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LA CANNES DEI GIUSTI - AVETE PRESENTE QUEI FILM COMPLICATI DOVE SI CAPISCE POCO E NIENTE E SPERI CHE DOPO 20, 30 MINUTI QUALCOSA CI SPIEGHI QUEL CHE STIAMO VEDENDO? BEH. A VOLTE CAPIAMO TUTTO E I FILM FUNZIONANO. A VOLTE NO. ALTRI RIMANI UN PO’ A BOCCA APERTA. QUESTO “L’INCONNUE”, MYSTERY-THRILLER METAFISICO SULLA MEMORIA E L’IDENTTITÀ, DIRETTO DAL FRANCESE ARTHUR HARARI AL SUO SETTIMO FILM DA REGISTA, ANCHE DOPO UN’ORA RIMANE ABBASTANZA UN’ENIGMA. DICIAMO CHE È IL SUO FASCINO…
Cannes 2026. “L’inconnue” di Arthur Harari
Marco Giusti per Dagospia
Avete presente quei film complicati dove si capisce poco e niente e speri che dopo 20, 30 minuti qualcosa ci spieghi quel che stiamo vedendo? Beh. A volte capiamo tutto e i film funzionano. A volte no.
Altri rimani un po’ a bocca aperta. Questo “L’inconnue”, mystery-thriller metafisico sulla memoria e l’identtità, diretto dal francese Arthur Harari al suo settimo film da regista, per la prima volta in concorso, più noto forse come sceneggiatore di “Anatomia di una caduta”, interpretato da Lèa Seydoux, Niels Schneider e Valerie Dreville, anche dopo un’ora rimane abbastanza un’enigma.
Diciamo che è il suo fascino. Un po’ come ai tempi di “Blow Up” di Michelangelo Antonioni, che sembra il suo modello nascosto. Nato da una graphic novel dallo stesso titolo scritta col fratello Lukas, che ha scritto con Harari e Vincent Poymiro anche la sceneggiatura, fotografato da un terzo fratello Harari, Tom, segue un suo particolare percorso con una narrazione biforcuta che porta le persone a entrare nel corpo di altre persone. Più da manga che da Gogol.
Così, come se non ci fossero già fin troppi film con protagoniste donne, quello che sembrava nei primi dieci minuti il protagonista, il fotografo David Zimmerman interpretato da Niels Schneider, una specie di Gesù Cristo magro e sempre zitto, entra nel corpo di Léa Seydoux. Mi spiego meglio.
Prima la vede a una festa. Ha un colpo di fulmine, perché è una bella sconosciuta della quale ha una fata a casa. La segue e, dopo una furibonda scopata (cosa che capita in tutti i film della Seydoux a Cannes), lui, maschio, diventa lei, donna, che non capisce cosa sia successo. Noi ancora meno.
Per tutta risposta Léa Seydoux torna casa del fotografo David (ma come fa a avere le sue chiavi in tasca?), e inizia almeno a cercare di capire di chi sia il suo corpo. Dovrebbe appartenere a un’attrice, certa Eva nonsoche. Ma non ricorda assolutamente nulla di questa ragazza.
Se pensate che Eva sia dentro il corpo del fotografo, sbagliate, perché ci abita un’altra ragazza. Vabbé. Diciamo che non è il capolavoro che ci aveva descritto Thierry Frémaux inserendolo nel concorso. Magari va rivisto con più attenzione. Intanto ha diviso in due il pubblico dei critici.
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