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Monica Guerzoni per “Il Corriere della Sera”
Il Pd si è «incartato» e non sa come uscirne. Lo ammettono i parlamentari che sciamano tra l’Aula e la buvette di Montecitorio, angosciati per gli incerti sviluppi dell’inchiesta bolognese. Le primarie si faranno o verranno azzerate? Davvero Bonaccini può restare in campo, dopo che l’indagine sulle «spese pazze» ha investito anche lui? Renzi calerà dall’alto il «briscolone» Delrio, o la «briscoletta» Poletti? Né l’uno, né l’altro, per adesso: Palazzo Chigi non sembra intenzionato a buttare una carta sul tavolo, sottosegretario o ministro che sia.
In Emilia-Romagna il partito è nel caos. «Una Regione governata dalle procure» azzarda Stefano Menichini su Europa in difesa del Pd. I problemi del territorio fanno tremare il Nazareno, che impone una pausa di riflessione. La direzione è rinviata da oggi a martedì e quindi salta, per ora, anche la nuova segreteria.
Renzi l’avrebbe voluta unitaria, ma l’accordo non c’è e la parola d’ordine è stata derubricata a «plurale». Roberto Speranza, che ieri sera ha riunito i suoi in un hotel del centro, vuole tenersi (almeno in parte) le mani libere. Amendola, Leva, Campana o chi per loro entreranno nel «team» del leader del partito e però non avranno ruoli di grande visibilità.
Questa l’intesa dimezzata che si va profilando, mentre Bologna insegna che urgono decisioni per raddrizzare il timone del partito. Lo dicono tutti, oppositori interni e renziani della prima ora. Tanto che il premier avrebbe deciso di rafforzare il ruolo di guida di Lorenzo Guerini come reggente. Con il «capo» impegnato in Consiglio dei ministri tocca al vice dare la linea, tranquillizzare i colleghi in ansia e rispondere ai giornalisti: «Le primarie non le abbiamo disdette... Le dimissioni di Bonaccini? È una valutazione che farà lui». Come dire che il passo indietro non è affatto escluso.
E i gazebo? «È un percorso che è stato avviato e ci sono candidature presentate. Ascolteremo le riflessioni del partito in Emilia, poi decideremo con grande serenità. Abbiamo persone, figure, storie di prima grandezza da presentare ai cittadini». Ascoltare il partito emiliano, è la linea dettata dall’emergenza. Il problema è che, in Emilia, mezzo partito almeno si riconosce in Bonaccini. Il segretario uscente non molla, sicuro com’è di godere ancora della piena fiducia di Renzi. Ma ieri il premier non si è fatto sentire, il che rivela qualcosa sullo stato d’animo del leader.
Richetti ha lasciato il campo a Bonaccini e Balzani. E adesso questa è la sfida che si profila, per quanto in Parlamento molti si mostrino scettici sulla «sostenibilità» di una simile scelta. «Fare le primarie in queste condizioni mi sembra complicato», ammette l’emiliano Enzo Lattuca.
MASSIMO D ALEMA INTERVISTATO DA ALAN FRIEDMAN
E mentre Massimo D’Alema da Sesto San Giovanni si rifiuta di commentare «vicende giudiziarie assolutamente irrilevanti», Walter Verini guarda già oltre la competizione: «Dobbiamo trovare una figura autorevole legata al territorio, che rappresenti un po’ tutti». Sembra facile... Prodi? «Ipotesi destituita di fondamento», smentisce lo staff dell’ex premier. Bersani? «Ho l’Emilia nel cuore, per me è come la mamma. Ma io ho già dato, sono stato presidente per 16 anni». Come se ne esce? «Io avevo un’idea di come entrarci, ora è tutto più complicato». L’idea di Bersani aveva un nome e un cognome, quello di Daniele Manca.
Ieri mattina in un Transatlantico gremito per il Csm crescevano le quotazioni di Poletti e Delrio, ma nel pomeriggio Palazzo Chigi fa filtrare che la soluzione al rebus non verrà da Roma. Il sottosegretario alla presidenza avrebbe declinato l’offerta di Renzi già alcuni giorni fa. E il ministro del Lavoro, quasi tentato dalla sfida, non sembra godere di una stima unanime tra i «dem». Beppe Fioroni pensa invece che «alla fine il candidato verrà da Imola». E qui i nomi sono due. Se non è Poletti si tratta di Manca, molto gradito a Bersani, Errani e anche al capo del governo.
Avanti, dunque. Renzi ha dato il via libera alle primarie dal palco della Festa dell’Unità e non vorrebbe cambiare idea rispetto alla strategia che il Pd ha perseguito sin dal primo momento. Se invece le spiegazioni di Bonaccini non dovessero convincere, per non mettere a rischio la vittoria elettorale il leader potrebbe vedersi costretto a calare l’asso.
Lo stesso segretario regionale uscente ha garantito a Guerini che si farà da parte, per il bene della ditta, qualora il Pd dovesse fiutare una cattiva aria sotto alle due Torri: le primarie si fanno per vincere le elezioni, non per rischiare di perderle... E qui torna il «briscolone». Nel tam tam dei parlamentari il nome che più ricorre è quello di Delrio, da molti invocato come «il salvatore della patria».
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