trump merz meloni

IL CAMALEONTISMO NON POTEVA DURARE IN ETERNO: LA "PONTIERA" TRA TRUMP E EUROPA E' TORNATA CON LA CODA TRA LE GAMBE IN PORTINERIA: “MELONI NON LO AMMETTERÀ MAI, MA HA SCELTO DI METTERSI SOTTO L’OMBRELLO DELLA GERMANIA” – MARCELLO SORGI: “NON SI VEDE CHE ALTRO POTREBBE FARE DOPO CHE TRUMP HA DEMOLITO IL SUO RAPPORTO CON L'EUROPA" - "LA PREMIER ITALIANA ESITA DI FRONTE ALLA DECISIONE OBBLIGATA DI GETTARE A MARE TUTTO IL LAVORO FATTO PER COSTRUIRSI UN RUOLO DA ‘PONTIERA’ TRA UNIONE EUROPEA E USA. UN PROGRAMMA TROPPO AMBIZIOSO. ADESSO CHE TUTT'INSIEME QUESTA PROSPETTIVA È FRANATA, MELONI HA BISOGNO DI METTERSI AL VENTO, PRIMA DI CAPIRE SE E COME SPIEGARE LE VELE. E DI EVITARE DI AFFONDARE NELLA TEMPESTA” - “AVVENIRE”: “MAI COME IN QUESTA SETTIMANA SI È AVVERTITA LA SENSAZIONE CHE IL ‘PRAGMATISMO’ MELONIANO POSSA DIVENTARE UNA SCIVOLOSA PIASTRA DI GHIACCIO IN CUI SI FA LABILE IL CONFINE TRA EQUILIBRISMO O GALLEGGIAMENTO....”

Vai all'articolo precedente Vai all'articolo precedente
guarda la fotogallery

 

ROMA SCEGLIE L'OMBRELLO DI BERLINO

Estratto dell’articolo di Marcello Sorgi per “La Stampa”

 

friedrich merz giorgia meloni foto lapresse

Meloni non lo ammetterà mai, ma la sensazione lasciata ieri dalla conferenza stampa congiunta tenuta insieme al cancelliere Merz è che l'Italia, finora attore in prima persona nel complicato scenario internazionale, abbia scelto di mettersi sotto l'ombrello della Germania.

 

Paese da sempre leader in Europa, con un sottofondo di rivalità storica con gli Stati Uniti, un'alleanza nell'alleanza con la Francia, adesso messa in crisi dal ruolo, inafferrabile negli ultimi tempi, di Macron e dalle difficoltà interne ed esterne dell'Eliseo. Allora l'Italia si candida a sostituire la Francia in questa specie di consolato franco-tedesco, hanno chiesto i giornalisti berlinesi ai due leader.

 

giorgia meloni donald trump

La risposta di entrambi è stata un garbato "no". D'altra parte, non si vede che altro potrebbe fare Meloni dopo che Trump [...] ha demolito una volta e per tutte il suo rapporto con l'Europa.

 

Se si mettono in fila il discorso di JD Vance del 14 febbraio 2025 a Monaco, il Documento strategico Usa dell'8 dicembre e l'intervento di Trump a Davos di tre giorni fa, si può dire che il Presidente americano è venuto a mettere la lapide alla fine di un funerale - quello dell'"Europa americana", che è durato perfino troppo.

 

Merz e Meloni, ciascuno per le proprie ragioni, hanno avuto il torto di averlo capito in ritardo. Il Cancelliere tedesco ha cominciato a mutare rotta quando ha visto lo scetticismo trumpiano rispetto all'iniziativa dei "Volenterosi". La premier italiana ha esitato fino all'ultimo - e ancora in un certo senso esita - di fronte alla decisione obbligata di gettare a mare tutto il lavoro fatto per costruirsi un ruolo da "pontiera" tra Unione Europea e Usa.

 

giorgia meloni aspetta friedrich merz foto lapresse

Un programma troppo ambizioso. E un lavoro cominciato già prima che Meloni approdasse a Palazzo Chigi, con i suoi interventi appassionati alle assemblee Maga [...]. E proseguito [...] con i tentativi testardi di costruire un rapporto personale con il Presidente, e di farlo fruttare sul palcoscenico mondiale.

 

Adesso che tutt'insieme questa prospettiva è franata, Meloni ha bisogno di mettersi al vento, prima di capire se e come spiegare di nuovo le vele. E di evitare di affondare nella tempesta che ancora spira tra le due sponde dell'Atlantico.

