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MELONI HA UN’OSSESSIONE: IL COLLE – DIETRO ALL’ATTACCO SCONSIDERATO A MATTARELLA, SUL TEMA DEGLI ALUNNI STRANIERI A SCUOLA, C’È ANCHE IL TIMORE DELLA MELONI CHE SALTI IL SUO PIANO PER ELEGGERE UN PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DI DESTRA NEL 2029 – LA RICOSTRUZIONE DI “DOMANI”: “LA PREMIER METTE IN CONTO UNA SCONFITTA ALLE PROSSIME POLITICHE MA HA UN’IDEA PER IL DOPO, CONVINTA CHE ‘TANTO SCHLEIN E CONTE NON REGGONO’ FINO AL FEBBRAIO 2029, CIOÈ ALL’ELEZIONE DEL NUOVO INQUILINO DEL QUIRINALE. E QUI CHE MELONI PENSA DI METTERE INSIEME UNA MAGGIORANZA DI DESTRA, CON VANNACCI, PER ELEGGERE UN PROPRIO UOMO AL COLLE. O UNA DONNA. PERÒ IL SUO GRANDE SOSPETTO È CHE MATTARELLA FACCIA UNA MOSSA CHE FA SALTARE IL SUO SOGNO: SI DIMETTA PRIMA DELLA FINE DEL MANDATO…”

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Estratto dell’articolo d Daniela Preziosi per “Domani”

 

giorgia meloni - sergio mattarella - foto lapresse

C’è una ragione se Giorgia Meloni ha deciso di attaccare Sergio Mattarella direttamente, tirandolo in ballo per una presunta contraddizione legata a una circolare del 1990 emanata da ministro dell’Istruzione, in cui auspicava «ove possibile» di raggruppare alunni dello stesso gruppo linguistico senza superare i cinque per classe, provando a dipingerlo come padre di un decreto d’urgenza per imporre un tetto al numero di studenti stranieri per classe.

 

Anzi ci sono due ragioni. La prima è contingente, ha a che vedere con la legge elettorale che sta per arrivare alla firma del Colle. Proprio grazie alla collaborazione degli uffici del Quirinale, dal testo originale sono stati espunti o attenuati i punti di palese incostituzionalità.

 

SERGIO MATTARELLA GIORGIA MELONI

Meloni però non si fida, quindi lancia un avviso: il presidente è uomo di centrosinistra, se mai dovesse eccepire sul Melonellum sarà crocifisso alla sua origine politica. Dunque delegittimato.

 

[...]

 

La seconda ragione è più profonda. Meloni, alla vigilia del voto finale su una legge elettorale per sé autolesionista, fa i conti con la possibile sconfitta alle politiche. Ma ha un’idea per il dopo: è convinta che «tanto quelli non reggono». Lo dice in conversari privati: «Non reggono».

 

EVITA DE' NOALTRI - VIGNETTA BY MACONDO

Cioè il governo di centrosinistra, sostiene, cadrà presto per il dualismo Schlein-Conte, chiunque dei due sia il premier (lei crede che sarà Schlein). Non durerà neanche fino a febbraio 2029, cioè all’elezione del nuovo inquilino del Colle. E qui che Meloni pensa di tornare a giocare la sua partita: mettendo insieme una maggioranza di destra, con Futuro nazionale, per eleggere un proprio uomo al Colle. O una donna.

 

Rompere dunque «il grande tabù», come lo ha definito lei stessa lo scorso giugno, «Avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra». E perché non lei, che dal gennaio 2027 avrà l’età per fare la (o il) capo dello Stato? Ora però il suo grande timore, e dunque sospetto, è che Mattarella faccia una mossa che fa saltare il suo sogno: si dimetta prima della fine del mandato, cioè prima che il centrosinistra si spappoli.

 

sergio mattarella e giorgia meloni

[...] In questi quattro anni di governo, quello fra Palazzo Chigi e Colle è stato un rapporto tormentato. Il Quirinale è stato, nell’idea di Meloni, una zona a rischio nel cuore di Roma. A Palazzo Chigi lo chiamano «lassù». «Lassù» siede il garante della Costituzione, uno di cui diffidare sempre.

 

Se avesse il principio di realtà, la premier si renderebbe conto che Mattarella nel tempo, per dottrina e pratica, ha sempre tenuto una posizione «terza», rifiutato l’idea della «coabitazione», evitando di fare il controcanto al governo arrivando a respingere ogni tentativo delle opposizioni di «tirargli la giacca» (fino, spesso, a deluderle).

 

 

GIORGIA MELONI - CINQUE MINUTI - FOTO LAPRESSE

I suoi consiglieri hanno “salvato” tante volte l’esecutivo da sicure trappole, intrattenendo con Palazzo Chigi un rapporto di collaborazione leale, che le continue forzature dell’esecutivo hanno trasformato in un filo diretto quotidiano e preventivo. Fino alla legge elettorale, e all’ultimo decreto in vista. Certo, in questi anni Mattarella ha sempre tenuto il punto della Carta – è il suo ruolo – con la sua pedagogia costituzionale (ogni discorso ispirato a uno o più articoli).

 

Gli esempi sono molti, a partire dall’inizio. Mentre Meloni si schierava con Trump, lui ricordava il riaffacciarsi di una «riedizione della cosiddetta “dottrina” di James Monroe», la politica di potenza degli Usa. Quando gli sgherri del tycoon attaccavano l’Europa, e lei dava loro ragione, lui parlava di «ingiustificata aggressione all’Ue».

 

giorgia meloni - milano fashion week

Quando lei sbeffeggiava Altiero Spinelli, lui definiva i padri dell’Europa «statisti lungimiranti e coraggiosi». Quando lei non riusciva a pronunciare parole decenti sul 25 aprile, lui ricordava che «è sempre tempo di Resistenza, perché sono sempre attuali i valori che l’hanno ispirata». Quando lei faceva l’elogio del nazionalismo, lui ne parlava come di «un virus insidioso».

 

[...]

 

Nella decisione di Meloni di rompere qualsiasi decenza istituzionale e invischiare il Colle nella dialettica politica sull’inguardabile decreto-tetti c’è di più: più della rincorsa di Vannacci, più del lancio di una campagna senza freni inibitori, più del nervosismo sulla legge elettorale e sul disastro dei numeri dell’Italia alla vigilia della legge di bilancio.

 

Dopo la sconfitta del premierato e quella del referendum, quello che chiude la vena alla premier è l’aver intravisto all’orizzonte la vera “Grande sconfitta”: quella della mancata conquista del Colle, che pensa come al capolavoro di una vita, dopo un passaggio incolore a Palazzo Chigi.

 

GIORGIA MELONI A PORTA A PORTA - FOTO LAPRESSE

Fin qui non è riuscito agli eredi di Almirante e Rauti. Oggi Meloni misura le probabilità che non riesca neanche a lei. E proprio mentre in tutto il resto del mondo la destra radicale avanza.