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"GUARDO I TG DELLA RAI, MA NON RIESCO AD ARRIVARE IN FONDO. I PROGRAMMI, POI, SONO DI UNA SCIATTERIA ENORME" - L'EX DIRETTORE GENERALE DELLA TV PUBBLICA, PIER LUIGI CELLI, E IL FALLIMENTO DI "TELEMELONI": "UNA RAI RIDOTTA COSÌ, PERCEPITA COME UN ORGANO DI PARTITO, NON SERVE A NESSUNO, NEMMENO AL GOVERNO. PROVARE A SCHIERARLA IN VISTA DELLA CAMPAGNA ELETTORALE È UN ERRORE: LA GENTE SE NE ACCORGE E NON CI STA" - "HANNO OCCUPATO I POSTI, MA NON HANNO MESSO I COMPETENTI. SE L'OBIETTIVO È L'EGEMONIA CULTURALE, PER RAGGIUNGERLO TI SERVE LA QUALITÀ. ALTRIMENTI CAUSI SOLO UN DANNO ECONOMICO E DI IMMAGINE (COME IL CASO PETRECCA)" - "L'ATTUALE STRUTTURA ORGANIZZATIVA È DEMENZIALE E NON FUNZIONA. NON PUOI AVERE UN..."
Estratto dell'articolo di Niccolò Carratelli per "la Stampa"
«Guardo i tg della Rai, ma non riesco ad arrivare in fondo». Pier Luigi Celli lo dice con tono dispiaciuto. «I programmi, poi, sono di una sciatteria enorme», sentenzia l'ex direttore generale della tv pubblica. Tre anni, dal 1998 al 2001, nella stagione del centrosinistra al governo, con Massimo D'Alema e Giuliano Amato a Palazzo Chigi. Il giudizio sull'offerta dei palinsesti Rai è lapidario: «Tecnicamente inguardabile».
Il motivo?
«Hanno occupato i posti, ma non hanno messo i competenti. Se l'obiettivo è l'egemonia culturale, per raggiungerlo ti serve la qualità. Altrimenti causi solo un danno economico e di immagine, una perdita di reputazione per un'azienda così importante, anche a livello internazionale».
Però si può ottenere qualche vantaggio a livello di consenso politico, no?
«Non credo. Una Rai ridotta così, percepita come un organo di partito, non serve a nessuno, nemmeno al governo. Provare a schierare la Rai in vista della campagna elettorale è un errore: la gente se ne accorge e non ci sta. Nel 2001 dal centrosinistra ci chiesero di farlo, io mi rifiutai, altri furono più disponibili. Alla fine, vinse Berlusconi».
[...] A lei non arrivavano telefonate dai Ds per spingere qualche nomina?
«Arrivavano, certo. Ci hanno provato per un po', poi hanno smesso. Io dicevo semplicemente che non ero il maggiordomo di nessuno. Ma ero avvantaggiato, perché all'epoca i miei interlocutori erano i vertici dell'Iri e non Palazzo Chigi».
Veniamo al caso Rai3, che ormai è stata «smantellata», come denunciano gli stessi giornalisti del Tg3.
«Non c'è dubbio che snaturare Rai3 fosse un obiettivo della nuova dirigenza Rai. Ma non penso che, 25 anni fa, Rai3 fosse un fortino di sinistra. Era un concentrato di intelligenze di varia estrazione, che offriva una televisione di qualità. Sempre lì torniamo: il prodotto. Ora viene prima l'appartenenza politica».
giorgia meloni e il cavallo della rai - illustrazione di marilena nardi - domani
Serve una riforma per provare a garantire più indipendenza?
«L'attuale struttura organizzativa è demenziale e non funziona. Non puoi avere un presidente, un amministratore delegato e un direttore generale spesso in competizione tra loro. Si creano le condizioni per una corsa a distinguersi e a far pesare il proprio potere. Poi non mi ha convinto il passaggio dalle reti ai generi, non mi pare abbia portato benefici e tornerei indietro».
Il rapporto con la politica?
«La Rai è una grande impresa che fa cultura, non può agire come una compagnia di ventura. A mio avviso, bisogna creare una fondazione, guidata da persone competenti e di alto profilo, in modo che non siano condizionabili».
giorgia meloni rai cavallo viale mazzini
In questo contesto abbiamo avuto anche una commissione parlamentare di Vigilanza bloccata per due anni e ora azzerata.
«Una vicenda che rientra nella subcultura di questa destra: se non posso fare come dico io, allora blocco tutto. Però penso anche che la sinistra non avrebbe dovuto impuntarsi sul no a Simona Agnes. Non era un nome irricevibile, io l'avrei votata come presidente. Certi organi di garanzia vanno tenuti fuori dallo scontro politico».
PAOLO PETRECCA - RAI SPORT
flop rai - telemeloni - poster by macondo
giorgia meloni
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