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IL GIORNO IN CUI È STATA DISTRUTTA LA FEDE NEL LIBERO MERCATO – 23 OTTOBRE 2008. AL CONGRESSO USA VA IN SCENA L’AUDIZIONE DELL’82ENNE ALAN GREENSPAN, EX PRESIDENTE DELLA FEDERAL RESERVE. LEHMAN BROTHERS È APPENA FALLITA E LE BORSE SONO IN CADUTA LIBERA, GREENSPAN PARLA DI UNO “TSUNAMI” E DICHIARA DI ESSERE SOTTO CHOC: “HO TROVATO UNA FALLA NELLA MIA IDEOLOGIA. PER QUARANT’ANNI HO AVUTO PROVE CHE FUNZIONASSE ECCEZIONALMENTE BENE” – QUALE FOSSE L’IDEOLOGIA LO AVEVA DETTO IN PASSATO: “I MERCATI LIBERI E COMPETITIVI SONO DI GRAN LUNGA IL MODO MIGLIORE PER ORGANIZZARE LE ECONOMIE. ABBIAMO PROVATO LA REGOLAMENTAZIONE. NON HA FUNZIONATO. È NELL’INTERESSE PERSONALE DI OGNI UOMO D’AFFARI AVERE UNA REPUTAZIONE DI ONESTÀ”. E INVECE… - VIDEO
2008
Estratto da “Dentro la testa di Trump”, di Mattia Ferraresi (ed. Mondadori)
23 OTTOBRE 2008 - audizione di alan greenspan al congresso usa
Alan Greenspan entra nella sala 2154 del Rayburn House Office Building, a Washington. Ha 82 anni e un'aria funebre. Per quasi due decenni è stato il presidente della Federal Reserve, l'uomo che con una frase poteva muovere i mercati, l'oracolo a cui i legislatori si rivolgevano con venerazione.
Lo chiamavano «il maestro». Oggi è convocato davanti a una commissione della Camera dei rappresentanti per rispondere della catastrofe finanziaria che sta travolgendo il mondo.
Due settimane prima il Congresso ha approvato un piano di salvataggio da oltre 700 miliardi di dollari. Lehman Brothers è fallita. Il credito si è congelato, le borse sono in caduta libera, milioni di americani stanno perdendo la casa. I fondi pensione stanno andando in fumo. Greenspan ha lasciato la Fed nel gennaio 2006, quando la bolla immobiliare era già gonfia ma non era ancora esplosa. Adesso deve spiegare come
è potuto accadere.
MATTIA FERRARESI - DENTRO LA TESTA DI TRUMP
Accanto a lui siedono John Snow, ex segretario del Tesoro, e Christopher Cox, presidente della Sec, l'autorità che regola la borsa. Ma è Greenspan che i deputati vogliono interrogare.
Il presidente della commissione, Henry Waxman, democratico della California, apre i lavori con un'accusa precisa: per troppo tempo a Washington ha prevalso l'idea che il mercato abbia la soluzione migliore per qualunque problema.
La Fed aveva l'autorità per fermare l'irresponsabile concessione di credito che ha alimentato la crisi dei mutui subprime, ma il suo presidente per diciotto anni si è rifiutato di intervenire. La Sec aveva il potere di imporre standard più rigorosi alle agenzie di rating che valutavano il credito, ma non lo ha fatto. Il Tesoro avrebbe potuto guidare una regolamentazione responsabile dei derivati finanziari, ma ha preferito astenersi.
Greenspan prende la parola. Parla di uno «tsunami che capita una volta in un secolo», dice che le banche centrali e i governi sono costretti a prendere misure senza precedenti, prevede un aumento inevitabile della disoccupazione. Poi arriva al punto: «Quelli di noi che hanno guardato all'interesse degli istituti di credito per proteggere il patrimonio degli azionisti - io in particolare - sono in uno stato di scioccante incredulità».
23 OTTOBRE 2008 - audizione di alan greenspan al congresso usa
Il sommo sacerdote del libero mercato ammette di essere sotto shock perché le cose non sono andate come la sua ideologia aveva previsto.
Waxman incalza. Cita una vecchia dichiarazione di Greenspan: «Ho un'ideologia. Il mio giudizio è che i mercati liberi e competitivi sono di gran lunga il modo migliore per organizzare le economie. Abbiamo provato la regolamentazione. Non ha funzionato».
Domanda: «Lei aveva l'autorità per prevenire le pratiche irresponsabili che hanno portato alla crisi dei mutui subprime. Molti altri l'hanno esortata a farlo. Ora tutta la nostra economia ne sta pagando il prezzo. Ritiene che la sua ideologia l'abbia spinta a prendere decisioni di cui adesso si pente?».
