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Alberto Gentili per Il Messaggero
Prima che sui sondaggi calasse il silenzio, il centrosinistra era dato per favorito alla Camera, mentre il Senato è sempre stato in bilico. Il rischio pareggio a palazzo Madama è stato, ed è, il motivo dominante di questa campagna elettorale. Le coalizioni sono in grado di vincere da sole? O saranno necessarie alleanze dopo il voto? Tutto dipende da come finirà al Senato. Perché, come scrive il professor Roberto D'Alimonte, il prossimo governo uscirà dal voto di palazzo Madama. E questo sia che alla Camera vinca Bersani, sia che vinca Silvio Berlusconi o Beppe Grillo.
LA NOVITÃ
Rispetto al 2008, la situazione è molto diversa. Cinque anni fa la gara era bipolare, da una parte il centrodestra, dall'altra il centrosinistra. In mezzo l'Udc di Pier Ferdinando Casini che però non era nelle condizioni di aggiudicarsi un numero di seggi decisivi in Senato, dove vige la soglia di sbarramento dell'8% su base regionale.
Questa volta lo schema della competizione è quadripolare: sia Grillo che Scelta civica di Mario Monti possono prendere più dell'8% e quindi eleggere senatori determinanti (forse) per la formazione del governo. Una novità che penalizza soprattutto il Pdl. Perché una cosa è sicura: lo schema quadripolare impedisce a Berlusconi di ottenere la maggioranza assoluta in Senato. E' infatti impensabile che il centrodestra possa vincere in Toscana, Emilia, Marche, Umbria e Basilicata. E senza queste Regioni, e in presenza di Grillo e Monti, il Pdl non potrà mai ottenere i 158 senatori necessari per esprimere una maggioranza.
LE REGIONI DECISIVE
Dati il Lazio e la Campania al centrosinistra (così decretavano i sondaggi), sono Lombardia, Veneto e Sicilia le regioni in bilico. Quelle dove si deciderà la governabilità e il vincitore al Senato. Se Bersani prevalesse in tutte le Regioni, arriverebbe a 178 seggi. Ma basterebbe che perdesse in Lombardia per scendere a 151, sotto la soglia di maggioranza.
Se invece dovesse vincere in Lombardia (vale 27 seggi), ma perdere in Veneto e Sicilia, il centrosinistra si attesterebbe a 159 seggi. Che scenderebbero a 153 se il centrosinistra vincesse in Sicilia, ma perdesse in Lombardia e Veneto. E calerebbe ancora più in basso, a 143 senatori, se Bersani dovesse perdere in tutte e tre le regioni in bilico. Insomma, basta un nulla per far evaporare la governabilità cara a Bersani.
L'INCOGNITA MONTI
Viene da sé che, molto probabilmente, il centrosinistra avrà bisogno del sostegno di Mario Monti per mettere in piedi un governo stabile. Anche se Bersani dovesse uscire sconfitto in Lombardia, Veneto e Sicilia (e dunque attestarsi a quota 143), con i suoi 33 senatori (se Scelta civica supererà ovunque la soglia di sbarramento) il premier uscente potrebbe contribuire alla nascita di una maggioranza di 176 seggi. Numero più che sufficiente. Ma la tenuta di Monti non è così scontata. Se Scelta civica dovesse stare sotto l'8% in Liguria, Emilia, Toscana, Umbria e Marche, la dote di Monti scenderebbe a 27 senatori. E se il professore risultasse sotto-soglia anche in Lombardia, il drappello di senatori montiani scenderebbe a quota 22. Un bel problema per Bersani che si ritroverebbe (in caso di sconfitta in Lombardia, Veneto e Sicilia) con appena 165 senatori.
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