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Marco Cremonesi per il Corriere della Sera
UMBERTO BOSSI E MATTEO SALVINI
«Io non ci sto. Me ne vado». Umberto Bossi si alza dal consiglio federale leghista e parla a brutto muso a Matteo Salvini. È il momento della tensione massima, per qualche istante l' atmosfera è sospesa. Poi, per la prima volta, il segretario risponde duro al fondatore: «Tu non vai da nessuna parte. Non ti devi permettere per rispetto ai segretari nazionali e al consiglio».
Bossi aveva contestato per l' ennesima volta la sterzata nazionale della Lega, l' obiettivo di non rivolgersi più soltanto al tradizionale elettorato padano.
Salvini gli risponde mandando a prendere un vecchio manifesto elettorale degli anni tra il 1993 e il 1995, piena era bossiana: «Lega Italia federale». Poi, fa notare che un eventuale sistema elettorale proporzionale renderebbe assai utili anche i voti presi al Sud. Ed è qui che Bossi pronuncia il suo «non ci sto», anche se i big leghisti lo lasciano solo.
Il fondatore del movimento accusa Salvini anche di aver isolato la Lega: «Con Berlusconi ci devi parlare, ma invece tu non ci parli perché vuoi fare il candidato premier». È più o meno a questo punto che Bossi butta lì il nome di un possibile candidato leghista alternativo, quello dell' ex Guardasigilli Roberto Castelli. Anche se l' interessato da ormai parecchio tempo non si dedica alla politica attiva e probabilmente a Palazzo Chigi non pensa.
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Ad ogni modo, Salvini va avanti per la sua strada e Bossi non se ne va. Il segretario leghista non chiude la porta a Forza Italia: «Le strade sono entrambe aperte, andare da soli oppure in coalizione. Ci stiamo lavorando: gli unici che escludiamo sono coloro che erano per il Sì al referendum».
Salvini pensa in ogni caso che si voterà con la legge elettorale appena modificata dalla Consulta: «Chi propone modifiche parlamentari vuole soltanto tirare in lungo e allungare il brodo».
Se la possibilità di coalizione esiste, in Veneto la cosa è più impervia. Perché «su richiesta della segreteria nazionale, alle amministrative i candidati leghisti correranno soltanto con liste senza il simbolo di Forza Italia. Il che vale per Verona, Padova e Belluno».
Tutto nasce dopo che due consiglieri azzurri hanno firmato la mozione di sfiducia che ha fatto decadere il sindaco leghista di Padova, Massimo Bitonci. I due, però, sono stati espulsi dal partito. E così, Bitonci non sbatte la porta: «L' espulsione c' è stata, e dunque possiamo ricominciare a parlare.
L' espulsione dei due consiglieri non chiude la ferita aperta ma riapre il tavolo» .
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