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Pietrangelo Buttafuoco per âIl Foglio'
Rasputin più che Putin. Neppure il capo della Federazione Russa può pensare di alzare il telefono e chiamare Silvio Berlusconi senza farsi briffare da Mariarosaria Rossi, fresca nel ruolo di amministratore di Forza Italia, con potere di firma e di parola: "Buongiorno Vladimir, può anche parlarne con me".
Smista lei, decide lei. Non c'è maggiorente della vecchia guardia che non si senta trasalire nello scorgere lei, sempre in agguato, tra le stanze di Casa Berlusconi- Pascale. Perfino Cesare Previti - ormai datosi - se ne stava in soggezione; Gianni Letta le rivolge cauti sorrisi e Fedele Confalonieri, guardingo, quando borbotta tra sé e sé, se interrogato - "ha detto qualcosa?" - risponde: "Canto una cavatina, non si può?". Smista lei, risponde lei.
"Non è vero", puntualizza coi fedelissimi Daniela Santanchè, "io no, non mi faccio briffare, io parlo direttamente con lui". E tuttavia è la Rossi a brandire il telefono privato di Berlusconi.
Nella gestualità definitiva di Palazzo Grazioli, quello smartphone è come la clava nel pugno di Ercole, come il bastone da maresciallo nello zaino di Napoleone, come il famoso affare - il "disturbo" - oggi esposto sotto formalina al museo dell'eros di San Pietroburgo - mimetizzato tra le pieghe della tonaca di Grigorij Efimovic Rasputin, il terribile monaco alla corte dello zar. Sogghigna sempre, lei.
Quando entra al Senato - è senatrice - le si raggruma intorno un codazzo di uomini e donne grande il doppio rispetto a quello dello stesso presidente Grasso. Sogghigna a tutti, lei. Anche agli alfaniani. Ma, non essendo un monaco, sorride e ghigna con quella dolcezza propria della piccola maga. Rasputin, appunto.
Minuta, magrissima in volto e però forte di respiro, Mariarosaria da Cinecittà - il quartiere romano della sua giovinezza di militante vera - è sontuosa nelle movenze. E se alla Camera dei deputati ebbe a guadagnarsi - a suo tempo, correva la XVI legislatura - il nomignolo onomatopeico "Patapunfete", avendolo avuto da chi ne profetizzava un rovinoso precipitare morbido da quelle scale dov'è adesso ben abbarbicata, il patapunfete lo procura intanto lei a tutte e a tutti - dal cuoco Michele a Marinella Brambilla, la segretaria storica di Berlusconi - non consentendo che a pochi l'accesso alla stretta cerchia dove il Cav., pur di cavarsi dai fastidi della politica, si lascia ben volentieri imprigionare.
Tale e quale Rasputin, e però con sagacia di femmina, Mariarosaria sovrintende i giorni, le notti e le opere del presidente. Prorompente di suo, la Rossi - che è plenipotenziaria vera - aggira i meccanismi di politicizzazione del personale domestico. E di tutti i clientes che non potranno mai parlare col capo, ne fa schiuma. Sicura di sé, invidiata e temuta da tutti, Rossi non esorbita e si consente perfino di sbadigliare alle riunioni, alzandosi per dedicarsi - nello scorrere delle ore - ai doveri del Götterdämmerung.
Un po' la questione è questa, se proprio non è Martin Bormann - così come quella casa non è il Bunker del Führer - lei è certamente rasputinizzata da chi la subisce. E la fatica quotidiana di Mariarosaria, già attivista nei gazebo, è quella di verificare se - nel fuggire dei traditori, perfino nel bel mezzo della campagna elettorale - risulti più debole lo zar o la zarina, ovvero Francesca Pascale, la soavissima fidanzata del presidente.
Influentissima e dominatrice, Rossi, che è ben più di ciò che i suoi detrattori pensano - non è ciò che Rosi Mauro fu per Umberto Bossi, per capirsi - è amica, confidente e compagna di aperitivo della signora Pascale. E tutto ciò in solida trinità con l'altra fondamentale figura del matriarcato da combattimento, Marina, la figlia del Cav. che - sebbene come il piccolo zarevic, Aleksj, è erede - non è certo soggetta a nefaste influenze. Anzi.
Tale e quale Rasputin, e quindi con sagacia di femmina, Mariarosaria Rossi, amministratore di Forza Italia e perciò titolare del potere di firma - e del potere di mettere in lista, sempre che il partito sopravviva ai risultati elettorali di domenica - non è una Barbara Matera, non è Annagrazia Calabria e neppure Gabriella Giammanco che pure è sua protetta. Mariarosaria Rossi la cui voce, ferma, raggela chiunque cerchi di parlare a lui, immerso nel sospiro lungo dell'abbuio, è lo spigolo puntuto di quella tana dove Berlusconi ha eletto il suo rifugio, apparentemente gabbia le cui sbarre sono puntali di tacco 12. Quelli di Francesca Pascale, naturalmente. Quelli di Marina, anche. E quelli di questa piccola maga. Che smista. E decide.
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