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Sara Monaci per "Il Sole 24 Ore"
La procura di Siena prepara il ricorso in Cassazione contro la decisione del tribunale del Riesame, che, relativamente all'inchiesta su Mps, ha respinto la richiesta di un maxi sequestro da 1,8 miliardi ai danni di Nomura.
I pm Nastasi, Natalini e Grosso nella loro ricostruzione hanno messo in evidenza il ruolo delle banche straniere nell'accumulo di grosse perdite nelle casse di Mps, e nelle conseguenti falsificazioni di bilancio.
In particolare, per quanto riguarda il filone d'inchiesta relativo ai derivati sottoscritti da Mps con Nomura (e con Deutsche bank), a inizio maggio hanno accusato i massimi vertici europei della banca giapponese di aver commesso i reati di usura e truffa aggravata ai danni del Monte, chiedendo pertanto il sequestro urgente di 1,8 miliardi, rappresentati dai costi di marginazione e dai costi occulti.
Il giudice per le indagini preliminari, poche settimane dopo, non ha però convalidato l'accusa, fermando il sequestro. E sabato scorso è arrivata la notizia che anche il tribunale del Riesame, a cui i procuratori si erano appellati contro la decisione del gip, hanno confermato lo stop al provvedimento.
I pm, dopo la decisione negativa del gip, avevano alleggerito le accuse per l'appello al Riesame, eliminando gli ex vertici di Mps (l'ex presidente Mussari, l'ex dg Vigni e l'ex capo dell'area finanza Baldassarri) dalla lista di coloro che avevano commesso usura e truffa, come complici dei vertici di Nomura.
Per i giudici Benini, Bagnai e Valchera non sussistono però nessuno dei due reati neppure per Nomura: non ci sarebbero riscontri di usura perché le commissioni applicate rientrerebbero tra le prerogative di una banca che rinegozia un derivato; non ci sarebbe truffa perché alcuni manager di Mps (e Bankitalia) avevano capito che la rinegoziazione del derivato Alexandria serviva a coprire e spalmare le perdite già accumulate dal 2005, pari a 220 milioni.
Per i procuratori una doppia delusione dunque. Ora però stanno studiando l'ultima mossa: la Cassazione. In questo caso le obiezioni saranno di tipo formale e non di merito. Una delle questioni su cui gli inquirenti ipotizzano di fare leva è la pericolosità creata dal ritardo del provvedimento, tecnicamente definita "periculum in mora". Si fa leva dunque sull'imminenza di un rischio.
Nel documento del Riesame, infatti, si prendono in esame solo le accuse sollevate ai danni della banca giapponese e dei suoi vertici, il cosiddetto "fumus commissi delicti", ma non la questione dell'urgenza del sequestro richiesto. Questo "vizio" di forma, sperano i pm, potrebbe spingere i giudici della Cassazione a riaprire il caso. La decisione verrà presa questa settimana.
Nonostante questa battuta d'arresto sul fronte del dossier sui derivati sottoscritti da Mps, per fine mese i pm dovrebbero chiudere il fascicolo relativo a Antonveneta. La banca senese acquisì nel 2008 la banca padovana dal Santander per 9,3 miliardi, a cui vanno aggiunti 8 miliardi di debiti da saldare in tempi rapidi, senza cioè attendere il rientro progressivo delle linee di credito dell'istituto.
Per realizzare questa operazione gli ex vertici Mps, secondo gli inquirenti, avrebbero compiuto finti aumenti di capitale, commettendo i reati di ostacolo alla vigilanza, manipolazione del mercato e falso in prospetto. A settembre inoltre, per quanto riguarda l'ostacolo alla vigilanza (sul fronte derivati), sono previsti i riti immediati per Mussari, Vigni e Baldassari.
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