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E TANTI SALUTI AL DOLLARO! – UN REPORT DI DEUTSCHE BANK AVVERTE CHE LA GUERRA IN MEDIO ORIENTE “PUO’ ESSERE UN FATTORE DETERMINANTE NELL’EROSIONE DEL PREDOMINIO DEL PETRODOLLARO E NELL’INIZIO DELL’ERA DEL PETROYUAN” – DA UN LATO, I PAESI DEL GOLFO NON SI SENTONO PIÙ “PROTETTI” DAGLI USA, CHE HANNO SCATENATO SENZA CONSULTARLI UN CONFLITTO CHE LI COINVOLGE IN MODO DIRETTO. DALL’ALTRO LA GUERRA INTENSIFICA UNA TENDENZA GIÒ IN ATTO: IL GREGGIO, CHE FINO A POCHI ANNI FA VENIVA SEMPRE PAGATO IN DOLLARI, OGGI PER IL 15-20% È INVECE ACQUISTATO CON YUAN, RUBLI, RUPIE O…
Estratto dell’articolo di Sissi Bellomo per “Il Sole 24 Ore”
petrodollari - pagamento del petrolio in dollari
C’è anche il tramonto del petrodollaro tra i possibili effetti collaterali della guerra nel Golfo Persico: una prospettiva non immediata, ma senza dubbio accelerata in una situazione come quella attuale, che rappresenta un’insidia tutt’altro che trascurabile per l’egemonia della valuta statunitense, come mezzo di pagamento e di conseguenza anche come riserva delle banche centrali.
[…] Si stanno comunque aprendo crepe sempre più evidenti su quello che da decenni è uno dei principali pilastri che sostengono il biglietto verde e che garantiscono agli Stati Uniti l’«esorbitante privilegio» di finanziare a basso costo un debito pubblico di dimensioni ormai davvero allarmanti: oltre 39mila miliardi di dollari secondo le ultime cifre ufficiali, pubblicate la settimana scorsa.
A richiamare l’attenzione sul petrodollaro – avvertendo che oggi è investito da una «tempesta perfetta» di eventi avversi – è Deutsche Bank, con un report probabilmente destinato ad innervosire l’amministrazione Trump, come già altri report sul dollaro diffusi dalla stessa banca, criticati a gennaio dal segretario al Tesoro Scott Bessent.
Stavolta gli analisti di Deutsche scrivono niente meno che l’attuale conflitto in Medio Oriente «potrebbe essere ricordato come un fattore determinante nell’erosione del predominio del petrodollaro e come l’inizio dell’era del petroyuan», in quanto «ha scosso alcune delle fondamenta portanti del regime del petrodollaro, accordo che lega la sicurezza al prezzo del petrolio».
Da un lato, argomenta il report, i Paesi del Golfo non si sentono più “protetti” dagli Usa, che hanno scatenato senza consultarli una guerra che li coinvolge in modo diretto, con gravi danni anche di ordine economico.
Dall’altro lato lo stesso conflitto intensifica una tendenza che, soprattutto a causa delle sanzioni internazionali, stava già prendendo piede: il petrolio, che fino a pochi anni fa veniva sempre pagato in dollari, oggi per il 15-20% dei volumi (a seconda delle stime) è invece acquistato con yuan, rubli, rupie e in qualche caso anche euro.
Inoltre ci sono le valute digitali: Arabia Saudita ed Emirati arabi, fa notare Deutsche Bank, hanno aderito con la Cina e altri Paesi al progetto mBridge, che ha creato un’infrastruttura per pagamenti fuori dal sistema del dollaro e dallo Swift.
Grandi cambiamenti hanno investito anche gli Usa, che grazie allo shale oil sono oggi i primi produttori di petrolio al mondo e grandi esportatori netti: condizione che senza dubbio attenua la necessità di “tenersi buoni” i Paesi arabi.
Ma il petrodollaro servirebbe ancora, per alimentare la domanda non tanto di banconote quanto di asset in dollari, a cominciare dai Treasuries, di cui non a caso i Paesi del Golfo (che hanno anche valute indicizzate al biglietto verde) sono grandi detentori: Arabia Saudita ed Emirati arabi addirittura tra i primi venti Paesi al mondo, con un controvalore complessivo di 247,2 miliardi di dollari, pari al 2,7% del totale dei titoli di Stato Usa in circolazione.
richard nixon e henry kissinger
Con la guerra non è escluso che ne vendano una parte, non fosse altro che per tamponare gli effetti della crisi sulle finanze pubbliche.
[…]
La guerra, secondo Deutsche Bank, potrebbe intaccare lo strapotere del petrodollaro (e quindi del dollaro) anche attraverso ricadute di lungo periodo: ad esempio se la crisi odierna facesse diminuire in modo strutturale il commercio di idrocarburi, stimolando lo sviluppo di risorse domestiche in alcuni Paesi e il ricorso a fonti alternative, tra cui il nucleare.
[…] è agli anni 70 che risale la “creazione” del petrodollaro, per la precisione a un accordo firmato in gran segreto da Stati Uniti e Arabia Saudita nel 1974, sull’onda del primo shock petrolifero e in seguito all’abbandono pochi anni prima della convertibilità del dollaro in oro.
I retroscena – emersi solo nel 2016, da documenti desecretati su richiesta della Bloomberg – ci dicono che Richard Nixon, allora presidente degli Usa, affiancato dal segretario di Stato Henry Kissinger, strinse con il re saudita Faisal un patto di ferro, cui aderirono a ruota anche gli altri Paesi del Golfo e che finora non è stato revocato (nel 2024 è scaduto il trattato con Riad cui si appoggiava, non l’accordo stesso)
i grandi produttori di petrolio si erano impegnati a farsi pagare i barili in dollari e a reinvestire il ricavato in Treasuries, in cambio gli Usa garantivano armi e protezione militare. Il meccanismo oggi appare quanto meno inceppato.
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