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Tommaso Labate per il "Corriere della Sera"
«Di questo dobbiamo tornare a parlarne...». Matteo Renzi ieri sera ha ripreso in mano i dossier più importanti, quelli che gli stanno più a cuore come il «Jobs Act». Ma non ignora certamente che nel frattempo è scoppiata la bufera sulla nomina del sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti Antonio Gentile, accusato di aver fatto pressioni sullo stampatore di un quotidiano (L'Ora della Calabria ) per impedire l'uscita della notizia di un'indagine sul figlio. Sa che «bisognerà parlarne», anche se affida la soluzione del caso ad Angelino Alfano, il leader del Ncd che quel nome ha proposto.
Sulla nomina del sottosegretario s'è aperto un fuoco di fila della minoranza pd. «Non si può dire che ci sia stato rigore nella nomina dei sottosegretari», ha scandito la presidente dell'Antimafia Rosy Bindi, senza entrare nei particolari. Particolari in cui invece sono entrati, eccome, sia il bersaniano Alfredo D'Attore che il senatore-giornalista Corradino Mineo, vicino all'area Civati.
«La vicenda di Antonio Gentile non mi sembra edificante e mi sembra inopportuna la sua permanenza al governo», ha spiegato il primo, chiedendo esplicitamente un passo indietro del sottosegretario. Il secondo, invece, s'è rivolto direttamente al presidente del Consiglio. «Ma perché, fra i tanti in fila per una casacca da sottosegretario, Renzi doveva proprio caricarsi questo Antonio Gentile da Cosenza, già scelto da Berlusconi per sostituire Cosentino dopo i noti guai giudiziari?».
BARRACCIU E GENTILE, LE SCELTE CHE DIVIDONO
Se il «dito» è puntato contro Gentile, la «luna» indica però divisioni interne al Pd che la formazione definitiva del governo sembra aver acuito, invece che assorbito. «Dei sottosegretari non mi occupo, grazie. Tra l'altro sta scoppiando la guerra in Ucraina, che mi sembra un tema un po' più serio», è la formula con cui gira al largo, ostentando una certa freddezza, Gianni Cuperlo.
Pippo Civati, invece, prima la butta sul sarcastico, annotando che «se il governo sembrava un Letta bis, col varo del sottogoverno siamo al Letta ter». Poi si fa serio: «Questa legislatura si sta trasformando in una polveriera».
E non è che l'assaggio. Francesco Boccia, che fino a qualche giorno fa era annoverato tra i sostenitori di Renzi, abbandona il fioretto e va direttamente di sciabola. «Viceministri e sottosegretari sono la fotografia perfetta di un governo che Renzi ha costruito con Franceschini, Fassino, i due capigruppo e mezza mozione Cuperlo. Con tutti quelli che hanno buttato giù il governo Letta.
Rispetto a queste persone, io da oggi mi colloco all'opposizione con tutti quelli che riuscirò a convincere. E, mi creda, non saranno pochi», è l'adagio del presidente della commissione Bilancio della Camera. Matteo Orfini, invece, è lapidario. «Diciamo che questa compagine non è migliore delle precedenti».
GOVERNO, 9 VICEMINISTRI TRA I 44 SOTTOSEGRETARI
Tolto il Nuovo Centrodestra, che per adesso sembra pronto a difendere Gentile e compagnia da eventuali ripensamenti renziani, partito che vai, lamentela che trovi. «Sia chiaro, a me non fregava nulla di stare al governo», premette Irene Tinagli di Scelta Civica. Ma, aggiunge, «la squadra dei sottosegretari poteva essere fatta meglio. Tra l'altro, la sensazione è che si sia puntato più sulla fedeltà che sulle competenze.
Infatti, tra i renziani, Yoram Gutgeld, che è uno bravo e con una sua autonomia, è stato fatto fuori. Al contrario di altri, più vicini al premier, che sono stati promossi». Più cauto Andrea Romano. «La squadra è ottima ma, quantomeno al ministero del Lavoro, Scelta Civica avrebbe dato un buon contributo. Peccato, peccato...».
La sensazione è che i malumori seguiti all'ultima infornata di nomine avranno ripercussioni sul dibattito sulla legge elettorale. Lo si capisce da un sussurro del bersaniano Nico Stumpo. «Non fatemi parlare di sottosegretari, visto che da lunedì dovremo fare a "capate" sulla legge elettorale...». «Capate», per la cronaca, si traduce con «testate».
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