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Silvio Buzzanca per “la Repubblica”
«Questo libro ci parla dell’oggi nonostante i testi raccolti siano di molti anni fa». L’incipit di Enrico Letta chiamato a concludere la presentazione di un volume dell’Arel dedicato a Beniamino Andreatta è proprio quello che tutti si aspettavano. Una buona occasione per parlare della politica, di Renzi e del Pd, dell’Ulivo e del futuro riflettendo su un grande del passato.
L’ex presidente del Consiglio non ha certamente deluso l’uditorio che, come ha ricordato, rappresentava «sei generazioni che hanno interloquito con Andreatta». Letta ha così sciorinato «le sette lezioni» che il ministro scomparso ha lasciato in eredità. A partire dal valore dei legami generazionali che citava sempre Andreatta e che suona come radicale contestazione della rottamazione.
«La politica è la vita e la vita è il ciclo delle generazioni che si succedono. Prima di me c’è stato qualcuno e dopo di me ci sarà qualcun altro - dice Letta citando Andreatta - Dunque generazioni che si passano la mano e vivono intorno al noi e non all’io. La politica è sempre progetto collettivo, non è mai impresa, avventura personale».
La prima bordata a Renzi è assestata. Ne arriva subito dopo un’altra. «Andreatta - dice Letta - riconosceva la modernità della leadership, ma sempre dentro la logica di progetto comune».
MATTEO RENZI E LA BOMBA A ENRICO LETTA
E qui comincia a balenare l’immagine dell’Ulivo. «I grandi progetti comuni - continua infatti Letta - guardo Romano Prodi e mi viene naturale dirlo, hanno ancora una grande attualità, penso alla parola Ulivo, cosa oggi vuol dire e cosa vorrà dire per il futuro, proprio perché sono stati pensati in una logica collettiva. Alla fine al cuore c’era il noi e non l’io».
E proprio il Professore poi dice: «Sono ancora di attualità le lezioni di Andreatta? Anche sull’Ulivo? Perchè no». Letta poi cita il bisogno di unire astrazione e concretezza che caratterizzava Andreatta. Bisogna tenere unite le due cose, spiega, senza scadere nella teoria, ma neanche nell’iperpragmatismo che «non ha respiro, non ha futuro ».
Ci vogliono competenze, continua. «Ma oggi i 140 caratteri portano ad andare verso un’altra direzione». Letta conclude che astrazione e concretezza possono coesistere solo in presenza di grandi competenze.
E ancora una volta aleggia lo spettro di Renzi. Infine Letta parla della modernità. Perché dice, pensando a quella di Andreatta, «la modernità non vuole dire fare surf sulle onde del presente, ma è entrare nelle sue contraddizioni e assumere comportamenti fuori dal coro». Un altro fischio nelle orecchie del premier.
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