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Nina Strochlic per “Daily Beast”
TRAILER “A SINNER IN MECCA”
Migliaia di pellegrini musulmani gli brulicavano intorno. Parvez Sharma ha trovato un angolo appartato al secondo piano della moschea della Mecca, ha tirato fuori il suo
“iPhone”, si è connesso al wi fi (fornito dal “Saudi Binladin Group”) e su “FaceTime” ha comunicato con suo marito Dan, che era rimasto a New York e la cui prima domanda è stata: «Ma è un network sicuro?».
Giusta preoccupazione, dato che in Arabia Saudita essere gay è punibile con la morte ed essere trovati con un dispositivo che registra può costare il linciaggio da parte della polizia religiosa. I due si sono sposati recentemente nella Grande Mela, poi Sharma ha deciso di
fare il suo “hajj”, il pellegrinaggio, in nome dell’uguaglianza. Ha realizzato il film “A sinner in Mecca” (Un peccatore alla Mecca) con un “iPhone 4S” e un obiettivo: se finiva il pellegrinaggio, significava che l’Islam approvava il suo essere musulmano gay. Racconta: «Ero molto spaventato. Se i sauditi mi trovavano, potevano mettermi in galera o decapitarmi. Allo stesso tempo credevo in un intervento divino, Allah mi avrebbe protetto».
Il viaggio è considerato sacro. Completarlo significa essere perdonato per i peccati commessi. Il precedente progetto di Sharma si chiamava “Jihad For Love” e indagava sulla omosessualità in Islam, motivo per cui dal 2007 è considerato “un infedele”. Alla Mecca però ha scoperto di non essere l’unico peccatore. Ha registrato la voce di un uomo che commesso un delitto d’onore, uccidendo il fratello di sua moglie in Pakistan. Chi è più peccatore, in un mondo dove alcuni paesi legalizzano l’omicidio ma vietano la omosessualità? Per entrambi il pellegrinaggio era una promessa di redenzione.
Il film cresce dietro la sua storia e i suoi dubbi, e analizza come la religione sia stata manipolata. E’ anche una critica alla commercializzazione del pellegrinaggio, infatti il regista filma i fedeli nel centro commerciale della città sacra e da “Starbucks”. Il film sarà presentato ad aprile alla rassegna “Hot Docs” di Toronto, e girerà per i festival del mondo, poi diventerà un memoir. Intanto Sharma ha già ricevuto un centinaio di lettere dagli “haters”. Se lo aspettava, anche se non così presto.
E’ vulnerabile perché è sia il regista che il protagonista della storia, teme di diventare il prossimo bersaglio degli estremisti ma dichiara: «Non voglio eclissare il messaggio dietro questo odio. Aspetto anche le risposte positive dei musulmani». I musulmani sauditi che nascondono la propria omosessualità sono tanti. Per lui l’esposizione al rischio è stata temporanea, loro invece vivono costantemente tra la vita e la morte.
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