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L’ECONOMIA GLOBALE È SULL’ORLO DELLA RECESSIONE. E DOBBIAMO RINGRAZIARE TRUMP – MENTRE I PREZZI DI PETROLIO E GAS SCHIZZANO IN ALTO, I BANCHIERI CENTRALI DI MEZZO MONDO SI DOMANDANO: QUANTO DURERÀ ANCORA LA GUERRA NEL GOLFO SCATENATA DA “THE DONALD”? LA VARIABILE TEMPO È CRUCIALE, PERHÉ SE LA “FIAMMATA” DELLE MATERIE PRIME PROSEGUISSE A LUNGO, L’INFLAZIONE AVREBBE UN EFFETTO SULLA CRESCITA, L'AUMENTO DEI PREZZI SI MANGEREBBE I SOLDI PREVISTI PER I CONSUMI E GLI INVESTIMENTI. QUINDI, RECESSIONE – IERI LA FEDERAL RESERVE HA LASCIATO I TASSI INVARIATI, OGGI TOCCA ALLA BCE…
Estratto dell’articolo di Stefano Vergine per “Domani”
La variabile più importante è il tempo. Per quanto ancora i prezzi di petrolio e gas resteranno così alti? È la domanda che in questi giorni si fanno i banchieri centrali di mezzo mondo.
Ieri la Federal Reserve ha deciso di lasciare i tassi invariati, giovedì tocca alla Banca centrale europea, alla Banca d'Inghilterra e quella della Svizzera. Tutti sanno che le decisioni dipendono da quale risposta si dà alla domanda. [...]
Se la fiammata delle materie prime si spegne nel giro di poche settimane, vorrà dire che quest'anno l'economia mondiale avrà risentito di un modesto aumento dei costi, un'impennata momentanea che non risulterà troppo dolorosa.
Se invece la situazione dovesse prolungarsi per mesi, le cose diventerebbero più complicate: l’inflazione avrebbe un effetto anche sulla crescita, perché l'aumento dei prezzi si mangerebbe i soldi previsti per i consumi e gli investimenti. Quindi, recessione.
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L'ultima crisi energetica è stata quella del 2022, dopo l'invasione russa dell'Ucraina e le sanzioni. Il Brent era arrivato al picco di 125 dollari ed era rimasto sopra i 100 per sei mesi. Il record storico degli ultimi trent'anni è però del giugno 2008.
donald trump - stretto doi hormuz
Prima dello scoppio della bolla dei mutui subprime negli Stati Uniti, il barile aveva toccato 138 dollari. Quello però è stato un picco, poi i prezzi sono crollati, mentre il periodo più lungo con il greggio alto è stato quello compreso tra il 2011 e il 2014. Dopo la guerra in Libia e le sanzioni all'Iran: quasi tre anni sopra i 100 dollari al barile.
L'andamento dell'inflazione generale non è direttamente proporzionale al prezzo del petrolio, in particolare se si guarda l'andamento in Europa. Il periodo in teoria più duro dovrebbe essere stato quello compreso tra il 2011 e il 2014, invece in quegli anni l'inflazione complessiva è aumentata, ma è arrivata al massimo al 3,2 per cento di crescita annua.
[...]
Il tempo resta la variabile più importante. Mercoledì i prezzi dell'energia sono cresciuti ancora, il petrolio (Brent) è arrivato a 108 dollari, le borse hanno chiuso in rosso. Il nodo da venti giorni resta lo Stretto di Hormuz, praticamente chiuso alle navi occidentali dall'Iran.
Nel 2025 è stato attraversato da 13 milioni di barili di petrolio al giorno. Da venti giorni si è rivelato uno degli snodi fondamentali dell'economia mondiale.
Alcuni Paesi del Golfo, come il Kuwait e il Qatar, non hanno alternative: possono esportare i loro idrocarburi solo via nave. Altri invece negli anni hanno costruito oleodotti per aggirare lo Stretto. Abu Dhabi ha una condotta che arriva nell'emirato di Fujarah, sul Golfo di Oman, e può trasportare 1,5 milioni di barili al giorno.
stretto di hormuz e guerra nel golfo
L'Iraq, che fino a venti giorni fa esportava quasi tutto il suo petrolio via nave attraverso Hormuz, ha due oleodotti a disposizione, con una capacità complessiva di 2,3 milioni. Entrambi partono dai giacimenti petroliferi di Kirkuk, nel Kurdistan iracheno, e finiscono sul Mediterraneo, uno in Turchia e l'altro in Siria. Quest'ultimo è fuori uso dal 1982 perché Iraq e Siria non hanno mai trovato un accordo sullo sfruttamento, mentre quello che sfocia in Turchia è attivo.
Poi c'è l'Arabia Saudita, il gigante petrolifero della regione. Riad ha già attivato Petroline, un oleodotto costruito durante la guerra Iran-Iraq, con cui può trasportare sul Mar Rosso circa 5 milioni di barili al giorno, quasi l'80 per cento della sua capacità di export.
donald trump e jerome powell 5
Insomma, le infrastrutture petrolifere per aggirare lo Stretto di Hormuz ci sono, e possono anche bastare per rimpiazzare i 13 milioni di barili che passavano ogni giorno dell'anno per quel tratto di mare controllato dall'Iran.
Ma non tutte queste opzioni sono utilizzate. A bloccare l'uso degli oleodotti che aggirano Hormuz in alcuni casi ci sono dispute tra nazioni attraversate dalle infrastrutture, ma anche scelte di politica economica.
Alcune nazioni del Golfo non hanno interesse a pompare greggio sul Mediterraneo, verso l'Europa, considerato un mercato saturo, con molta offerta. Preferiscono restare focalizzati sulla strategia degli ultimi anni: vendere in Asia, mercato più redditizio.[...]
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