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Cinzia Dal Maso per “la Repubblica”
“Mamma questo non è un museo!”. “Sono entrato perché credevo fosse un bar”. Questo dicono i visitatori del piccolo Museo delle palafitte di Ledro (Trento) come racconta la curatrice Romana Scandolari nel libro Un museo! (Erickson, 2015).
Parlano di un museo accogliente dove si sta a proprio agio. Dove la gente è invitata a scoprire gli oggetti e le loro storie, a confrontarli con le proprie abitudini e convinzioni, per giungere con giochi di ruolo a immedesimarsi nella vita e nei problemi degli uomini della preistoria. Un luogo divertente, allegro, dove s’impara sperimentando: è questo il segreto del museo del XXI secolo. «In passato pensavamo che i visitatori volessero più tecnologia, e invece ciò che vogliono veramente è un modo diverso di interagire col museo» osserva Koven Smith del Blanton Museum of Art (Austin, Texas) nel blog del museo.
«Bisogna coinvolgere i visitatori, farli partecipare alle vicende di oggetti e luoghi», incalza l’esperta di tecnologie museali Elisa Bonacini. «Certo, al giorno d’oggi non possiamo prescindere dalle tecnologie, ma queste devono essere al servizio di un progetto. E si devono usare tecnologie diverse per scopi diversi ».
king john’s castle di limerick
Bonacini racconta per esempio del nuovo allestimento al King John’s Castle di Limerick (Irlanda) che mescola sapientemente tavoli multimediali interattivi, ricostruzioni virtuali, plastici, video dei protagonisti delle vicende del castello, giochi di ruolo per dar vita a «un’esperienza di visita veramente unica. Mi sono divertita».
Recentemente si è svolto al museo Maxxi di Roma (che vanta un pluripremiato sito web) il primo incontro di Digital Think- in, appuntamento fisso annuale per chi nel nostro paese si occupa di digitale e tecnologie museali. «I musei sono fatti di persone, collezioni, esperienze, non di tecnologie», ha subito chiarito Dave Patten, direttore New Media del Science Museum di Londra.
king john s castle di limerick
«Ma le tecnologie servono per lavorare in modo diverso, con strumenti diversi. E dobbiamo sperimentare sempre più per costruire il nostro futuro». Così oggi c’è chi si cimenta in app sempre più complesse e chi in teatri virtuali sempre più sofisticati assoldando specialisti di Hollywood. C’è chi sperimenta il visore immersivo Oculus Rift per “far uscire” personaggi e colori dai quadri, e chi usa i Google Glass per arricchire le tradizionali audioguide con video e ricostruzioni virtuali. In ciò Digital Think- in ha mostrato una volta di più che le eccellenze italiane competono validamente con i campioni stranieri. Si sono viste, tra l’altro, le cuffie immersive che il Museo civico di Bolzano utilizza per descrivere le opere con i suoni, e il robot Virgil che guida i visitatori tra le stanze chiuse al pubblico del castello di Racconigi (Cuneo).
I robot stanno fornendo alternative sempre più valide alla guida in carne e ossa, offrendo anche la possibilità di dialogare a distanza con i veri protagonisti. All’American Museum of Natural History di New York si può visitare la sezione degli Indiani d’America guidati da un indiano che parla ai visitatori e guida il robot rimanendo a casa propria. Mentre l’Illinois Holocaust Museum consente ai visitatori di dialogare con alcuni sopravvissuti all’olocausto che appaiono su uno schermo: le risposte sono preregistrate, un sistema identifica parole chiave nelle domande dei visitatori e, in base a quelle, sceglie la risposta più adatta a ciascuna di esse.
Il museo d’oggi deve anche conoscere sempre meglio i visitatori per proporre esperienze di visita sempre più personalizzate. Fa uso di questionari cartacei e di analisi comportamentali, «ma in un futuro sempre più smart, sarà lo smartphone a conoscere perfettamente i nostri movimenti e le nostre preferenze», osserva ancora Bonacini. «E saranno le informazioni stesse a “venirci addosso” già personalizzate sui nostri dispositivi».
google glass per aiutare la memoria
Senza però mai perdere di vista strumenti come TripAdvisor, ed è singolare che finora solo una studiosa di casa nostra, Nicolette Mandarano, abbia pensato di analizzarne i commenti per capire le preferenze della gente. E non solo. «Oggi i visitatori scelgono sempre più in base alle indicazioni altrui: costruirsi una reputazione online è importantissimo », osserva.
Come e più di altri, dunque, i musei devono essere presenti nel web in modo mirato e aggressivo. E anche in questo alcune esperienze di casa nostra sono degne di nota: per esempio il museo Salinas di Palermo, chiuso da anni per ristrutturazione, nell’ultimo anno ha avviato strategie puntuali di web marketing e organizzato così tante attività, da essere seguitissimo sui social network e frequentatissimo dai palermitani. In sostanza, usando il web è diventato un brand.
Oltre ai social, sempre più musei consentono visite virtuali dalle scrivanie di casa propria, ma il vero salto di qualità è rendere le proprie collezioni liberamente disponibili online con immagini ad alta risoluzione in modo da favorirne il riuso a qualunque livello, dallo studioso al commerciante che realizza tazze e calendari.
Dal Getty di Los Angeles al Rijksmuseum di Amsterdam al Metropolitan di New York, si diffonde sempre più la convinzione che la cultura è di tutti e la sua libera circolazione va comunque a vantaggio del museo e della sua fama. Sempre più musei, poi, coinvolgono i cittadini anche nelle proprie attività di ricerca.
Pionieristico per ampiezza e ambizioni è il progetto Micropasts ideato da University College London e British Museum che in un anno e mezzo ha coinvolto milleseicento cittadini da tutto il mondo per la digitalizzazione delle trentamila schede degli oggetti in metallo dell’età del bronzo del museo, e la realizzazione di moltissimi modelli 3D: ora tutto il materiale è disponibile in formato aperto sul web.
metropolitan museum of art new york
«Il museo del futuro è un museo non solo fisico, che coinvolge i cittadini in tutte le proprie attività, e soprattutto che investe nei linked open data, cioè mette i propri dati online a disposizione di tutti e in collegamento con molti altri», osserva Chiara Bonacchi del’Ucl (University College of London). «È cioè un museo sempre più interconnesso con tutte le altre istituzioni del mondo».
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