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    "DEL PASSATO PRE-INTERNET MI MANCA LA SENSAZIONE DI ESSERE IN UN LUOGO SENZA SENTIRSI CONNESSI, ANCHE PERDERSI AVEVA IL SUO FASCINO"  - PAMELA PAUL, L'AUTRICE DI "100 COSE CHE ABBIAMO PERSO PER COLPA DI INTERNET", IL LIBRO SUL LATO OSCURO DELLA RIVOLUZIONE DIGITALE, CHE HA UCCISO LA NOIA E L'IMMAGINAZIONE - "NON SOSTENGO CHE SI STAVA MEGLIO IN UN MONDO PIÙ POVERO, ARCAICO E POCO TECNOLOGICO, MA MI INTERESSA RICORDARE A TUTTI COME SI VIVEVA PRIMA DELLA RIVOLUZIONE DIGITALE"


     
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    PAMELA PAUL PAMELA PAUL

    Enrico Franceschini per “la Repubblica”

     

    Quando è stata l’ultima volta che vi siete annoiati? Che siete rimasti a guardare il cielo, domandandovi: cosa faccio, dove vado, come passo le prossime due ore. È partita da questa semplice domanda, l’idea per 100 cose che abbiamo perso per colpa di Internet, il libro di Pamela Paul sul lato oscuro della rivoluzione digitale.

     

    Tutti sappiamo che il web ci ha cambiato la vita, per molti aspetti in meglio: è più facile informarsi e comunicare, il mondo si è ristretto facendoci sentire parte dello stesso villaggio, possiamo telefonare gratis a un amico in America su WhatsApp, prenotarci da soli una vacanza in Oman, imparare a preparare qualunque piatto, a riparare qualunque cosa. Ma a parte le fake news, le truffe online e la cyberguerra, internet ci ha anche tolto qualcosa. La noia, per cominciare, perché abbiamo sempre in pugno, sullo smartphone, lo strumento per distrarci.

     

    100 cose che abbiamo perso per colpa di internet PAMELA PAUL 100 cose che abbiamo perso per colpa di internet PAMELA PAUL

    Ex responsabile della Book Review del New York Times, l’inserto settimanale di recensioni letterarie considerato la bibbia dell’editoria americana, oggi columnist del medesimo quotidiano, la 52enne giornalista e scrittrice americana ci riporta indietro di due o tre decenni, a un tempo in cui la vita era più complicata, non necessariamente da rimpiangere, certamente diversa.

     

    Nelle prime pagine del libro lei cita un tormentone che gira sul web sui ricordi di quando si passavano le giornate a giocare in cortile, si doveva andare a suonare il campanello per sapere se un amico è in casa, si guardava la tv in bianco e nero con un solo canale. La tesi è che si stava meglio quando si stava peggio?

    «Ammetto che per temperamento sono nostalgica. Non sostengo che si stava meglio in un mondo più povero, arcaico e poco tecnologico, ma ho più curiosità a guardare indietro, a come eravamo, che avanti, a come diventeremo. Perciò, parlando del web, mi interessa meno esplorare il futuro di Internet, cosa succederà a Twitter in mano a Elon Musk, che ricordare a tutti come si viveva prima della rivoluzione digitale. E per certi aspetti secondo me non era poi male».

     

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    Cosa le manca di più di quell’era?

    «La sensazione di essere in un luogo solo, in un preciso momento, senza sentirsi connessi contemporaneamente a tutto il resto. Potere ignorare email, messaggini, notifiche, per una pura immersione totale in una cosa soltanto. Ecco, una volta succedeva di trovarsi da qualche parte in un albergo e nessuno sapeva dov’eri, cosa stavi facendo. Adesso con il web non siamo mai soli».

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    Passiamo in rassegna alcune delle cose perdute descritte nel libro: il saputello…

    «Tutti ne conoscevamo uno: l’esperto onnisciente, che ha memorizzato tutto, conosce tutto. Ebbene, è scomparso, perché adesso ognuno di noi è un saputello. Ho appena passato un weekend con un’amica che chiedeva continuamente a Siri: dimmi questo, dimmi quello, e Siri puntuale rispondeva».

     

    Perdersi in una città sconosciuta, o magari nella propria…

    «Con Google Map sappiamo sempre dove siamo, dove stiamo andando, come raggiungere un posto nel più breve tempo possibile. È utile, ma anche perdersi aveva il suo fascino. La gioia di ritrovare la strada giusta è perduta per sempre, se abbiamo la certezza anticipata di trovare l’uscita dal labirinto».

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    Trovare l’anima gemella per caso…

    «Una generazione fa, se uno confessava di avere conosciuto un amore su un sito per cuori solitari, veniva compianto: poveretto, non ha vita sociale, è timido, è strano. Adesso è il contrario: vieni preso per stravagante se il tuo flirt non è iniziato su internet. Il web aiuta, ma vuoi mettere il thrilling dell’incontro casuale, in un bar, in biblioteca, su una spiaggia?».

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    Le foto venute male…

    «Non ci sono più. Quelli della mia età ne scattano tre o quattro per ogni situazione, poi cancellano quelle venute male e salvano quella giusta. Le foto venute male, che facevano tanto ridere, non esistono o sono delle pose buffe recitate apposta».

     

    Le cartoline…

    «Mandiamo cartoline digitali con le foto delle nostre vacanze in tempo reale. Ma non era bello aprire la cassetta della posta e trovare l’immagine di un luogo esotico con i saluti scritti a mano di un amico e pensare: guarda un po’ dove è stato?».

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    Non sapere che tempo farà…

    «Controllare le previsioni è una tale ossessione che ci fidiamo di quello che dice il telefonino più che di guardare fuori dalla finestra».

     

    Le enciclopedie e i dizionari…

    «Sostituiti da Google, ma non è la stessa cosa. Se controlli una parola sul dizionario, magari l’occhio cade sulla parola adiacente e viene voglia di leggere anche quella, mettendo in moto collegamenti mentali imprevedibili. Sul web non c’è mai niente di adiacente».

     

    Vale anche per la lettura dei giornali.

    «Certo. In un articolo digitale, leggi solo quello, più al massimo i link inseriti dentro il testo. Sulla carta l’occhio vaga per la pagina e può cogliere altri stimoli, altri mondi».

    DIPENDENZA INTERNET DIPENDENZA INTERNET

     

    Pamela, in conclusione, lei rinuncerebbe a Internet per riavere le cento cose perdute del suo libro?

    «No, oggi non potrei vivere senza Internet. Ma se potessi scegliere in che epoca vivere, sceglierei quando non c’era ancora. Che mi pareva più sorprendente, più spontanea, più romantica»

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