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    LA MERKEL ANNUNCIA L'APERTURA DELLE FRONTIERE A TUTTI I SIRIANI? E MIGLIAIA DI PROFUGHI ARRIVANO IN UNGHERIA COL SOGNO DI RAGGIUNGERE BERLINO - BUDAPEST PERÒ LI BLOCCA PER FAR RISPETTARE IL CODICE DI SCHENGEN E ACCUSA LA CANCELLIERA: "CON LE SUE PAROLE STA CAUSANDO DISORDINI"


     
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    Miriam Massone per “la Stampa”

     

    PROFUGHI SIRIANI IN UNGHERIA PROFUGHI SIRIANI IN UNGHERIA

    «Oggi non andate a Keleti: è pericoloso e pieno di siriani». Erika, guida ungherese di una comitiva d' italiani in visita al Parlamento di Budapest, restituisce l' atmosfera che ammorba le rive del Danubio in questi giorni, a 48 ore dall' incontro del premier Viktor Orban con il presidente della Commissione europea Juncker.

     

    Si raccomanda con i turisti, mentre qualche stanza più in là, il vicepremier Janos Lazar sta incolpando la cancelliera tedesca Merkel del caos e dei disordini che dall' alba stanno infiammando la stazione di Keleti trasformata in un accampamento di profughi in fuga. Sono lì, almeno in 1500, tutti in piazza Baross, davanti all' entrata chiusa da un doppio cordone di poliziotti con il casco antisommossa attaccato alla cintura. Altri sono nell' atrio della metro, dormono sugli stracci, allattano i neonati, lavano le calze, i capelli, i denti, sotto tende montate tra i rifuti, sopra le scale, sui marciapiedi, cercano di proteggersi dai 34 gradi di questo primo settembre. E aspettano.

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    Vogliono raggiungere la Baviera, senza registrarsi: un sogno alimentato dalle parole della Merkel che ha annunciato l' apertura delle frontiere a tutti i siriani, subito interpretate, da questo fiume umano di disperati come un illusorio lasciapassare. L' immediato effetto è stato l' arrivo, in un giorno e mezzo, di 3500 migranti dall' Ungheria (3650 invece a Vienna, come riferito dalla polizia austriaca), per lo più in treno.

     

    Al centro della rotta Budapest è diventata lo snodo della rotta balcanica, ma anche della politica migratoria europea: l' emergenza ha acceso riflettori e microfoni su questo angolo d' Europa. E a Natasha Bertaud, portavoce della commissione europea per gli Affari Esteri che ieri si affrettava a sostenere che «Budapest ha tutto il diritto di difendere i propri confini a patto che rispetti le regole dell' Unione Europea», il governo ungherese rispondeva con l' annuncio dell' invio di 3500 soldati al confine Sud in supporto alla polizia: «Ma non potranno aprire il fuoco» assicura il vicepremier Lazar.

     

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    Il nodo è l' applicazione del codice Schengen. E su questo, ieri, dalla Slovenia, il ministro degli Esteri, Peter Szijjarto, è stato categorico: «Saranno registrati tutti i migranti che entrano in Ungheria, ma quelli economici, che non otterranno cioè asilo, verranno rispediti nello Stato da cui sono entrati nel Paese».

     

    Chi non ha fatto in tempo a partire per l' Ovest è rimasto a Keleti in questo limbo tra l' inferno della Siria e il paradiso tedesco, con le ore che si dilatano e la fame alimentata dall' angoscia: «Non capisco. Sono partiti tutti i miei amici, ma oggi "treni stop", perché? Perché io non posso andarmene?». Hozan ha 20 anni, in Siria studiava ingegneria all' Università. «Voglio andare a Monaco, continuare a studiare e da lì raggiungere Berlino dove ho i fratelli». E poi riattacca a urlare: «Germany, Germany».

     

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    Quasi alla meta Il governo magiaro ha motivato la chiusura del principale scalo ferroviario ungherese con il tentativo di applicare la normativa Ue, che richiede agli extracomunitari che vogliono muoversi dentro l' area Schengen di avere un passaporto e un visto. Jozen, 17 anni, Omar di 18 e Azak di 22, sono curdi, hanno il biglietto del treno, lo sventolano: «Ci abbiamo messo un mese a venire fin qui, ma questo è il momento peggiore». I poliziotti hanno usato anche i lacrimogeni per sgomberare Keleti.

     

    Trenta giorni è durata anche l' odissea di Tahara, 30 anni, e Ramin, di 24: a mezzogiorno si sono messi a lavare t-shirt e calzini in una bacinella recuperata davanti alla fermata della metro Kossuth Lajos Ter, perché la fila di rubinetti d' emergenza, sistemata fuori dallo scalo, è presa d' assalto; stendono poi sulla balaustra della piazza, sono afghani, dicono di essere diretti in Belgio, poi si correggono: «Germania prima».

     

    È QUESTA LA TERRA PROMESSA.

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    Colpa della Merkel, sostiene Budapest. Intanto in città corrono le sirene, la polizia, le ambulanze. Sono ore tese. «È questa la democrazia?» chiede un ungherese che cerca di raggiungere la stazione riaperta all' ora di pranzo, ma non per i migranti, zigzagando insofferente tra profughi che mangiano sul pavimento. L' odore del cibo speziato si mescola a quello di sudore. Qui chi non riesce a riposare, protesta.

     

    Amane, 28 anni, insegnava inglese a Darra nel Sud della Siria: «Mi hanno distrutto tutto, anche la casa: sono partita solo per i miei figli, ne ho 5, voglio che abbiano un futuro in Inghilterra, le nostre famiglie sono rimaste a casa, ma ci hanno dato i risparmi di tutta una vita per farci partire». Le siede vicino Rapha, 10 anni, i volontari le hanno regalato una scatola di pennarelli. I colori qui vanno a ruba, non soltanto tra i bambini. I papà li usano per scrivere sui cartelli le parole della protesta, e della speranza: «Freedom, Germany, Syria, Help». Libertà, Germania, Siria, aiuto. E «Why?». Perché?

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