 

 

LA PREMIER SUL GHIACCIO SCIVOLOSO TRA PRAGMATISMO E CONTRADDIZIONI

Estratto dell’articolo di Marco Iasevoli per “Avvenire

 

Arriva sempre un momento in cui il «pragmatismo» mostra la corda. Ed è accaduto ieri, quando di fronte alla stessa domanda sul “Board of peace” di Trump, Merz lo ha liquidato in poche battute come «inaccettabile», mentre Meloni si è avventurata in una lunghissima risposta per edulcorare, rendere flessibile, rivedibile, temporaneo, il suo «no».

 

giorgia meloni in conferenza stampa 2

Quasi come ad autosterilizzare il significato della posizione assunta di concerto con Farnesina e Quirinale e con gli altri leader Ue. Per quanto in fondo Italia e Germania dovevano esprimere il medesimo concetto, ancorandosi alle rispettive Costituzioni senza sbattere la porta in faccia a Trump, la premier stavolta non ha saputo nascondere l’imbarazzo, evidenziato dalla necessità di girare al largo da parole troppo nette.

 

[...] In diverse circostanze la presidente del Consiglio ha rivendicato, e non a torto, l’efficacia della sua linea “mediana” tra Bruxelles e Washington. E in fondo anche questa settimana si è chiusa con la conferma che la “pazienza” verso Washington premia più degli scatti d’orgoglio: sia sulla Groenlandia, sia sui dazi si è giunti alla “riduzione del danno”.

 

Eppure, ieri questa postura italiana ha mostrato i suoi limiti, al culmine di una settimana in cui più volte dal pragmatismo si è scivolati nella contraddizione. Il 17 gennaio Meloni da Seul non escludeva la partecipazione al Board e non nascondeva la soddisfazione di farne parte, pur essendo già nero su bianco i dubbi di costituzionalità.

VIGNETTA DI ELLEKAPPA - GIORGIA MELONI DONALD TRUMP AL VERTICE DI SHARM SU GAZA

 

Pochi giorni dopo, in maniera anche piuttosto brusca, dal Governo si facevano trapelare, pur senza ufficialità, le ragioni del «no». Ancora 24 ore e nel salotto di Bruno Vespa le sfumature cambiavano, il «no» iniziava ad essere arrotondato da ampie «disponibilità», pur essendo il vincolo costituzionale incontrovertibile.

 

Ieri infine, di fianco a Merz e d’intesa con Berlino, la proposta di convincere Trump a cambiare lo statuto del Board, rendendolo accettabile per le democrazie europee (e c’è da credere, guardando al recente passato, che la premier ci proverà davvero a convincere il presidente Usa a rendere digeribile il suo Consiglio di pace).

 

In meno di sette giorni, insomma, c’è da registrare un discreto numero di oscillazioni. Tradendo la necessità di doversi adattare praticamente in tempo reale alle pressioni di Washington. Nonché la fatica di arrivare a una sintesi strutturata. Non solo: giunta alla sintesi, la premier deve gestirla in modo tale da non ricevere danni interni (parte della sua base non è contenta quando la freccia si sposta verso Bruxelles e si allontana dalle suggestioni trumpiste) e da non ostruire i suoi canali d’accesso politico-culturali a Washington.

 

gli sguardi di giorgia meloni a donald trump video di smar gossip su tiktok 9

Alla luce di queste considerazioni, mai come in questa settimana si è avvertita la sensazione che il «pragmatismo» meloniano possa diventare [...] una scivolosa piastra di ghiaccio (a proposito di Groenlandia) in cui si fa labile il confine tra ricerca del risultato momentaneo e indecisione, equilibrismo o galleggiamento che dir si voglia.

 

Posture [...]  che non sarebbero meno dannose per l’Europa di quell’«infantilismo» che la premier ieri ha voluto denunciare con riferimento, si suppone, a quei leader liberali e socialisti [...] che alle intemerate di Trump hanno risposto con moti d’impeto, controaccuse e controminacce.

 

Insomma, il punto di equilibrio che sinora la premier ha pensato di incarnare [...] non è più sufficiente a reggere le pressioni Usa, e soprattutto non le ha placate, non le ha ridotte di numero e di intensità. Alla necessaria e legittima prudenza, Roma dovrà aggiungere un di più di coraggio, chiarezza e determinazione nel contribuire alla costruzione di un’Europa che si senta meno spaurita di fron

GIORGIA MELONI NELLO STUDIO OVALE INSIEME AI LEADER EUROPEI E DONALD TRUMP

 

giorgia meloni friedrich merz foto lapressefoto di gruppo vertice alla casa bianca con zelensky e i leader europei foto lapresse

 
 

giorgia meloni donald trumpemmanuel macron donald tusk giorgia meloni consiglio europeo giorgia meloni friedrich merz foto lapresse