
DAGOREPORT – IL GOVERNO RECAPITA UN BEL MESSAGGIO A UNICREDIT: LA VALUTAZIONE DELL’INSOSTENIBILE…
Stefano Cingolani per "il Foglio"
C'è già chi giura che è tutta colpa della politica. Ebbene sì, mica succede solo nell'Italia dei Berlusconi, degli Agnelli e dei De Benedetti; accade anche in America dove il quarto potere si vanta di essere separato dagli altri tre, anzi un filino più in alto almeno da quando Walter Lippmann, il mito di tutti i giornalisti, nel 1922 s'inventò la teoria dell'opinione pubblica intuendo che alla lunga i sondaggi avrebbero sostituito le urne.
Per i Forbes la politica è sempre stata una indomita passione, insieme ai soldi e ai giornali: un triangolo di amori e odi al quale hanno dedicato energie vitali e finanziarie, finché l'ultimo erede è stato costretto a mollare tutto. La rivista patinata che per quasi un secolo ha titillato i ricchi e fatto sognare i poveri, è in vendita con tanto di appendice internet. Si sono presentati i cinesi della Repubblica popolare con la conglomerata Fosun International e i cinesi di Singapore con Spice Global Investments, ma ci hanno fatto un pensierino anche i tedeschi di Axel Springer.
Si tratta sul prezzo: la famiglia Forbes vuole mezzo miliardo di dollari, cifra già ritenuta esosa da Time ed eccessiva da tutti gli altri pretendenti. Perché la bibbia dei miliardari, quella che anno dopo anno pubblica la classifica dei 400 uomini più ricchi al mondo, sta andando fuori mercato. La politica, dicevamo, ci ha messo lo zampino.
Lo ha fatto indirettamente, dato che sta cambiando lo spirito del tempo: il sogno americano ha ceduto il passo alla disillusione dei ceti medi frustrati, il risentimento della underclass prodotta dalla crisi ha sostituito la lotta di classe, l'austerità ha coperto il lusso con una coltre di pregiudizio e ipocrisia.
Dunque, la classe agiata che ha fornito il sostegno socio-culturale al secolo americano, non tira più come un tempo; chi ne fa l'elogio è out e rischia di non essere più nemmeno invitato negli Hamptons. Ma la politica ha giocato un ruolo molto più diretto contribuendo in modo determinante a svenare la famiglia Forbes, travolta dagli eroici furori di Steve, il figlio maggiore, erede della "roba".
Per due volte, nel 1996 e nel 2000, si è candidato tra i repubblicani nell'illusione di correre per la Casa Bianca e non è mai riuscito a superare le trappole del partito. Ha speso tra i 70 e i 100 milioni di dollari. S'è attirato l'odio dei giornali concorrenti, l'invidia dei candidati rivali, le cattiverie di chi nel Grand Old Party spala sangue e merda per farsi strada. Lui, l'elitista per antonomasia, è stato sepolto dalla new wave populista.
Il padre, Malcolm Steve, era stato eletto senatore del New Jersey e aveva tentato nel 1957 di diventare governatore. Un'ambizione alla sua portata. Miliardario eccentrico, terzo figlio di Bertie Charles Forbes, immigrato scozzese che aveva fondato la rivista nel 1917, amante dei viaggi in pallone e delle crociere sul fiume Hudson con lo yacht pieno di belle donne e di grandi nomi (ospiti regolari gli Agnelli), alla sua morte, nel 1990, ha lasciato tutto nelle mani di Steve che nei ruggenti anni Ottanta aveva vissuto anche lui un momento da Grande Gatsby: nel 1985 il legame con Ronald Reagan lo ha proiettato nella politica attiva prima come gran sostenitore e suggeritore, poi come protagonista diretto.
La Flat tax, cioè un'aliquota fiscale bassa e unica (17 per cento per tutti), è stata a lungo il suo cavallo di battaglia e sembrava un'idea vincente. Sennonché la stampa liberal lo ha messo sotto tiro. Fortune ha tirato fuori che orientava, insomma ricattava, gli inserzionisti pubblicitari. Ah, il maledetto conflitto d'interessi! Nel 2000 tenta di avvicinarsi alla destra più conservatrice su temi come l'aborto o la politica estera (con lo slogan "US not UN"), non gli serve a vincere nell'anno di George W. Bush.
