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RODOLFO VALENTINO, COME LUI NESSUNO MAI - MORTO CENT'ANNI FA A SOLI 31 ANNI, RODOLFO PIETRO FILIBERTO RAFFAELLO GUGLIELMI NON FU SOLTANTO IL PRIMO DIVO DEL CINEMA, MA ANCHE IL PRIMO CASO DI PSICOSI COLLETTIVA. IL SUO FUNERALE FU UN GRANDE SHOW DI DOLORE DELLA CULTURA DI MASSA - ALLA NOTIZIA DELLA MORTE, 45 RAGAZZE SI TOLSERO LA VITA; IN 30MILA ASSALTARONO LA CAPPELLA FUNEBRE A NEW YORK: L'ULTIMA AMANTE DI VALENTINO, POLA NEGRI, PIANGEVA E SVENIVA IN CONTINUAZIONE. E QUATTRO UOMINI IN UNIFORME MILITARE SALUTAVANO ROMANAMENTE. FURONO PRESENTATI COME GUARDIE FASCISTE, MA ERA SOLO UNA TROVATA PUBBLICITARIA DELL'IMPRESARIO FUNEBRE... - VIDEO
Estratto dall’articolo di Fabrizio Accatino per “La Stampa”
[...] Si chiude a 31 anni la vita del primo, vero divo del cinema e ha inizio il primo, gigantesco spettacolo del dolore della cultura di massa. Una sorta di festa funebre, in cui gli elementi carnevaleschi si mescolano alla curiosità morbosa. La notizia della morte scatena lacrime, urla, svenimenti.
Sotto l'ospedale due donne tentano il suicidio, fermate dai presenti. Nei giorni successivi si uccideranno in 45, tra cui una ragazza londinese che si avvelena davanti a una foto dell'attore e un fattorino dell'ascensore del Ritz di Parigi, trovato morto su un letto coperto di immagini di Rudy.
La salma viene esposta nella cappella dell'agenzia funebre Frank E. Campbell, sulla Broadway, all'altezza della 66ª Strada. Fuori sono in 30 mila a premere per entrare, scatenando tafferugli, infrangendo le vetrine della casa funeraria. Seguono scontri con la polizia, feriti, auto danneggiate e persino ribaltate.
La situazione degenera al punto che vengono mobilitati più di cento agenti a cavallo, insieme alle riserve della polizia di New York. Dentro si sfila al ritmo di 9 mila visitatori l'ora, immersi in una scenografia kitsch, con migliaia di fiori ammassati intorno alla salma. L'ultima amante di Valentino, Pola Negri, piange e sviene, sviene e piange, cercando di accreditarsi agli occhi dell'opinione pubblica come la vedova inconsolabile.
Quattro uomini in uniforme militare se ne stanno agli angoli della bara, impegnati a salutare romanamente. Vengono presentati alla stampa come guardie fasciste, inviate da Mussolini per onorare l'illustre italiano scomparso, ma è solo una trovata pubblicitaria dell'impresario funebre.
Per la sua morte i quotidiani titolano a caratteri cubitali e il New York Times scrive: «Nemmeno la scomparsa di importanti uomini di Stato ha mai suscitato tanto clamore quanto quella di Rodolfo Valentino». L'ironia paradossale è che tutta quella folla (si stimano 100mila persone) piange un uomo che non ha mai conosciuto davvero. La loro venerazione è rivolta a un'immagine, un fantasma. [...]
Era nato a Castellaneta, nel Tarantino, il 6 maggio 1895. Da bambino era bullizzato perché bruttino e con le orecchie a punta, fu anche scartato dall'Istituto nautico per problemi fisici e di vista. Nel novembre 1913 si era imbarcato sul mercantile Cleveland, per cercare fortuna negli Stati Uniti.
Lì aveva lavorato come sguattero, lavapiatti, giardiniere, ballerino a pagamento, vivendo di espedienti, dormendo sulle panchine, facendosi arrestare due volte per piccoli furti. Avrebbe potuto rimanere uno dei tanti, ma arrivò il cinema e lo trasformò in qualcos'altro. Alcune comparsate da seduttore latino, poi la svolta nel 1921 con I quattro cavalieri dell'Apocalisse, in cui una scena di tango lo trasformò in una rivelazione.
Nello stesso anno, Lo sceicco fece il resto. Valentino divenne il volto del desiderio esotico ed erotico, lo sceicco predatore in grado di ingenerare a un tempo paura ed eccitazione, il tanguero sensuale, il Grande Amante misterioso capace di sedurre con uno sguardo. Seguirono Sangue e arena, Monsieur Beaucaire,
L'aquila nera. Valentino era diverso dagli eroi americani del suo tempo. Non aveva il volto duro del conquistatore, forgiato dal lavoro, dalla durezza e dalla disciplina, ma portava sullo schermo una mascolinità diversa, profumata, elegante, sfuggente.
Le donne impazzivano per lui, gli uomini (gelosi) lo liquidavano con sarcasmo. Riuscì a costruire un rapporto diretto con l'immaginario di milioni di persone. Prima di lui esistevano attori celebri, dopo nacque il divo come prodotto globale, alimentato da agenti, giornali, fotografie, pubblicità, gossip. [...]
Ogni fotografia, ogni matrimonio, ogni intervista di Rudy diventava materia di discussione. Valentino non ha mai parlato, e grazie a questo il suo mito ha attraversato un secolo senza incrinarsi.
Se n'è andato in tempo, prima del sonoro, prima che qualcuno potesse sentirlo e accorgersi della realtà attraverso la sua voce. È rimasto per sempre una silhouette in smoking, uno sguardo scuro, un ciuffo impeccabile.
Quando morì, Hollywood morì con lui. E poi rinacque, più forte e più cinica, consapevole che un divo funziona meglio come superficie che come persona. Il fenomeno si sarebbe ripetuto con Marilyn e James Dean, River Phoenix e Heath Ledger, ma fu la morte di Valentino a codificare il modo in cui, nei decenni a venire, avremmo pianto i nostri divi.
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