of America” (“Una narrazione avvincente per tutta l'America”) — ha sostituito il celebre motto “Democracy Dies in Darkness”, ma senza riuscire a fornire una direzione riconoscibile.

 

Diversi reporter ed editor di primo piano, avendo perso fiducia nel progetto giornalistico e nel modello di business del Post, hanno lasciato la testata, indebolendola ulteriormente.

 

willi lewis Jeff Bezos

Sotto la guida dell’amministratore delegato Will Lewis, la dirigenza ha tentato di rilanciare il giornale attraverso una serie di iniziative spesso percepite come scoordinate: nuovi livelli di abbonamento sul modello di Axios e Politico, un massiccio ricorso all’intelligenza artificiale, podcast personalizzati, esperimenti commerciali come WP Ventures e servizi premium per dirigenti come Post Intelligence.

 

Alcuni di questi prodotti hanno mostrato risultati limitati o problemi evidenti, tra errori, cambi di leadership e continui ripensamenti, mentre la responsabilità del calo di pubblico è stata spesso scaricata direttamente sui giornalisti.

jeff bezos con kash patel all inauguration day di trump

 

Il quadro che emerge, secondo il “New York Magazine”, è quello di una testata “in terapia intensiva”: con un pubblico ridotto, una redazione sotto assedio e una strategia che fatica a tenere insieme identità editoriale e sostenibilità economica.

 

Come osservano diversi addetti ai lavori citati nell’articolo, i licenziamenti rischiano di aggravare ulteriormente la crisi invece di risolverla, perché il nodo centrale resta irrisolto: chiarire perché il Washington Post debba esistere oggi e perché un lettore dovrebbe scegliere di abbonarsi.

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