IL CO-FONDATORE DI FRATELLI D’ITALIA E SECONDA CARICA DELLO STATO, IL POCO PALUDATO PRESIDENTE DEL…
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Se potesse, gli passerebbe sopra con i cingolati, come i sindacati. Ma loro sono ancora troppo forti e possono metterlo in seria difficoltà. Matteo Renzi, per avere ragione dei magistrati, aspetta il momento propizio. Ovvero la prossima legislatura. Adesso sono solo scaramucce.
Il premier cazzaro, quando gli imprenditori italiani e stranieri gli dicono che il primo problema dell’Italia è la giustizia, annuisce sempre vigorosamente. Con il suo cautissimo ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha abbozzato una prima riforma del processo civile e ha dato un primo segnale alle toghe, segando loro le ferie estive. Ma allo scontro frontale ha deciso di non andarci, tradendo la propria natura.
La scorsa settimana i magistrati hanno attaccato il suo governo sulle intercettazioni, accusandolo di pensare più alle leggi-bavaglio che alla lotta contro la corruzione. E gli hanno spaccato il partito. Renzi ha mandato avanti Madonnona Boschi a mediare, ma si è fatto due conti.
Una riforma della giustizia come se l’immagina lui non è uno scherzo. Si tratta di riformare completamente il Csm, ovvero di cambiare la Costituzione, e di togliere alle toghe il potere di decidersi in autonomia (correntizia) le carriere e i procedimenti disciplinari. Due riforme sulle quali troverebbe ascolto in Forza Italia e lo stesso vale per una vera responsabilità civile delle toghe per i propri errori. Ma il Pd si spaccherebbe come un’anguria. E allora il premier cazzone ha deciso di combattere la sua guerra con i magistrati sotto traccia e di aspettare il prossimo Parlamento per fare la sua riforma della giustizia.
Nel frattempo si tiene Orlando, considerato un buon “cuscinetto”, e sopporta Giovanni Legnini, il vicepresidente del Csm dal quale si aspettava ben più coraggio.
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