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MATTEO BERRETTINI...ACCENDI LA LUCE! – IL TENNISTA ROMANO E LA MISTERIOSA MASCHERA UTILIZZATA DOPO GLI US OPEN: IL DISPOSITIVO E’ RICONDUCIBILE ALLA TERAPIA DELLA LUCE, UN TRATTAMENTO CHE UTILIZZA SPECIFICHE LUNGHEZZE D’ONDA DELLA LUCE, ATTRAVERSO LED O SORGENTI LASER A BASSA INTENSITÀ. L'APPARECCHIO APPOGGIATO SULLA COSCIA INVECE SERVE PER IL RECUPERO MUSCOLARE. BERRETTINI HA CONVISSUTO NEGLI ULTIMI ANNI CON UNA SFILZA DI PROBLEMI FISICI…
Dario Lessa per Chi - chimagazine.it
Matteo Berrettini non ha bisogno di inventarsi un personaggio. Basta una fotografia scattata in una camera d’albergo, dopo gli US Open, per trasformare un normale trattamento di recupero in un piccolo enigma da social network.
Nel lungo carosello pubblicato dal tennista romano al termine della trasferta americana compare infatti un’immagine decisamente insolita. Berrettini è sdraiato sul letto, indossa intimo e calzini, ha gli auricolari alle orecchie e una strana maschera bianca illuminata sul volto.
Sulla coscia, intanto, compare un altro dispositivo, mentre un telecomando è comodamente appoggiato accanto a lui. La fotografia ha immediatamente attirato l’attenzione dei follower, perché sembra uscita più da un laboratorio di medicina futuristica che dalla stanza di un atleta professionista.
Quella maschera è riconducibile alla terapia della luce, una famiglia di trattamenti che comprende anche la cosiddetta fotobiomodulazione.
Il principio è meno spettacolare dell'immagine, ma decisamente più interessante. La fotobiomodulazione utilizza specifiche lunghezze d’onda della luce, generalmente nel rosso e nel vicino infrarosso, attraverso LED o sorgenti laser a bassa intensità.
L’obiettivo consiste nel modulare alcuni processi biologici cellulari, senza riscaldare o danneggiare i tessuti come farebbe una sorgente luminosa molto più potente. La ricerca scientifica studia da anni questa tecnologia anche nell’ambito della medicina sportiva. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 ha però invitato alla prudenza. Analizzando cinque studi sulla fotobiomodulazione a corpo intero, per complessivi 105 partecipanti, i ricercatori non hanno trovato prove convincenti di miglioramenti nella performance o nei biomarcatori della fatica.
Il quadro cambia quando si considerano trattamenti localizzati. Diverse revisioni hanno rilevato possibili effetti favorevoli su prestazione muscolare, recupero e indolenzimento, soprattutto utilizzando determinate lunghezze d’onda rosse o infrarosse. La qualità delle prove, tuttavia, non è sempre omogenea.
Insomma, non siamo davanti alla bacchetta magica del tennis moderno. Siamo davanti a uno strumento che può entrare in un protocollo più ampio di recupero, insieme a fisioterapia, sonno, alimentazione, lavoro muscolare e gestione dei carichi.
E quella luce blu sul viso?
Qui arriva la parte più interessante. Il colore che vediamo nella fotografia di Berrettini non permette, da solo, di stabilire quale trattamento stesse effettuando né quali parametri utilizzasse il dispositivo.
Le maschere LED destinate al viso possono utilizzare differenti lunghezze d’onda e avere finalità dermatologiche diverse. La semplice luce blu, quindi, non equivale automaticamente alla fotobiomodulazione muscolare effettuata con luce rossa o infrarossa.
Questo dettaglio è importante perché sui social la tecnologia tende rapidamente a trasformarsi in leggenda. Una maschera luminosa diventa una terapia miracolosa, un dispositivo sulla coscia diventa una macchina capace di cancellare la fatica e una fotografia privata assume improvvisamente i contorni di una cartella clinica.
Il dispositivo sulla coscia racconta un'altra storia
L'apparecchio appoggiato sulla coscia sembra inserirsi in un contesto diverso, quello del recupero muscolare. Anche in questo campo la fotobiomodulazione viene studiata per verificare possibili effetti sull'indolenzimento, sulla forza e sui marker associati al danno muscolare.
Una meta-analisi pubblicata nel 2025 ha analizzato 14 studi sulla fotomodulazione applicata al dolore muscolare post-esercizio. I risultati hanno indicato possibili riduzioni dell'indolenzimento a 72 e 96 ore, oltre a miglioramenti della forza nelle prime 48 ore.
(…)
Il tennista romano ha convissuto negli ultimi anni con una lunga sequenza di problemi fisici, capaci di interrompere più volte la sua continuità agonistica. Quando il corpo diventa il principale avversario di un atleta, il recupero smette di essere una parentesi e diventa parte integrante dell'allenamento.
Ogni dettaglio assume allora un peso diverso. Il sonno, il lavoro fisioterapico, la preparazione atletica, la nutrizione e persino quei dispositivi dall’aspetto vagamente alieno entrano nella stessa strategia.
Non significa che Berrettini attribuisca alla maschera LED poteri miracolosi. Significa piuttosto che, arrivato a trent’anni, ha imparato una lezione che nello sport professionistico vale quasi quanto un servizio vincente: il talento serve, ma bisogna anche riuscire a conservarlo.
Dopo New York, il corpo prima di tutto
Gli US Open di Berrettini si sono conclusi al secondo turno, in una stagione nella quale la continuità fisica continua a rappresentare una variabile fondamentale della sua carriera.
Il tennis contemporaneo non concede tregua. Tra viaggi intercontinentali, superfici differenti, allenamenti ad alta intensità e partite che possono superare abbondantemente le tre ore, il recupero è diventato una disciplina quasi parallela.
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