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Estratto dall’articolo di Claudia Catalli per “la Stampa”
Altro che pensione, alla vigilia dei suoi 89 anni Ridley Scott è più in forma che mai. Il cineasta di Il Gladiatore torna con un nuovo film girato in Italia, dal 26 agosto direttamente al cinema, senza nessun passaggio festivaliero: The Dog Stars - Le Stelle dopo la Fine. La fine del titolo è quella di gran parte dell'umanità, trattandosi di un thriller apocalittico ispirato al bestseller del 2012 firmato Peter Heller (Bompiani).
Jacob Elordi protagonista di The Dog Stars
Affronta temi come sopravvivenza, umanità, empatia e malattia, raccontando un'epidemia letale che ha decimato la popolazione terrestre. Marcatamente dark, perché «ho sempre avuto la tendenza a raccontare l'oscurità, me lo hanno sempre contestato. Dissero persino che il mio Blade Runner era troppo oscuro». [...]
Il thriller è ambientato nel futuro prossimo, nel 2035, e profondamente ancorato alle emergenze dell'attualità: «Non è un documentario - specifica Scott - ma riflette sicuramente le calamità globali di oggi, dalle urgenze legate al cambiamento climatico al caos che attraversano molti Paesi del mondo. Viviamo nell'epoca del profitto e nessuno si cura di quello che sta accadendo al nostro pianeta».
Affonda sull'indifferenza generalizzata: «La gente sembra non volerne sapere, viviamo con i paraocchi, ormai non si guardano neanche più i telegiornali. Io sì, ne sono appassionato, guardo i notiziari internazionali anche due volte al giorno e purtroppo molto di quello che raccontiamo nel film sta già accadendo».
Parla anche di un progetto mai realizzato che avrebbe dovuto girare con Jodie Foster su un'epidemia di ebola in Africa, «qualcosa che davamo per superato, invece una crisi simile si è appena ripresentata ed è fuori controllo per i tagli a livello globale dei fondi della sanità per i Centers for Disease Control and Prevention».
Per fortuna esiste ancora il cinema, prosegue, che serve proprio a risvegliare le coscienze nei momenti più critici: «La nostra missione è intrattenere, d'accordo, ma anche stimolare delle riflessioni. Le storie belle sono quelle che sanno parlarti, che senso ha stare davanti allo schermo a guardare passivamente un film stupido?».
Senza però dimenticare l'umorismo: «A meno che tu non stia mettendo in scena il Macbeth, è fondamentale, a patto che non si tratti di umorismo fine a se stesso, ma di qualcosa che aiuti a bilanciare il buio e il dolore della storia».
È una lezione che deve, su tutti, al grande cinema italiano: «Il vostro cinema è stato la mia scuola, insieme a quello francese, molto più di quello hollywoodiano. È stato importantissimo nel mondo, una tradizione che aveva un po' perso, ma ora le cose mi pare stiano migliorando».
Su tutti ci tiene a ricordare gli incontri memorabili con Sergio Leone, «un maestro», e Federico Fellini: «Fellini mi portò a vedere un suo set, ricordo una gigantesca nave (quelle di Amarcord, ndr), mi fece fare un giro, io ero incantato e lui visibilmente orgoglioso. Indossava un cappotto lungo, devo dire molto british, e una grande sciarpa intorno al collo. Non lo dimenticherò mai». [...]
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