Pur di assicurarsi gli ingenti fondi che avrebbero dovuto aprirgli il mantello di Nike, vende parte delle sue quote ad altri membri della famiglia che anziché ringraziarlo non gli perdonano la doppia sconfitta. Quando torna con la coda tra le gambe, Steve è un uomo frustrato.
Non abbandona la politica, nel 2007 ci riprova a fianco di Rudolph Giuliani, nel 2008 appoggia John McCain, e porta a casa altre sonore batoste, riducendosi negli anni successivi a un ruolo di supporter soprattutto verso l'ala reaganian-liberista, quella incarnata da Ron Paul, ma senza la forza aggressiva dei fratelli Koch. Tutti quei dollari gettati al vento, una catena di delusioni e poi la grande crisi. Il clan Forbes non ha nessuna intenzione di mantenere un giocattolo così costoso.
Tanto più che tira una brutta aria per tutti i magazine economici: Businessweek e Fortune sopravvivono come appendici di Bloomberg l'uno e di Time l'altro. E anche in giro per il mondo la formula sembra avere fatto il suo tempo, soppiantata dalla pluralità di fonti offerte oggi attraverso la rete (in Italia Rcs ha deciso di chiudere il Mondo, l'ultimo sopravvissuto dopo che Mondadori ha già da tempo rottamato Economy). I triplici amori (politica, finanza e media) avvicinano Michael Bloomberg ai Forbes.
I suoi tre mandati come sindaco di New York sono stati un successo, e anche lui coltiva la speranza di correre, prima o poi, per la Casa Bianca. Ma, più dotato di senso pratico, per il momento ha messo a freno le proprie, pur smisurate, ambizioni. Bloomberg è tornato a bottega, anche se ha lasciato la gestione operativa al suo ex vicesindaco Daniel Doctoroff che nel frattempo ha portato il gruppo a tallonare Thomson Reuters.
E stiamo parlando di colossi che fatturano l'uno 8 l'altro 13 miliardi di dollari. Il business di Bloomberg funziona, ancorato com'è al lavoro quotidiano dei trader che macinano informazioni di base. Insomma, è un po' come operare sul mercato delle materie prime rispetto a quello dei beni di lusso. Del resto, oggi si usa dire che le notizie sono come le commodity.
E la rivoluzione tecnologica è destinata a soggiogare i vecchi tycoon, insieme alla sindrome dei Buddenbrook che attraversa tutte le grandi famiglie. Una pioggia di luttuoso compianto ha accompagnato nel 2007 l'addio dei Bancroft al Wall Street Journal finito tra i denti dello Squalo, alias Rupert Murdoch.
E' vero, i trenta membri della famiglia si sono portati a casa 1,2 miliardi di dollari per la loro quota del 42 per cento, ma hanno detto addio a un'icona dell'America, e non solo quella finanziaria o mediatica. Hugh, il primo dei Bancroft a prendere possesso del giornale creato da Clarence Barron, si suicidò nel 1933, nel bel mezzo della Grande depressione e i figli affidarono il gruppo Dow Jones e il Journal a professionisti di alto profilo.
Durante la Seconda guerra mondiale, Mary, una delle figlie di Hugh, lavorò per l'intelligence americana in Svizzera e raccontò tutto nel libro "Autobiografia di una spia". Figli, nipoti, pronipoti hanno continuato a frequentare i campi di golf e di polo, le regate e le corse di cavalli, mentre nel grattacielo di Manhattan si macinavano gli indici azionari (il famoso Dow Jones dei primi trenta titoli quotati a Wall Street) e le notizie economiche.
Hanno attraversato l'età d'oro e la crisi degli anni Settanta, hanno sostenuto la rivoluzione reaganiana e la globalizzazione, hanno superato l'11 settembre, ma hanno cominciato a soffrire la concorrenza di nuovi arrivati come Bloomberg e il salto tecnologico creato da internet. Soprattutto, hanno perduto quello slancio vitale che secondo Joseph A. Schumpeter consente all'imprenditore di rinascere ogni volta dalle ceneri. All'incerto profitto hanno preferito una pasciuta rendita. Anche questo succede in America e non solo in Italia. Gli eredi Chandler hanno fatto lo stesso calcolo delle convenienze quando nel 2000 hanno ceduto il Los Angeles Times a un editore più motivato come il gruppo Tribune di Chicago. Un tempo erano potentissimi: "Nessuno aveva mai dominato una singola regione americana come i Chandler la California", ha scritto David Halberstam. Sono durati un secolo, poi gli eredi che controllano la fondazione proprietaria di due terzi della società hanno venduto in gran segreto, senza dirlo nemmeno a Otis Chandler l'uomo che aveva portato il giornale nell'élite dell'informazione.
