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IL GIORNO DELLA MARMOTTA IN MEDIO ORIENTE: TRUMP MANDA ALL’ARIA I NEGOZIATI, GLI IRANIANI FANNO MURO, LA PACE SI ALLONTANA – IL TYCOON HA ANNULLATO LA MISSIONE IN PAKISTAN DEI SUOI INVIATI STEVE WITKOFF E JARED KUSHNER, DEFINENDO LE TRATTATIVE UNA “PERDITA DI TEMPO”. TEHERAN, FORTE DEL CONTROLLO DELLO STRETTO DI HORMUZ, NON APRE AD ALCUN COMPROMESSO, E CHIEDE AIUTO AL SUO “PADRONCINO” PUTIN: OGGI IL MINISTRO DEGLI ESTERI ARAGHCHI VOLERÀ A MOSCA PER CAPIRE LA STRATEGIA...
1 - TRUMP BLOCCA I NEGOZIATI "UNA PERDITA DI TEMPO L'IRAN MI CHIAMI SE VUOLE"
Estratto dell’articolo di Paolo Mastrolilli per “la Repubblica”
DONALD TRUMP IN VERSIONE AYATOLLAH
Negoziato cancellato in Pakistan, cessate il fuoco in bilico in Iran, ripresa dell'offensiva israeliana in Libano. Le ultime 48 ore hanno portato il mondo dalla speranza di vedere la guerra avviata verso la conclusione, all'incubo che stia riprendendo.
Dopo aver annullato la missione dei suoi inviati ad Islamabad, però, Trump ha detto che Teheran «ha mandato una nuova proposta» e quindi la porta del negoziato non è ancora chiusa. Il presidente americano non ha dichiarato la fine della tregua, aggiungendo che gli ayatollah «possono chiamare quando vogliono», se intendono riprendere la trattativa.
In origine il vicepresidente Vance sarebbe dovuto andare in Pakistan per i colloqui, ma quando gli iraniani hanno tentennato, inviando solo il ministro degli Esteri Araghchi, la delegazione Usa è stata ridimensionata agli inviati Witkoff e Kushner.
Vladimir putin e Abbas Araghchi
Ieri poi Teheran ha escluso negoziati diretti con gli americani, consegnando una proposta scritta ai mediatori pachistani. A quel punto Trump ha annunciato via social che la missione era annullata: «Ho appena cancellato il viaggio dei miei rappresentanti a Islamabad. Troppo tempo sprecato negli spostamenti, troppo lavoro! Inoltre, vi sono fortissime lotte intestine e confusione all'interno della loro "leadership".
Nessuno sa chi comandi, nemmeno loro stessi. Noi abbiamo tutte le carte in mano; loro non ne hanno alcuna. Se vogliono parlare, non devono far altro che chiamare».
Quindi parlando con Axios e Fox ha aggiunto: «L'ho detto ai miei collaboratori poco fa, mentre si stavano preparando a partire: "No, non farete un volo di 18 ore per andare laggiù. Abbiamo noi tutte le carte in mano". Possono chiamarci in qualsiasi momento vogliano, ma non farete più voli di 18 ore per stare lì seduti a parlare del nulla».
Lo stop però non vuol dire la ripresa della guerra: «No. Non significa questo. Non ci abbiamo ancora pensato». Più tardi, mentre partiva dalla Florida per tornare a Washington, ha spiegato: «Non aveva senso andare per ricevere una proposta scritta, che era insufficiente. Hanno suggerito di riprendere i negoziati martedì, ma è troppo tardi. Dieci minuti dopo che ho cancellato la missione, però, mi hanno mandato una nuova proposta più interessante. Vedremo, non ho ancora deciso cosa fare col cessate il fuoco».
pete hegseth e donald trump - guerra all iran
[...] Gli iraniani non si fidano degli americani e prima di tornare a trattare vogliono conferme sulla serietà del negoziato. Trump preferisce non riprendere la guerra, sempre più impopolare negli Usa, ma pensa che la leadership di Teheran sia divisa e alza la pressione per spingerla ad accettare le sue condizioni. Resta dunque aperta la porta del dialogo, ma anche quella dello scontro.
2 - IL MURO DEGLI INVIATI DI TEHERAN “NON TOCCA A NOI FARE CONCESSIONI” MA LA TRATTATIVA È ANCORA APERTA
Estratto dell’articolo di Gabriella Colarusso per “la Repubblica”
L'unica buona notizia, nella sera pachistana, è per i lavoratori di Islamabad: le autorità hanno deciso di riaprire le strade della capitale dopo più due settimane di lockdown diplomatico [...]
Vladimir putin e Abbas Araghchi
I negoziati [....] non si sono materializzati per ora. Il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, è arrivato ieri in Pakistan e ha incontrato il premier Sharif e il capo dell'esercito, Asim Munir, una visita lunga in cui «si è parlato di molte cose», conferma una fonte diplomatica pachistana, ma senza una svolta.
La posizione degli iraniani è ferma, dice il pachistano: «Ripetono che è stata l'America a iniziare la guerra mentre negoziavano e dopo che avevano già accettato un accordo disatteso da Trump: non hanno fiducia, non ritengono di dover fare concessioni, avendo conquistato delle leve sul campo. Non accetteranno richieste massimaliste».
La mina più difficile da disinnescare in questa fase resta Hormuz. Teheran non ha intenzione di palare con gli americani se prima non verrà rimosso il blocco navale, che considera un atto di guerra. E anche dopo, rivendica la sovranità sullo Stretto.
«Il controllo di Hormuz e il mantenimento del suo effetto deterrente sull'America e sui sostenitori della Casa Bianca nella regione è la strategia definitiva», scrivono i pasdaran. La rivendicazione è anche economica, Hormuz può fornire i denari necessari alla ricostruzione, almeno in parte, bypassando le sanzioni americane.
IL VIDEO DEL BOMBARDAMENTO AL DEPOSITO DI MUNIZIONI DI ISFAHAN PUBBLICATO DA DONALD TRUMP
Della gestione dello Stretto Araghchi parlerà con gli omaniti a Muscat, dov'è atterrato ieri sera, il primo viaggio in una capitale araba dall'inizio della guerra.
Il sito Iran Nuances riferisce che una parte della delegazione iraniana è tornata a Teheran mentre il diplomatico raggiungeva l'Oman, forse per riferire dei colloqui pachistani. Oggi il ministro tornerà a Islamabad prima di volare a Mosca in una triangolazione diplomatica "per delineare i parametri di una cessazione definitiva della guerra". Si cerca di arrivare a un cessate il fuoco permanente.
Con i russi Araghchi affronterà anche il dossier nucleare: Mosca collabora con gli iraniani sul nucleare civile e nel 2015 accolse parte dell'uranio arricchito che gli iraniani accettarono di trasferire fuori dal Paese nell'ambito del Jcpoa, l'accordo di Obama stracciato da Trump.
Abbas Araghchi con il ministro degli esteri dell oman al busaidi
Il diritto all'arricchimento, dentro le regole internazionali, non è negoziabile per la Repubblica islamica. L'offerta è limitarlo temporaneamente in cambio della rimozione delle sanzioni e di una normalizzazione economica con gli Stati Uniti, ma non rinunciarvi. Con il Pakistan, gli iraniani hanno sollevato anche la questione delle garanzie di sicurezza, "vincolanti" contro future aggressioni e tentativi di cambio di regime da parte di Israele e degli Stati Uniti. Nessuno può offrirle, se non un patto con gli americani, ma certo su questo Teheran ha il sostegno di vicini e alleati, perché né Mosca, né Pechino né Islamabad vogliono la caduta del regime in Iran.
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