guadagnino

CAFONAL ALL’OPERA - MI PORTI UN LUCA GUADAGNINO A FIRENZE – IL REGISTA PORTA IN SCENA AL MAGGIO FIORENTINO LA TRAGEDIA, OGGI PIÙ CHE MAI INCANDESCENTE, DEL CONFLITTO ARABO-ISRAELIANO: ‘’THE DEATH OF KLINGHOFFER’’ - NON SAI MAI DA CHE PARTE STARE, E QUESTA È LA FORZA DELL’OPERA DEL GRANDE COMPOSITORE MINIMALISTA JOE ADAMS SUL DIROTTAMENTO DI UN COMMANDO PALESTINESE DEL TRANSATLANTICO ACHILLE LAURO CON L’ASSASSINIO DURANTE LA TRATTATIVA DI UN PASSEGGERO AMERICANO PARAPLEGICO - AD APPLAUDIRE IN UN MISTO DI SMOKING E BRAGHE CORTE, ZUBIN MEHTA E DAMON ALBARN, JOVANOTTI E JAS GAWRONSKI, BORTONE E FLORIS, E IL GIGLIO MAGICO DI RENZI, BOSCHI, GIANI, NARDELLA, LA SINDACA FUNARO, CESARA BUONAMICI, ANTONELLA BORALEVI…

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Foto di Giuseppe Cabras e Michele Monasta

 

Michele Masneri per “il Foglio”

 

luca guadagnino

Va in scena Achille Lauro, ma è il cantante o il dirottamento? Nell’epoca di massimo rincoglionimento, addirittura tredici minuti di applausi per la regia di Luca Guadagnino del Death of Klinghoffer, opera lirica non proprio facilissima di John Adams, compositore americano specializzato in titoli che sembrano lanci di agenzia (suo anche un ‘’Nixon in China’’) e che domenica ha debuttato al Maggio musicale fiorentino.

 

Opera del 1991, dunque moderna, modernissima, almeno per gli standard italiani, e rappresentata in Italia una sola volta prima d’ora, nel 2002. Gli applausi qui sono scroscianti, apprezzata la regia con molti movimenti di ponti e cabine, e gli attori che con mitra in mano tracimano fino in platea tra il pubblico.

 

agnese landini matteo renzi

 

Un frisson dentro e uno fuori, coi picchetti pro Palestina: l’opera del resto ha sempre causato polemiche, prima vituperata in quanto filo-palestinese, adesso vituperata come filo-israeliana, anzi sionista. E’ insomma un perfetto meme dell’incomprensione, un grande “specchio dei tempi”, soprattutto di questi tempi di fraintendimenti e di non saper mai nulla.

 

Davanti al teatro del Maggio picchetti, “Firenze per la Palestina” e l’immancabile genocidio. Una signora in abito da sera nero tenta di convincere una manifestante: “Guardi che è il contrario, ma l’ha letto il libretto?”. Quella ha una crisi: “No, è che in questa fase… certi spettacoli non andrebbero fatti”, e poi scoppia a piangere. C’è grossa crisi. Bisogna stare calmi.

 

La storia è nota. nell’anno di disgrazia 1985, i pòri coniugi ebrei americani Klinghoffer erano imbarcati sull’Achille Lauro per una crociera autunnale nel Mediterraneo partita da Genova, che doveva festeggiare il loro anniversario di matrimonio e anche la guarigione della signora da un tumore.

 

 

The Death of Klinghoffer prima del maggio fiorentino

Non bisognerebbe mai partire in crociera, direbbe il Sassaroli, qui a km zero. Così il 7 ottobre – 7 ottobre! – il commando del Fronte per la Liberazione della Palestina prende il controllo della nave al largo delle coste egiziane, chiedendo il rilascio di 50 palestinesi dalle prigioni israeliane.

 

Presto la situazione precipita: i dirottatori ammazzano Klinghoffer – 69 anni, disabile in sedia a rotelle – e lo gettano a mare con carrozzina e tutto. Il cadavere verrà ritrovato dai siriani qualche settimana dopo.

 

Poi l’aereo egiziano che trasporta i dirottatori viene intercettato dai jet americani, ma all’atterraggio forzato nella base di Sigonella i carabinieri impediscono agli americani di catturarli – col famoso doppio cerchio armato che fa tanto orgoglio italiano.