Non c'erano alternative, ha ammesso lo stesso Otis: "Privi di tv, con una posizione irrilevante su internet, non avremmo potuto resistere". Senza contare che un miliardo e 430 milioni di dollari sono davvero un bel gruzzolo che consente di coltivare i propri hobby per almeno una generazione. Per i Graham, invece, si è trattato di una resa incondizionata al nuovo mondo. Il Washington Post è passato l'anno scorso a Jeff Bezos il vulcanico creatore di Amazon, per 250 milioni di dollari in contanti.
Certo, nonostante tutti i suoi premi Pulitzer in bella vista, non era più il giornale che nel 1974 fece cadere Richard Nixon. Fondato nel 1877 resta un foglio locale finché nel 1933 in piena bancarotta non lo compra all'asta Eugene Meyer ex presidente della Federal Reserve che ne restaura le finanze e la reputazione. Nel 1946 lo passa al genero Philip Graham, ma sarà sua moglie Katharine, figlia di Meyer, a renderlo la voce più informata e più influente della politica americana.
Ancora la politica, sì; ma questa volta gioca in favore sia dell'editore sia del giornale. Regina dei salotti, Katharine Meyer Graham ha fatto e disfatto carriere eccellenti, presidenti persino. E' stata lei, insieme a un'altra gran dama potente e intrigante come Pamela Churchill Harriman, a sdoganare Bill Clinton. Il giovane e determinato governatore dell'Arkansas che tirava il partito verso il centro veniva snobbato dall'aristocrazia democrat e avversato dalla maggioranza liberal.
Il via libera della Graham e le cene della Harriman a Park Avenue, gli asfalteranno la strada verso la Casa Bianca. C'è chi resiste come Arthur Ochs Sulzberger, anche se ha dovuto chiedere aiuto al magnate Carlos Slim per puntellare il New York Times, entrato nelle mire di Bloomberg quando era ancora sindaco.
Adesso, il patron di América Móvil che ha fatto i quattrini con le privatizzazioni modello post socialista del Partito rivoluzionario messicano, entrato nel tempio del giornalismo liberal, punta a diventare il primo azionista. Una mossa amichevole, per ora, ma a Wall Street scommettono che tenterà la spallata quando scadranno i suoi warrant, i contratti di acquisto, il 15 gennaio del prossimo anno.
Ben più solido appare Rupert Murdoch, arrivato però, lui pure, al passaggio difficile della transizione generazionale. Tra prole irrequieta e divorzi senili, c'è chi accende un fanalino rosso persino sulla porta di News Corporation, il più grande gruppo multimediale al mondo insieme a Time Warner. In politica, il magnate australiano è intervenuto direttamente, scendendo in campo come burattinaio, prima in patria poi a Londra con Margaret Thatcher e Tony Blair o a New York e Washington offrendo FoxTv ai neocon.
In fondo è il vero modello al quale si è ispirato in Italia Carlo De Benedetti con la Repubblica, il giornalepartito. Politica, eredità , tecnologie, un mélange micidiale anche in Europa. Leo Kirch, il magnate bavarese che ha cominciato comprando i diritti per distribuire "La strada" di Federico Fellini, non ha mai nascosto i suoi sentimenti e i suoi legami di amicizia personale con Helmut Kohl.
Ha lanciato la prima tv commerciale Sat1, s'è impadronito della Bild alla morte di Axel Springer, ha acquistato e gonfiato i diritti sportivi della Bundesliga e della Formula Uno, diventando socio di Silvio Berlusconi. Quando nel 1999 scoppia lo scandalo dei finanziamenti illeciti alla Cdu, viene fuori che Kirch ha versato 6 milioni di marchi al partito durante il cancellierato Kohl. Nel 2002 dichiara bancarotta. Si ritira in Svizzera poi qualche anno dopo ricompra una quota del suo vecchio gruppo; un indomito leone fino alla sua morte nel 2011.