Greenspan esita, poi risponde con una definizione quasi filosofica: «Ricordi che cos'è un'ideologia: è una cornice concettuale attraverso cui le persone si rapportano alla realtà. Tutti ne hanno una. È necessario averla. Per esistere serve un'ideologia». Poi fa una pausa. «La questione è se sia corretta oppure no. E quello che le sto dicendo è: sì, ho trovato una falla. Non so quanto sia significativa o permanente. Ma ne sono molto turbato.»
Waxman incalza ancora: «Ha trovato una falla?». Greenspan, ridotto ormai all'ombra di sé stesso, annuisce: «Ho trovato una falla nel modello che percepivo come la struttura funzionale critica che definisce come funziona il mondo, per così dire».
Il deputato traduce per il pubblico, che in quel momento non realizza ancora la portata di quello a cui sta assistendo: «In altre parole, ha scoperto che la sua visione del mondo, la sua ideologia, non era giusta, non funzionava». Greenspan risponde: «Precisamente. Ecco perché sono rimasto scioccato, perché per quarant'anni e più ho avuto prove considerevoli che funzionasse eccezionalmente bene».
L'audizione dura quattro ore. È un processo pubblico, un'umiliazione rituale. Il deputato democratico John Yarmuth del Kentucky paragona Greenspan, Snow e Cox a Bill Buckner, il giocatore dei Boston Red Sox che nel 1986 si lasciò passare la palla tra le gambe, costando ai suoi la vittoria nelle World Series.
«Tutti voi vi siete lasciati passare la palla tra le gambe» dice. Dennis Kucinich domanda quando esattamente Greenspan si sia accorto che esisteva una bolla immobiliare. «Con il senno di poi, era chiaro dall'inizio del 2006» risponde lui. Cioè pochi mesi prima di lasciare l'incarico.
tony blair bill clinton madeleine albright
Greenspan non è soltanto un economista. È stato per decenni il più potente discepolo di Ayn Rand, la filosofa russo-americana che ha fondato l'oggettivismo, una dottrina basata sull'egoismo razionale e sulla virtù del perseguimento dell'interesse personale.
Negli anni Cinquanta il giovane Greenspan frequentava il salotto di Rand a Manhattan, partecipava alle riunioni del circolo dei fedelissimi che discuteva di mercati, politica e filosofia. Rand lo soprannominò «il becchino» per l'aria lugubre e i vestiti scuri.
Nel 1963, sulla rivista «The Objectivist Newsletter», Greenspan scrisse che era un «mito» pensare che gli imprenditori avrebbero venduto cibo avvelenato o titoli fraudolenti: «È nell'interesse personale di ogni uomo d'affari avere una reputazione di onestà e un prodotto di qualità».
Quarantacinque anni dopo, davanti al Congresso, ammette che quella convinzione era infondata. «L'intero edificio intellettuale» dirà «è collassato nell'estate dell'anno scorso, perché i dati inseriti nei modelli di gestione del rischio coprivano generalmente soltanto gli ultimi due decenni, un periodo di euforia.»
Nessuno aveva messo in conto che i prezzi delle case potessero scendere, perché non era mai successo nella storia recente. Gli strumenti finanziari erano diventati così complessi che nemmeno chi li aveva creati capiva più cosa contenessero. E le istituzioni che avrebbero dovuto sorvegliare il sistema erano state convinte - da lui, fra gli altri - che la sorveglianza non fosse necessaria.
Nel 1994 una proposta di legge bipartisan intendeva rafforzare il controllo sui derivati. Greenspan si oppose, sostenendo che «non c'è nulla nella regolamentazione federale che la renda superiore a quella del mercato» e che un salvataggio dei contribuenti causato dai derivati era un'ipotesi «remota».
Nel 2002, dopo il crollo di Enron, scrisse al Senato opponendosi a nuove regole: «Non crediamo che esista un caso di politica pubblica che giustifichi questo intervento governativo». Nel 2005, l'anno prima di lasciare l'incarico, dichiarò che «la regolamentazione privata si è generalmente dimostrata molto migliore della regolamentazione governativa nel contenere l'assunzione eccessiva di rischi».
Dopo pochi mesi, le prime crepe si sono aperte. La crisi finanziaria del 2008 non ha soltanto distrutto ricchezza e posti di lavoro. Ha inflitto una ferita mortale all'ideologia che aveva dominato il mondo occidentale dalla rivoluzione di Reagan in poi: la fede nel mercato come meccanismo autosufficiente, la convinzione che l'interesse personale degli attori economici produca spontaneamente il bene collettivo.
richard fuld, lehman brothers 2008
La testimonianza di Greenspan è stata la confessione pubblica del fallimento di questa visione del mondo, pronunciata dall'uomo che più di ogni altro l'aveva incarnata e imposta.
CLINTON BLAIR
Leconomista Alan Greenspan
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Alan Greenspan
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Alan Greenspan
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