The Death of Klinghoffer prima del maggio fiorentino

 

 

Insomma un tema incandescente: niente “gelida manina” e “brindiamo nei lieti calici”, bensì le basi americane da dare o non dare a Trump e l’episodio craxistico che oggi ispira a giorni alterni pure l’Italia meloniana – un giorno trumpiana, l’altro fervida europeista.

 

Le sciure abbonate del Maggio sono perplesse, del resto è un’opera senza zumpappà, senza arie memorabili, e poi soprattutto non è citabile a cena – è un attimo che si litiga, vuoi mettere “ho visto una bellissima Turandot”, “che bei costumi questa millecinquecentesima Traviata”?

 

roberto d'agostino

Non è nemmeno molto relatable, come oggi i manufatti artistici devono essere: chi mai si immedesimerà nel capitano della nave con le sue angosce sotto un bellissimo cielo di stelle, o nella moglie di Klinghoffer che lo schiaffeggia per non aver protetto il marito? Non sai mai da che parte stare – e questa è la forza dell’opera.

 

Siamo tutti sulla stessa barca insomma. Meno male che c’è il ballo. I ballerini vengono molto applauditi, in un applauso tanto tanto liberatorio, direbbe il Gianfranco Funari di Guzzanti. Il ballo mette d’accordo tutti – nonostante la coreografa abbia il nome inequivocabile di Ella Rothschild (ed è subito complotto pluto-giudo).

 

Il ballo spesso compare nell’opera guadagninesca come in Suspiria o Queer, forse di ispirazione bertolucciana (ma anche Adams è un feticcio, in After the Hunt, il college-movie di Guadagnino, il marito della professoressa Julia Roberts mette proprio il Klinghoffer a palla sullo stereo, mentre cucina).

 

jovanotti

Molti applausi anche per il libretto della poetessa Alice Goodman, presente in sala — Guadagnino l'ha abbracciata commosso a fine recita. Il direttore Lawrence Renes rileva come la musica di Adams sia di “una bellezza straordinaria, ma richiede anche uno sforzo enorme da parte di tutti: orchestra, coro, cantanti e direttore”.

 

E pure spettatori. Che sono lì ad applaudire in un misto di smoking e braghe corte. Molti giovani bien milanesi, alti, glamour da Spoleto o da première viscontiana dei tempi d’oro (c’è stato anche un film su Klinghoffer, L’Achille Lauro – Viaggio nel terrore, col vecchio Klinghoffer interpretato da Burt Lancaster).

giovanni floris con la moglie

 

Ma una felpa “Achille Lauro” con lettering simpatico indossata qui in scena al Maggio forse diventerà gadget e merch? – ma non è opera di Jonathan Anderson, direttore creativo di Dior, sodale del regista, che pure è in platea insieme all’altra star globale Damon Albarn, frontman dei Blur.

 

E poi ci sono il Giani, la Boschi, la sindaca Funaro, Antonella Boralevi con la sua falcata da amazzone, Cesara Buonamici reduce dal “Grande Fratello” e col suo baldo marito israeliano Joshua, e Jovanotti, Jas Gawronski, Roberto e Anna D’Agostino, Zubin Mehta – e poi cena istituzionale nel teatro col sovrintendente Fuortes che gongola per il gran successo.

 

Renzi, in smoking, si collega con La7, mentre qui dietro alla Leopolda si tiene un rave con musica elettronica. Rimane il dubbio: qualcuno ancora si ricorderà dell’Achille Lauro originale, cioè del dirottamento? Confuso con la star neo-califanica che nelle stesse ore fa una cantata di lancio alla Fontana di Trevi a Roma.

 

alicegoodman

Susan Bullock, che è Marilyn Klinghoffer, in gonna a fiori, e Laurent Naouri, un Leon Klinghoffer in braghe corte che dice “avrei dovuto mettermi un cappello per il sole” prima di essere ammazzato, potrebbero essere invece una delle milioni di coppie di turisti americani che allignano a Firenze in questa primavera-estate, in una città affollata come una crociera, vabbè.

