"CHIESI A DELL'UTRI SE FOSSE PREOCCUPATO PER IL PROCESSO?' MI RISPOSE: 'HO UN CERTO TIMORE E NON……
1. RIFORME, RENZI MINACCIA DI FAR SALTARE LE VACANZE AI SENATORI
Carlo Bertini per “La Stampa”
L’offensiva ai più alti livelli scatterà già stamattina, quando il premier capirà se ci sono le condizioni politiche per sbloccare in qualche modo le resistenze degli ostruzionisti. Ieri sera tardi, appena atterrato in Italia reduce dalla sua tre giorni in Africa, Matteo Renzi ha fatto il punto a Palazzo Chigi con i suoi più stretti collaboratori. Che lo hanno aggiornato sulla situazione al Senato, dove si teme di non riuscire a chiudere la prima lettura della riforma clou entro l’estate.
Il rischio è quello di non mantenere i tempi prefissati e quindi di pregiudicare la credibilità del paese, con possibili ripercussioni anche oltre confine: dove la flessibilità richiesta in Europa poggia sugli impegni assunti sulle riforme strutturali da attuare senza dilazioni e con una tabella di marcia incalzante. E dunque dopo la prima verifica per capire se si trova il modo di far fare un passo indietro a chi resiste, Renzi deciderà come procedere.
FIDUCIA AL GOVERNO RENZI IN SENATO FOTO LAPRESSE
Al Senato stamattina presto gli ambasciatori del premier proveranno a usare l’arma della politica, provando a offrire qualche concessione sul tema delle garanzie e dei contrappesi ai «compagni» di Sel, che da soli hanno scodellato seimila emendamenti. Non si escludono sondaggi anche con i grillini, di certo c’è un canale di trattativa con la Lega sui poteri delle regioni.
E se non si otterrà nulla si passerà alla prova di forza: la seconda arma saranno le sedute notturne a oltranza per piegare le resistenze, andando avanti come treni in aula fino ad esaurimento delle energie.
Renzi ha passato l’ultimo dei tre giorni nel continente africano per promuovere gli investimenti di imprese italiane di prima grandezza, costantemente informato di quanto accadeva nel Palazzo. Lo stallo. E stamattina tra una foto opportunity e l’altra a Palazzo Chigi per la firma di contratti di sviluppo strategici di imprese italiane e straniere nel sud del paese, prenderà in mano la situazione.
Ma il report che gli hanno fatto ieri notte non lo ha messo affatto di buon umore. La paura di non riuscire a farcela in tempo poggia su basi solide, «meglio non fare i conti altrimenti ci si spaventa: anche stringendo i tempi solo sull’articolo uno ci sono 800 emendamenti, basta che ognuno abbia un minuto per illustrarli...», fanno sapere i suoi da Madama.
vendola saluta i militanti di sel
E il problema è che le proposte di modifica sull’intera riforma sono dieci volte più numerose. E al netto degli annunci roboanti, il timore dell’inner circle del premier, dopo il primo giorno di stallo in aula, è che non si riesca a chiudere la partita prima delle ferie. «I nostri senatori, un centinaio, hanno chiesto come regolarsi e gli è stato detto che dall’8 agosto in poi erano liberi. Hanno prenotato e pagato viaggi, biglietti aerei, vacanze e se si va oltre come fai a tenerli qui?» è uno degli interrogativi che si pongono ai piani alti del Pd. Dove sanno che tutti gli altri gruppi si sono regolati di conseguenza.
Ma Renzi non è sensibile al tema delle ferie dovute ai tacchini che non vogliono finire in forno, «le riforme vengono prima delle vacanze dei senatori, si vada avanti a oltranza con tutti gli strumenti consentiti dal regolamento, il paese non aspetta e noi non ci lasceremo fermare. Vediamo chi si stanca prima» è la sua linea, come i suoi sanno bene.
Insomma il governo è disposto ad un ulteriore confronto su alcuni aspetti della riforma, ma niente più. Il premier è determinato a portare a casa la riforma cui ha legato la propria carriera politica, quindi resta sempre l’arma finale, quella della minaccia di un voto anticipato, perché come spiega uno dei suoi uomini «se ce lo impediranno ciascuno si prenderà le sue responsabilità . E a molti fa più comodo restare qui in Senato altri tre anni piuttosto che andare a casa subito...».
