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COME SI È ARRIVATI ALLO SFORAMENTO DEL DEFICIT ITALIANO PER UN MISERO 0,1%? LO SPIEGA FEDERICO FUBINI: “SAREBBERO BASTATI APPENA 600 MILIONI DI EURO DI DISAVANZO IN MENO (LO 0,03% DEL PIL) PER ARROTONDARE IL SALDO 2025 AL 3%. NON SONO MANCATE TENSIONI FRA LA RAGIONERIA DELLO STATO E EUROSTAT IN QUESTI MESI: GLI STATISTICI EUROPEI HANNO ESPRESSO DUBBI SULLA CLASSIFICAZIONE CONTABILE SENZA COPERTURA DI 600 MILIONI DI SCONTI ALLE IMPRESE E PER ALTRI 600 MILIONI DI SPESE PNRR SUGLI STUDENTATI ADDOSSATI A CDP (FUORI BILANCIO) ANZICHÉ AL MINISTERO DELL’ECONOMIA. EUROSTAT L’HA DATA VINTA ALL’ITALIA, MA ALLA FINE SI È IRRIGIDITA…”
Estratto dell’articolo di Federico Fubini per il “Corriere della Sera”
GIANCARLO GIORGETTI - GIORGIA MELONI - FOTO LAPRESSE
L’Italia per certi versi è avanti sulla tabella di marcia. Nel Documento programmatico di bilancio per il 2025, dell’autunno 2024, l’obiettivo di disavanzo per l’anno scorso era indicato al 3,3% del prodotto lordo (Pil); peraltro, in calo dal 7,2% del 2023.
Poi la situazione era parsa migliorare ancora, almeno per i saldi annuali: nell’ottobre scorso il Documento programmatico di finanza pubblica indica una previsione al 3% «a legislazione vigente» (che in realtà era un 3,04%, giusto un filo sotto il livello che avrebbe portato a un arrotondamento verso l’alto a 3,1%).
Il dato certificato ora dalle agenzie statistiche dell’Italia (Istat) e della Commissione europea (Eurostat) — deficit sul 2025 al 3,1% del Pil — è un po’ peggio di quanto pareva possibile sei mesi fa; e meglio di quanto sembrava diciotto mesi fa. Centrare l’obiettivo del 3% avrebbe fatto sperare nell’uscita dalla procedura per deficit eccessivo, il cui unico effetto sui conti sarebbe stato di dare margini all’Italia nello spendere di più nella difesa. Non è successo. […]
Resta il mistero: com’è stato possibile mancare l’obiettivo di deficit? Sarebbero bastati appena 600 milioni di euro di disavanzo in meno (lo 0,03% del Pil) per scendere dal 3,07% al 3,04% e poter arrotondare il saldo 2025 al 3% voluto. Di solito in queste condizioni per la Ragioneria spostare qualche spesa da dicembre a gennaio, mandandola all’anno dopo, è facile. Invece non è successo. La premier accusa il Superbonus e senz’altro esso grava sui conti.
giorgia meloni giancarlo giorgetti foto lapresse
Ma era già pienamente previsto e scontato in un disavanzo che a ottobre scorso si prevedeva da 68,78 miliardi di euro. Alla fine è stato proprio di 600 milioni in più, a 69,38 miliardi. Perché?
A quanto pare, non sono mancate tensioni fra la Ragioneria dello Stato e Eurostat in questi mesi: gli statistici europei hanno espresso dubbi sulla classificazione contabile senza copertura di 600 milioni di sconti alle imprese per la prevenzione Inail e per altri 600 milioni circa di spese per il Piano di ripresa (Pnrr) sugli studentati addossati alla Cassa depositi e prestiti (fuori bilancio) anziché al ministero dell’Economia. Eurostat l’ha data vinta all’Italia su questi due punti, ma alla fine si è irrigidita proprio sugli ultimi 600 milioni che hanno determinato lo sforamento.
Peraltro resta aperto nel Documento di finanza pubblica la questione della crescita minima e dell’impatto impalpabile del Pnrr. Dice Stefano Firpo, direttore generale di Assonime: «Non c’è nessuna rendicontazione degli effetti concreti delle riforme e degli investimenti del Piano».
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