 

carlo fuortes luca guadagnino alice goodman

«THE DEATH OF KLINGHOFFER», SE LA REALTÀ FA A PEZZI IL MITO 

Estratto dell’articolo di Alberto Piccinini    https://ilmanifesto.it/ 

 

«Muore per mano di un pezzente/ mentre io mi occupavo di stupidaggini». Pezzente sta per punk nel testo inglese, proprio come avrebbe gridato senza peli sulla lingua una pensionata ebrea newyorkese venuta su dopo la guerra, con tanta voglia di spendere gli ultimi anni a girare il mondo in una di quelle crociere kitsch che ci fanno sorridere.

 

damon albarn 1

Un’aria di furia, che diresti presa di peso da un’opera seria del ‘700, sospinta dal ribattere angoscioso dell’orchestra e dai singhiozzi del coro, consegna al pubblico quel che resta di The Death of Klinghoffer, quasi un oratorio bachiano sul dirottamento del transatlantico Achille Lauro con l’uccisione durante la trattativa di un passeggero americano paraplegico (ma i tempi di Sigonella e Craxi, di recente tornati alla memoria, restano fuori dalla giurisdizione di questo lavoro). 

 

L’opera di John Adams e Alice Goodman del (lontano?) 1991 è tornata in scena al Maggio fiorentino con la regia di Luca Guadagnino – le musiche di Adams suonano nei suoi film quasi da sempre – e la direzione dell’olandese Lawrence Rennes.

 

cesara buonamici joshua kalman jan gavronsky con la moglie maddalena

Nella nitidezza dei colori pastello dell’Achille Lauro, nave/palcoscenico allargata fino a comprendere spesso tutta la platea, nella chiarezza dell’interpretazione con l’orchestra e il coro del Maggio, c’è l’evidenza quasi brechtiana di un testo costruito per grandi blocchi contrapposti, notte/giorno, ebrei/palestinesi, Isacco/Ismaele, noi/loro, singoli/coro, di nessuna vera soluzione se non la consolazione della musica, che pure ci arriva così incrostato di pregiudizi e scandalismi da poco, di chi probabilmente non ha avuto neanche la accortezza di arrivare al finale. 

 

maria elena boschi

Nel finale la moglie di Leon Klinghoffer – Marylin, il soprano wagneriano Susan Bullock – accusa il comandante con la divisa immacolata e la sua prudenza geopolitica di aver «abbracciato gli assassini».

 

Le parole scivolose/dolorose di tanti parenti delle vittime. Col vestitino a fiori sotto il golfino bianco che ci mostrano le fotografie di quel giorno tragico, restituisce l’idea drammaturgica di fondo: siamo tutti imbarcati sull’Achille Lauro. Ce ne stiamo in crociera, da questa parte del mondo, a occuparci di stupidaggini mentre un punk ammazza qualcuno.

 

lawrence renes marina comparato

Solitaria al centro del ponte della nave. Nello stesso luogo dove in apertura avevamo ascoltato il magnifico coro degli esuli palestinesi, la ritualità solenne e sommessa del minimalismo americano, gonfiarsi fino all’esplosione d’ira nel finale «Israele ha devastato tutto» da paralizzarti sulla sedia, illuderci (forse) che ogni storia individuale deve fare parte di una storia collettiva. 

 

I Klinghoffer sono una coppia di turisti americani ebrei. Soltanto in quest’ordine, come notò una volta en passant Edward Said, mentre il sommo musicologo Taruskin lanciava l’anatema su Adams accusandolo di glamourizzare il terrorismo e dandogli del «liceale».

 

Death of Klinghoffer perpetua senza volerlo la sua fama di opera famosa e odiata per la presunta parzialità nel dipingere il conflitto israelo-palestinese (si capisce, la polemica funziona meglio), ma in questa rilettura di Guadagnino/Rennes rivela precisamente il punto. Qui ogni simmetria si rovescia nel suo contrario. La solitudine di ogni personaggio e il peso del loro (non) ruolo storico (i turisti americani, i terroristi palestinesi).

 

sara funaro carlo fuortes

I ragazzi palestinesi Mamoud, Molqui, la ragazza Yazmir e Rambo che avranno più di un dubbio persino sullo scopo della loro missione (a parte salvare la pelle). E alla fine del primo atto Mamoud (il tenore Levent Bakirci) ruberà al Corano la metafora degli uccelli «che volano liberi e senza confini», salendo in cima alla platea a cantare la sua splendida aria, imbracciando ancora il mitra ma libero finalmente da tutto.

