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Francesco Saverio Intorcia per la Repubblica
IL fragore della caduta è direttamente proporzionale all’altezza dei giganti. Il risveglio del Barcellona ha il retrogusto malinconico di un altro ciclo esaurito, negli occhi la polvere che si solleva dalle macerie. Persino la parolina magica, remuntada, manifesto programmatico delle passate resurrezioni di coppa, stavolta suona come una chimera: ribaltare i quattro gol presi al Parco dei Principi contro il Psg è quasi impossibile, non c’è riuscito nessuno fin qui, non può sperarci una squadra esaurita e sotto processo.
Alla Ciutat Esportiva, ieri mattina, dopo l’abituale riunione di analisi postgara, i senatori dello spogliatoio sono rimasti da soli con Luis Enrique per un chiarimento tattico giudicato urgente e indispensabile.
È la prova di quello che si mormora da tempo nell’ambiente blaugrana: l’insofferenza delle stelle per il tipo di gioco proposto dall’allenatore. Dissapori che avevano caratterizzato anche l’inizio della sua avventura sulla panca dei catalani.
Soltanto due anni fa il Barcellona centrava il triplete nel primo anno di Luis Enrique, che proprio dopo la vittoria a Berlino contro la Juventus prolungò il suo contratto fino al 2017 con uno stipendio di sei milioni. Ora il tempo di Lucho sembra scaduto, insieme al suo contratto che terminerà a giugno. E i tentennamenti che lui e il club hanno avuto fra dicembre e gennaio sul rinnovo hanno un significato diverso, se letti dopo il crollo di Parigi, così come le parole dell’asturiano al canale ufficiale del club:
«Questo lavoro è pesante, anche se alleno i migliori del mondo. Se il mio futuro non sarà qui non sarà da nessun’altra parte». Chiarissima la tentazione di prendersi un anno sabbatico, prima che i nervi saltino del tutto: spia del disagio, la lite con un cronista che lo incalzava dopo la sconfitta, di cui poi Lucho si è preso tutta la responsabilità, mescolandola a nostalgia: «È colpa mia ma ricordo che questi giocatori ci hanno dato grandi soddisfazioni».
La successione è già aperta: Ernesto Valverde, tecnico dell’Athletic Bilbao, che ha vinto, oltre a tre scudetti greci con l’Olympiacos, la supercoppa di Spagna proprio contro il Barcellona (4-0 nel match di andata) e che da attaccante ha vestito la maglia blaugrana per due stagioni. È favorito su un altro ex, Ronald Koeman, ora all’Everton.
Raccontano che la crepa si sia aperta in autunno, quando il Barça ha cominciato a brillare poco e a perdere terreno in campionato: si è presentato al Clásico già con l’acqua alla gola, e il gol preso allo scadere su inzuccata del solito Ramos ha inciso, più che sulla classifica, sulla reale convinzione di rianimare una squadra logora, distrutta a centrocampo nonostante abbia avuto pure col Psg il predominio nel possesso palla, con un beffardo 53%.
L’involuzione di Busquets, i ripetuti malanni di Iniesta, la crisi di rigetto dell’ambiente per André Gomes, l’uomo preso dal Valencia e soffiato a Juventus e Napoli per la modifica cifra di 55 milioni più bonus: in campionato ha giocato titolare solo 10 volte, in coppa è stato rischiato con ostinazione ma non ha convinto, e quando ieri si è presentato agli allenamenti i tifosi lo hanno accolto gridandogli “paquete”. Pacco, bidone.
Le prodezze della ditta MSN, Messi Suarez Neymar, hanno spesso mascherato le lacune e ingrassato la classifica. Ma a Parigi Leo non ha mai tirato in porta, e il suo malessere in campo si abbina al gelo sul rinnovo: nel 2018 potrebbe svincolarsi gratis e solo a pensarlo si coglie l’eccezionalità dell’evento. Eccezionali anche le cifre: Messi vorrebbe 50 milioni lordi. Tutti hanno rinnovato, la Pulce ancora no.
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