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“L’IRAN STA VINCENDO” – IL POLITOLOGO FRANCESE OLIVER ROY, ESPERTO DI MEDIO ORIENTE, SI SBILANCIA: “AL REGIME BASTA RESTARE IN PIEDI PER I PROSSIMI SEI MESI. E PUÒ FACILMENTE FARLO: HA OTTIMI COMBATTENTI, ABBASTANZA NAVI E DA VENT'ANNI SI PREPARA PER CONTROLLARE IL GOLFO. LA STRATEGIA È CHIARA: BLOCCARE IL FLUSSO DI PETROLIO” – “MANDARE SOLDATI AMERICANI NON RISOLVERÀ LA QUESTIONE: ANZI, RISCHIA DI ESSERE UNA TRAPPOLA. PENSI COSA ACCADREBBE IN CASO DI UN ATTENTATO… LA REALTÀ È CHE PRIMA O POI GLI STATI UNITI DOVRANNO NEGOZIARE” – “I PAESI DEL GOLFO? PER USCIRE DALLA CRISI, NEGOZIERANNO CON L'IRAN. IL GOLFO TORNERÀ AD ESSERE PERSICO, PERCHÉ ALLA FINE NESSUNO POTRÀ OFFRIRE PROTEZIONE SE NON L'IRAN...”

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Estratto dell’articolo di Francesca Caferri per “la Repubblica”

 

OLIVIER ROY

Dalla collina di Fiesole, dove insegna all'Istituto universitario europeo, Olivier Roy guarda da lontano la crisi che sconvolge il Medio Oriente e la regione del Golfo.

 

Eppure, anche a distanza, pochi come lui hanno gli strumenti e la capacità per leggerla con precisione: islamista e politologo, il professor Roy ha lavorato come consulente per il governo francese e le Nazioni Unite, girato l'area in ogni suo angolo per quaranta anni, partendo dall'Afghanistan e arrivando al Golfo, e scritto decine di testi che studenti di tutto il mondo studiano per cercare di decifrare l'area più calda del globo.

 

benjamin netanyahu donald trump mar a lago

Professor Roy, che guerra è questa che stiamo vivendo?

«Una guerra regionale, almeno per il momento. Una guerra prima di tutto fra Israele e l'Iran, iniziata dopo il 7 ottobre 2023 quando Israele ha deciso di combattere fino alla fine per sbarazzarsi prima di Hezbollah e di Hamas, poi dell'Iran.

 

Ci si poteva illudere che, con la fine di Hezbollah e Hamas e la cacciata degli Assad dalla Siria, il passo indietro a cui era stato costretto l'Iran nella regione potesse bastare. Invece per Israele no. Ed eccoci qui: l'Iran non avrebbe mai voluto arrivare a un confronto con gli Stati Uniti, voleva negoziare».

 

ALI LARIJANI E ALI KHAMENEI

Gli Stati Uniti appunto: lei dice che questa guerra è regionale, ma c'è dentro anche l'America…

«E quello è oggi il problema principale: Trump ha deciso di intervenire a fianco di Israele per ben due volte e ora non sa dove vuole arrivare. Lo sa Israele, a cui vanno benissimo entrambe le soluzioni che sono state delineate: l'arrivo al potere del figlio dell'ex Scià, e dunque il regime change, oppure il caos.

 

[...] Trump non è Netanyahu ed è in una situazione difficile: non sa dove vuole arrivare e più passa il tempo, più la situazione si fa complessa. Perché più leader uccidi, e meno gente hai per negoziare: si poteva parlare con Khamenei, o con Larijani, oggi non si può più.

 

PALAZZI DISTRUTTI DALLE BOMBE A TEHERAN - FOTO LAPRESSE

E sperare che con le bombe dall'alto il regime collassi è inutile: l'esercito non è pronto a tradire, i Pasdaran hanno una base sociale importante (diciamo fra il 10 e il 20 per cento della popolazione), l'apparato statale è leale e la popolazione è bloccata fra il regime e gli Stati Uniti, quindi non andrà nelle strade a ribellarsi».

 

L'Iran a cosa punta, secondo lei?