 

 

 

anna federici con roberto d agostino

La regia di Guadagnino sottolinea altre volte questa polarità impossibile, miracolo di scrittura: dodici danzatori attraversano il palcoscenico come un vento con il compito di portarci notizie dal mito e soffiare verso l’utopia, scompaginando a fin di bene la costruzione gabbia di Adams/Goodman. 

 

«Il mare acuisce i sensi – ci aveva detto all’inizio il capitano, il basso Daniel Okulitch nel suo discorso di benvenuto – Qui bene e male non sono un’astrazione». In Klinghoffer bene e male si toccano, un confine sottilissimo li separa. Per cosa si combatte?

 

luca guadagnino alice goodman lawrence renes

«Scusatemi, della capanna di vostro nonno (…) della terra che ha dissodato, voi ve ne fottete», griderà Leon Klinghoffer dalla sua sedia a rotelle al terrorista palestinese che lo tiene sotto tiro, usando la stessa franchezza di sua moglie prima di morire con due colpi addosso.

 

La maglia a strisce orizzontali, i pantaloni corti, gli stessi delle fotografie. Resterà a terra sul palcoscenico fino alla fine continuando a cantare, benché la cronaca dica che la sua sedia a rotelle fu fatta scivolare nel mare.

marina comparato 1

 

Siamo abituati a leggere dentro e sotto i Vahalla o le crociate di tante opere. Qui la realtà fa a pezzi il mito. «Siamo quelli che vi divertite a uccidere», dirà ancora l’uomo – il baritono francese Laourent Nouri – nella stessa aria che ce lo rivela (soltanto all’inizio del secondo atto) prendendo a male parole il carceriere palestinese che un’idea paradossale della librettista ha battezzato Rambo. E Rambo, di rimando: «Ovunque si radunano poveracci, ci sono ebrei che ingrassano». 

 

L’apparente squilibrio, l’assenza dei Klinghoffer dal primo atto, tutto dominato dall’azione notturna dei terroristi (come in certe grandi opere verdiane) e dai loro pensieri – bellissima l’aria di Mamoud sulle canzoni tristi da ascoltare alla radio a onde corte – ha un motivo.

 

Nella prima stesura dell’opera seguiva al coro dei palestinesi una scena da musical in cui la famiglia Rumors, vicini di casa dei Klinghoffer, sopra un diabolico ostinato elettronico, passava in rassegna i ricordini delle crociere: caffettiera turca, servizio da sakè, piatti cinesi.

 

roberto d'agostino roberto vaccarella maria elena boschi 1

E il giornale aperto con un titolo su Arafat. Ne resta labile traccia in una sola registrazione, perché la scena fu tagliata dalla prima al Met dopo alcune proteste contro l’opera per antisemitismo presunto. 

 

Benché Alice Goodman si sia detta favorevole a ristabilirla, nella versione approvata ancora in scena, al coro palestinese segue senza soluzione di continuità un «canto degli esuli ebrei» in cui il coro ricorda un’erranza kafkiana: «una volta pagato il taxi rimasi senza denaro/ e senza bagaglio».

 

alessandra mammi carlo fuortes marco giusti 1

Adams affida ai lamenti discendenti dei violini prima, poi a certe masse di cori alla Mario Nascimbene o Victor Young, i musicisti dei grandi peplum della Hollywood ebraica, questo grande lamento sulle pietre di Gerusalemme come cicatrici della memoria, che prende sotto il suo ombrello tutta la vicenda. Ma prima avevamo sentito il coro palestinese: «Prenderemo quelle pietre/ per spaccare loro i denti». 

 

 

 

 

 

matteo renzi serena bortone

È davvero unica la capacità di Adams di mostrare tutta la brillantezza straordinaria di questo testo (Goodman, oggi pastora anglicana ha scritto unicamente tre libretti per il compositore) usando i colori dell’orchestra e quelli dell’elettronica, il pulsare del minimalismo, gli stilemi del musical, lo sprechgesang espressionista, le masse dei cori e pure la memoria dell’opera romantica, l’uso consapevole (e ironico) di orientalismi e canzonette. Guadagnino e Rennes ne hanno illuminato ogni angolo. Un’edizione da ricordare. 

 

jovanotti con moglie e figlia

The Death of Klinghoffer prima del maggio fiorentino

 

The Death of Klinghoffer prima del maggio fiorentinoThe Death of Klinghoffer prima del maggio fiorentino

jonathan william anderson

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