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I NUOVI SCENDILETTO DI DONALD - DOPO LA ROTTURA TRA MELONI E TRUMP, E’ SFIDA TRA VANNACCI E GIUSEPPE CONTE PER SOSTITUIRSI ALLA DUCETTA NELL’INTERLOCUZIONE PRIVILEGIATA CON IL TYCOON - PEPPINIELLO, NELLO SCONTRO TRA PALAZZO CHIGI E LA CASA BIANCA, E' STATO AMBIVALENTE. TRE MESI FA, CONTE HA AVUTO UN RENDEZ VOUS (CHE DOVEVA RIMANERE SEGRETO) CON L’INVIATO SPECIALE DI TRUMP, PAOLO ZAMPOLLI - POI C’E’ VANNACCI, PIÙ SENSIBILE ALLE SIRENE CHE ARRIVANO DA WASHINGTON. I MESSAGGI DEL GENERALE SU MIGRANTI E SCUOLA "SUDDIVISA IN CLASSI DISTINTE IN BASE AL MERITO", NON SONO SFUGGITI AI TRUMPIANI…
Tommaso Labate per il Corriere della Sera - Estratti
Per qualcuno sarà il rompicapo politico dell’estate, il tormentone destinato a lasciare una traccia significativa nella lunga campagna elettorale che verosimilmente comincerà già a settembre. Per altri, forse un po’ più creativi, è l’indagine su costi e benefici dell’occupazione di uno spazio politico che si è improvvisamente aperto, sul filo diretto che collega Roma alla Casa Bianca e viceversa da cui adesso manca un interlocutore.
Tutto parte da una domanda, che agita i sonni di chi presidia Palazzo Chigi: ora che la rottura tra Giorgia Meloni e Donald Trump pare davvero insanabile, c’è qualcuno che sta lavorando sottotraccia per sostituirsi alla presidente del Consiglio nell’interlocuzione privilegiata con l’inquilino della Casa Bianca, foriera di non si sa quale fetta di consenso (uno zoccolo durissimo di trumpiani in Italia esiste, eccome) e comunque di un canale diretto con un pezzo di mondo economico-finanziario che può tornare utile all’alba delle elezioni politiche?
A Palazzo Chigi, negli ultimi tre giorni, quelli in cui lo scontro Meloni-Trump è uscito dal dietro le quinte delle analisi degli osservatori e finito sul proscenio, dicono di osservare con un misto di preoccupazione e sospetto Giuseppe Conte. Nello scontro tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca l’ex presidente del Consiglio ha preso una posizione ambivalente: netta contro Trump, non altrettanto in difesa di Meloni.
La qual cosa ha rinfrescato la memoria a tutti i massimi vertici del governo, a cominciare dalla cerchia ristretta del vertice, sulla «singolare coincidenza» di quasi tre mesi fa, quando venne reso pubblico l’incontro (che doveva rimanere segreto) tra l’inviato speciale di Trump per le global partnership, Paolo Zampolli, e il presidente del Movimento 5 Stelle.
Nulla di strano, o quantomeno non troppo, se non fosse che quel faccia a faccia — richiesto da Zampolli, quindi dal «lato Trump» — era arrivato a poche ore dal niet opposto dal governo italiano all’utilizzo della base di Sigonella nell’ambito della guerra dichiarata all’Iran.
Poi c’è un’altra pista, che porta a Roberto Vannacci. A differenza di Conte, che stava a Palazzo Chigi all’epoca del suo primo mandato alla Casa Bianca, il generale non vanta ancora rapporti diretti con The Donald.
Ma, al contrario di quella del Movimento 5 Stelle, la base elettorale di Futuro nazionale, che ha esportato da Oltreoceano la prima delle sue parole chiave («Remigrazione»), è decisamente più sensibile alle sirene che arrivano da Washington. Dopo giorni di tentennamenti, anche Vannacci ha difeso Meloni, «che ha tutelato l’interesse nazionale perché Trump ha offeso l’Italia» (precisando comunque che «noi dobbiamo fare gli interessi degli italiani», quindi «non dobbiamo farci nemici gli Stati Uniti»).
Ma lo schema su cui si muove è sempre sulla scia del trumpismo. Ieri, per esempio, l’ha tratteggiato citando Marx: «Questi immigrati hanno costituito quello che Marx definiva l’esercito industriale di riserva del padrone, togliendo diritti ai lavoratori e facendoli lavorare per un salario non adeguato. Quindi rimandiamoli a casa…». Poi ha sposato la teoria della scuola suddivisa in classi distinte in base al merito: «È usata in tantissime nazioni europee e sembra funzionare».
conte trump 1
roberto vannacci a firenze 4
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incontro tra giuseppe conte e paolo zampolli - vignetta by le frasi di osho
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