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Roberto Nepoti per La Repubblica
Condivisibile o no, la scelta da parte di Ken Loach di non ritirare il premio alla carriera per solidarietà con i lavoratori precari del Museo del cinema è più consistente di quella addotta l'anno scorso da Aki Kaurismaki (non voleva ricevere il premio dalle mani di Penelope Cruz). Comunque la 30ª edizione del TFF è appena iniziata e già sono grane.
E torna fuori il mantra dello scarso glamour, della penuria di ospiti famosi: di tutte le cose, insomma, rimproverate all'appena terminato Festival di Roma. Tra accuse, controaccuse e ripicche, però, c'è qualcosa che non si dice mai: che i festival del cinema in Italia sono troppi, troppo lunghi e troppo ravvicinati per poter garantire a direttori e selezionatori scelte a prova d'errore.
Si desidera il meglio del meglio, insomma, poi si prende quel che c'è.
Perfino i titoli che - come ammette lo stesso direttore Amelio - son messi lì per far parlare i media e sostenere le opere prime e seconde del concorso, arrivano già "usati": quello d'apertura, Quartet di Dustin Hoffman, prima di Torino è stato presentato in altri sette festival internazionali, tra i quali Toronto, San Sebastian, Austin (i festival non sono troppi solo da noi...); la commedia americana Ruby Sparks s'è vista a Locarno, il kolossal
Anna Karenina è pronto per uscire, a febbraio, nelle nostre sale.
Bene, allora restano i film da "scoprire", quelli un po' misteriosi del concorso provenienti da Turchia e Svezia, da India e Usa, da Germania e Mongolia. O dall'Italia che ne ha sedici e qualcosa d'interessante ci sarà senza dubbio; ma si tratta pur sempre di titoli - come si dice - di nicchia, che non "fanno notizia", spesso in formati poco spettacolari, in supporti economici e realizzati a basso prezzo (quello di Gipì è costato 350 euro).
Se è vero, come è vero, che questa è sempre stata la vocazione di Torino, festival che può contare anche su un numero stupefacente di spettatori (molti gli studenti universitari), ciò finisce fatalmente per scavare ancora di più il fossato tra cinema spettacolare e cinema per cinefili.
Poi, come i festival concorrenti, Torino supplisce ai titoli di grande richiamo popolare con la moltiplicazione dell'offerta: una quantità sterminata di pellicole e video farcisce la sezione Festa mobile, dove Hoffman, Anna Karenina e Ginger & Rosa, il film di Sally Potter scelto per la chiusura, convivono con gli italiani Como estrellas fugaces di Anna Di Francisca e Dimmi che destino avrò del regista sardo Peter Marcias o con film piccoli piccoli. Una sezione-contenitore, insomma, dove si fa stare quel che si vuole e in cui non è facile orientarsi.
Molto più chiara la sezione Rapporto Confidenziale, grazie al sottotitolo "ossessioni e possessioni": luogo di storie di fantasmi e film della mezzanotte, vi spiccano titoli come
The Lords of Salem del regista cult Rob Zombie o Maniac del francese Franck Khalfoun.
Bisogna aggiungere la retrospettiva (uno dei vanti del festival), quest'anno dedicata a Joseph Losey, il benemerito Torino Filmlab, la sezione (auto celebrativa) Torino XXX e poi la sezione "Onde" e quella dedicata ai cortometraggi, e altre ancora.
Cosa andarsi a vedere? Un film pulp coreano? Il documentario di Sophie Fiennes
The pervert's guide to ideology, dove il filosofo Slavoj Zizek reinterpreta il cinema a modo tutto suo? Un film del grande Losey? La scelta non è facile e, scorrendo il programma, si fa strada la sensazione che "abbondanza" e "confusione" facciano un tantino rima.
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