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Alberto D'Argenio per "La Repubblica"
Scelta Civica in panne. Montiani spaccati su tutto. Le diverse anime del partito non trovano una linea comune sull'uscita dal governo, sulla collocazione europea o sui tempi per formalizzare il divorzio con l'Udc. E così Mario Monti deve ritirare la minaccia di abbandonare la maggioranza. Non tutti sarebbero pronti a seguirlo. Anche la richiesta di un vero e proprio «contratto di coalizione» lanciata domenica dall'ex premier ora viene appena sussurrata.
Dentro Sc preferiscono vivere la convocazione di un vertice di maggioranza, che a Palazzo Chigi e nel Pd derubricano a normale amministrazione, come una vittoria. Un buon modo per raccontarsi di avere inciso sul governo e per dimenticare i mille problemi interni che ancora affliggono i civici.
Ai suoi Monti dice di avere «centrato il bersaglio», di essere riuscito a «rinforzare Letta e il governo rispetto ai partiti che si stavano sfilacciando come successe con me lo scorso anno». E guai a chi ha letto le sue parole («senza un cambio di marcia non potremo
più sostenere la coalizione») come un preannuncio di uscita dal governo. Colpa dei media se è passata questa interpretazione.
Ma il dietrofront c'è stato e lo spiega anche con il fatto che nel partito non tutti sono d'accordo con la rottura. Quelli di Italia Futura, come Andrea Romano, si definiscono «riformatori» e premono per mollare una maggioranza che non ritengono in grado
di incidere sul Paese saldandosi, a detta loro, con i montiani più battaglieri. Fanno i nomi di Ichino e Lanzillotta.
L'ala cattolica di Olivero o Dellai invece spinge per un atteggiamento più morbido. E poi pesa lo scarso impatto sulla tenuta del governo dell'eventuale forfait di Sc: Pd e Pdl conserverebbero una salda maggioranza sia alla Camera sia al Senato.
Così ieri alla notizia del vertice convocato da Letta tutti hanno preferito dichiararsi soddisfatti. Da vedere se la tregua reggerà . Perché le incomprensioni e i problemi di un partito crollato al 4% restano tutti. Ancora non sono stati risolti nodi chiave come la collocazione europea (i laici vogliono andare nei liberali, i cattolici nei popolari del Ppe) e sulle alleanze future, con un flirt con Renzi che non convince tutti.
Visioni diverse anche sui rapporti con l'Udc. Anche se Monti e Casini vivono da separati in casa, i centristi non sono usciti dai gruppi comuni in Parlamento. Ma dopo che l'Udc ha attaccato l'ex premier per la minaccia di lasciare il governo assicurando che non lo avrebbe seguito, un laico montiano racconta che oggi nella riunione del gruppo alla Camera una ventina di deputati chiederà a quelli di Casini di andarsene al misto. Ma anche qui dentro Sc si litiga visto che i vertici stoppano l'offensiva: «L'uscita dei centristi la si concorda con loro, niente sfratti». Una posizione pragmatica visto che l'addio dei centristi al Senato relegherebbe i montiani al misto.
monti casini
Andrea Romano
ANDREA OLIVERO ACLI
LORENZO DELLAI
MATTEO RENZI FOTO LAPRESSE
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