«A sopravvivere, a resistere. Il regime non deve vincere, gli basta restare in piedi per i prossimi sei mesi. E può facilmente farlo: ha ottimi combattenti, abbastanza navi e da vent'anni si prepara per controllare il Golfo.

 

La strategia è chiara: bloccare il flusso di petrolio. Per farlo non serve distruggere tutte le navi che passano per Hormuz: ne basta una al giorno. E nessuna compagnia chiederà ai suoi marinai di rischiare».

 

BENJAMIN NETANYAHU BURATTINAIO DI DONALD TRUMP

Quanto c'entra lo sciismo in questo? La rigida organizzazione politica, l'idea verticale di potere che è insita in questo tipo di Islam e che non appartiene invece ai Paesi sunniti…

«Le direi nulla. L'ideologia sciita motiva i Pasdaran, non la società iraniana [...]. Quello che conta davvero è l'idea di Stato-nazione: l'Iran è sempre stato uno Stato-nazione, a differenza delle monarchie del Golfo. E la rivoluzione ha rafforzato questa idea [...].

 

Non era difficile capirlo, ma a Israele questo non interessava: gli importava distruggere la capacità nucleare. Per gli americani non è così: forse pensavano che sarebbe stato come il Venezuela, [...]… Non è così. E ora siamo a sei mesi dalle elezioni di midterm, con l'economia in difficoltà e la base Maga in rivolta.

 

PERSONE IN FUGA DOPO UN ATTACCO DI USA E ISRAELE A UN COMMISSARIATO DI POLIZIA A TEHERAN

Decisamente, non una buona situazione per Trump. Tuttavia, credo che non abbiamo visto tutto, che le cose potrebbero peggiorare ulteriormente: Netanyahu sostiene sia necessario l'invio di truppe di terra, magari solo sulle coste, magari solo per controllare i porti e i punti di passaggio del petrolio.

 

Ma mandare soldati americani non risolverà la questione: anzi, rischia di peggiorarla, di essere una trappola. Pensi cosa accadrebbe in caso di un attentato… La realtà è che prima o poi gli Stati Uniti dovranno negoziare. Il che mi porta a dire che l'Iran sta vincendo».

 

L'altro protagonista di questa vicenda sono i Paesi del Golfo: come li colloca in questo triangolo?

NAVE DA GUERRA IRANIANA SILURATA DA UNA SOTTOMARINO USA - 3

«I Paesi del Golfo hanno bisogno di una guida, di una protezione: per 45 anni è stata l'America, ma ora non lo è più. Trump non li ha protetti dai missili iraniani e se fossi un qatarino o un emiratino, mi farei delle domande: per uscire dalla crisi, negozieranno con l'Iran.

 

L'Arabia Saudita potrebbe essere una storia diversa, ma neanche troppo: anche a loro serve protezione, e se non gliela dà Trump, con Teheran dovranno parlare. Il Golfo tornerà ad essere un Golfo Persico, perché alla fine nessuno potrà offrire protezione se non l'Iran: non I'America di Trump, non la Russia, che da questa storia si è tirata fuori, non la Cina che è troppo distante.

 

VIGNETTA ELLEKAPPA - NETANYAHU TIENE AL GUINZAGLIO TRUMP

Ciò detto, credo anche che i Patti di Abramo resisteranno, che non ci sarà nessuna crisi con Israele: il che vuol dire che una volta e per tutte a essere sacrificata sarà la causa palestinese, che tutti nel Golfo considerano ormai persa e secondaria rispetto all'importanza di mantenere i rapporti con Israele».

 

Lei insegna all'Istituto universitario europeo: l'Europa dov'è? Forse la vede meglio di noi?

«Direi proprio di no. L'Europa è retorica: due popoli per due Stati fra Israele e Palestina, stabilità nel Golfo… Ma non è un attore in questa crisi, se non nella protezione dei suoi confini e dunque di Cipro. Trump gli ha chiesto di intervenire su Hormuz: ma perché l'Europa dovrebbe muoversi per un presidente che il giorno dopo che lo hai aiutato è pronto a insultarti? Questa è una lezione che gli europei hanno imparato bene».

 

[...]

RADAR BOMBARDATO DA USA E ISRAELE IN IRANNAVE DA GUERRA IRANIANA SILURATA DA UNA SOTTOMARINO USA - 1