2. ADESSO IL VOTO IN SENATO PUÒ SLITTARE
Antonio Pitoni per “La Stampa”
«Ho sentito alcuni parlare di svolta autoritaria. Questa è un’allucinazione». La tensione sale quando Maria Elena Boschi rispolvera Fanfani: «Parlare di svolta illiberale è una bugia e le bugie in politica non servono». Quanto basta ad innescare la miccia della contestazione che parte, immediata, dai banchi del Movimento 5 Stelle. Tra applausi (ironici) e grida (in coro) che sovrastano la voce della ministra impegnata a chiudere il suo intervento sulla discussa revisione del Senato e del Titolo V della Costituzione.
Con lo spettro dell’ostruzionismo sempre incombente (quasi 8.000 gli emendamenti) e l’incognita dei dissidenti (tanto del Pd che di Forza Italia), il governo porta comunque a casa il primo round con la bocciatura (184 no, 56 sì e 14 astenuti) della proposta avanzata da M5S e Sel di interrompere l’esame in Aula per rispedire il testo in commissione.
Parentesi che ritarda di qualche ora l’esame degli emendamenti sulla «madre di tutte le battaglie», come la definisce la Boschi. «Il governo ha legato in modo indissolubile il proprio cammino al percorso delle riforme», ribadisce, del resto, il ministro. Di certo, la partita tra il governo e le opposizioni entra nel vivo.
«Ci potrà essere un tentativo di rallentare questo cambiamento, un ostruzionismo che ci può portare a lavorare una settimana di più e sacrificare un po’ di ferie – avverte la Boschi –. Ma manterremo la promessa di cambiare». Forte della certezza che «questo testo uscito dalla commissione è ampiamente condiviso» e sostenuto da «una maggioranza che va oltre la maggioranza che sostiene il governo». E della consapevolezza che «oggi è il tempo delle scelte, il tempo di decidere», per non sprecare «l’ultima chance di credibilità per la politica».
Un percorso ad ostacoli lungo il quale il M5S si prepara a mettere «un sasso, due sassi, centomila sassi», promette il capogruppo a Palazzo Madama, Vito Petrocelli. Mentre via Facebook Luigi Di Maio pone una domanda che suona come una provocazione: «Il Pd avrà il coraggio di abolire l’immunità parlamentare?». Obiezioni alle quali si aggiungono quelle di Sel.
«Il vero problema dell’Italia oggi è il lavoro – incalza il capogruppo alla Camera, Arturo Scotto –. Renzi, impegnato com’è a ridefinire l’architettura istituzionale del nostro Paese non se n’è accorto». Tra le incognite si fa largo anche la posizione della Lega che con Jonny Crosio boccia la replica della Boschi: una «tesina» studiata «a memoria» e «appena sopra la sufficienza». Motivo: le richieste «migliorative» al Titolo V rimaste senza risposta.
Perfino il correlatore Roberto Calderoli si lascia scappare una battuta che è tutta un programma: «In politica servono risposte politiche, non discorsi generici». Senza contare i senatori del Pd - secondo Corradino Mineo «dovrebbero essere una ventina» - che considerano il testo «inconsapevolmente autoritario» invocando una correzione di rotta.
Su referendum, leggi di iniziativa popolare, partecipazione del Senato alle decisioni europee e all’approvazione del bilancio oltre alle nomine delle istituzioni di garanzia, la relatrice Anna Finocchiaro lascia aperta la porta dell’«approfondimento». Ma le vere insidie per il governo si concentrano su elettività del Senato e riduzione del numero dei deputati.
Punti sui quali M5S, ex M5S, Sel, dissidenti di Pd e FI, ma anche senatori che sostengono la maggioranza, potrebbero convergere. Mentre sulla riforma elettorale, con un post sul blog di Grillo firmato anche da Luigi Di Maio, i grillini tornano ad incalzare il Pd su soglie di sbarramento, premio di maggioranza, doppio turno e preferenze, che anche Pierluigi Bersani ha chiesto di ripristinare.
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