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Lancio stampa de “l’Espresso”
A 5 anni dalle prime rivelazioni di WikiLeaks, parla l'uomo che l'ha fondata e vive da recluso nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra. “È una cosa assurda. Una vergogna. L'inchiesta degli Stati Uniti contro WikiLeaks è ritenuta la più grande mai condotta contro un'organizzazione giornalistica”. Parla il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, recluso dal 19 giugno 2012 (quasi tre anni) nell'ambasciata dell'Ecuador a Londra.
l ambasciata dell ecuador a londra
È proprio nell'ambasciata che “l'Espresso” lo ha incontrato per un'intervista esclusiva, a cinque anni esatti dalla prima volta in cui ha fatto tremare la più grande potenza del mondo, gli Stati Uniti, pubblicando il video “Collateral Murder”, in cui si vedeva un elicottero Apache sparare su civili inermi a Baghdad.
Da quell'aprile 2010, nulla è stato più come prima per lui, la sua organizzazione e la sua fonte: Chelsea Manning, la giovane soldatessa americana immediatamente arrestata, trattata per nove mesi in modo inumano e condannata a 35 anni per aver rivelato il vero volto delle guerre in Afghanistan e in Iraq, le atrocità di Guantanamo e i segreti della diplomazia Usa.
Nel colloquio con l'Espresso, Assange analizza il lavoro e il ruolo di WikiLeaks, l'assoluta impunità di cui godono i leader politici e militari responsabili delle atrocità della guerra al terrorismo rivelati dai file segreti: “Non devono rispondere a nessuno di quello che fanno”, mentre lui, Chelsea Manning e Edward Snowden sono ridotti a vivere da reclusi ed esiliati.
LADY GAGA VISITA ASSANGE NELL AMBASCIATA ECUADORIANA jpeg
“Ormai non si fa più manco finta che tutti gli individui siano uguali davanti alla legge”, spiega.
Quanto alla sua condizione, il fondatore di WikiLeaks non si fa illusioni di poter uscire dall'ambasciata a breve, anche se l'inchiesta per stupro dei procuratori di Stoccolma dovesse per lui finire felicemente nei prossimi mesi: “La ragione per cui ho chiesto asilo rifugiandomi qui non è mai stata l'indagine preliminare svedese, ma l'inchiesta americana”, racconta.
JULIAN ASSANGE E AMAL ALAMUDDIN
Alla domanda su cosa gli manchi di più dopo il lungo periodo in cattività Julian Assange risponde: “La gente cerca di farmi dire che mi manca ogni sorta di cosa, ma io dico solo che mi manca la mia famiglia e niente altro”. La sua battaglia continua infatti a condurla grazie ai computer che lo tengono collegato con il mondo.
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