Né lui né i suoi eredi hanno mai smesso di ritenere la Deutsche Bank responsabile del fallimento e la disputa giudiziaria si è chiusa solo due anni fa con la condanna della banca a pagare un miliardo di euro. L'allora presidente Rolf Breuer, parlando nel 2002 al forum di Davos riunito a New York, aveva messo in dubbio la solidità finanziaria di Kirch dicendolo apertamente in televisione.
I Kirch hanno sempre sostenuto che era un attacco a freddo, una manovra politicofinanziaria per mettere a terra Leo con gran goduria dei suoi rivali di sempre, Springer e Bertelsmann. Succede anche in Germania, non solo in Italia dove semmai lo si fa con più stile: quando nel 1993 Enrico Cuccia pensò che Berlusconi fosse troppo indebitato, si limitò a dirlo sottovoce al presidente della Banca Commerciale.
E succede in Francia, dove editori nazionali prima perdono la loro indipendenza, poi la loro nazionalità . Vincent Bolloré sta cercando di creare un gruppo nei media, mettendo insieme Havas, la società che raccoglie pubblicità , con giornali, case editrici, tv. La sua sponda è la destra tecnocratica alla Nicolas Sarkozy.
Ci prova Lagardère, erede del gruppo nato costruendo armi e aeroplani, più vicino ai socialisti moderati. Libération, fondata da Jean Paul Sartre, roccaforte gauchiste, pied-à -terre del principe Carlo Caracciolo, resta in piedi, per una bizzarria plutocratica, grazie a Edouard de Rothschild. Il Monde nel 2010 viene salvato dal trio Pierre Bergé (l'uomo d'affari già partner di Yves Saint Laurent), Matthieu Pigasse (banchiere) e Xavier Niel (imprenditore delle comunicazioni); la sua vendita diventa un affare di stato e scende in campo l'allora presidente Sarkozy che offre una partecipazione diretta dello stato.
Il governo francese versa aiuti alla stampa e il Monde è il beneficiario numero uno con 17 milioni di euro quasi quanto il Parisien; Libération ne prende 14; il Figaro, saldamente in mano al costruttore Bouygues, ne ottiene 13. La chiamano exception culturelle. Quel che accade in Italia, la guerra interna a Rcs condotta da Diego Della Valle contro John Elkann, con Urbano Cairo (che nel frattempo ha acquistato La7) in stand-by, le difficoltà di Carlo De Benedetti, il riposizionamento del gruppo Fininvest, è cronaca giornaliera e non materia di questo articolo; ce ne saranno altri per seguire gli eventi.
L'unica cosa chiara è che la crisi ha accelerato ovunque la selezione mediaticodarwiniana. Non esiste, dunque, un caso italiano, ci sono versioni nazionali di alcune regole generali che cambiano con le circostanze storiche. Oggi nessun grande gruppo editoriale può resistere se ha solo basi nazionali, se non è forte anche sulla tv e su internet, se non gioca un ruolo di primo piano non solo sul mercato finanziario, ma anche su quello politico. Internet ha ucciso la stampa scritta; è ormai senso comune, evocando quel che veniva ripetuto quando è arrivata la televisione.
Anzi, peggio ancora: la rete sarebbe destinata a catturare e ingoiare la stessa tv. Per ora non è così, ma la convergenza dei mezzi viene considerata ineluttabile da tutti gli analisti. Anche i nuovi padroni del gran contenitore universale, però, cercano produttori di contenuti. Se l'informazione è una commodity come il petrolio, bisogna estrarla dai recessi e trasformarla.
Non basta la notizia esclusiva o l'acuta analisi, ci vuole un marchio che dia prestigio e credibilità . Occorre visibilità sulla carta stampata o sugli schermi. Google, Facebook, Amazon si dividono già la distribuzione, li vedremo presto conquistare anche la produzione.
Con il rischio che la sfrenata libertà esaltata dagli ideologi del web entri a passi da gigante in un universo orwelliano. Pericoli, angosce, morti e feriti sul terreno (persino cantori della grande ricchezza come Steve Forbes). E' una rivoluzione che tutto macina trascinando montagne di scorie. Quando sembra di aver capito dove va, ecco che cambia già direzione, scarta a destra e a sinistra, l'evoluzionismo eracliteo lascia spazio alla dinamica quantistica che ha rivalutato Zenone. Non resta che osservare, curiosi e perplessi.
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