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“DAWSON’S CREEK”, IL RITRATTO DI UN’ADOLESCENZA CHE NON ESISTE PIÙ – I MILLENIALS SONO IN LUTTO, NON SOLO PER LA PREMATURA SCOMPARSA DI JAMES VAN DER BEEK, MA ANCHE PERCHÉ SI SONO RITROVATI A RIAPRIRE IL CASSETTO DEI RICORDI DEGLI ANNI SPENSIERATI E COMPLICATI DELLA SCUOLA – L’ULTIMA GENERAZIONE PER CUI I CELLULARI ERANO UN DI PIÙ, E A SCUOLA SI COMMENTAVA LA PUNTATA DEL GIORNO PRIMA DEL TEEN DRAMA CHE NON AVEVA PAURA DI METTERE SULLO SCHERMO L’INFEDELTÀ, I PROBLEMI DI DROGA, LE AMICIZIE TRADITE, I PRIMI BACI OMOSESSUALI E ANCHE LA MORTE – UNA FOTOGRAFIA GENERAZIONALE TRA LE PIÙ RIUSCITE… VIDEO

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Estratto dell'articolo di Chiara Severgnini per www.corriere.it 

 

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Se ne è andato troppo giovane, James Van Der Beek, come i divi del cinema amati dal suo personaggio più famoso, quel Dawson Leery per cui ogni Millennial, in questi giorni, ha speso almeno un pensiero. Parliamo del biondo protagonista della serie tv di punta dei primi Anni Duemila, Dawson’s Creek, scomparso l'11 febbraio a 48 anni.

 

Che poi nessuno, o quasi, qui in Italia sapeva con precisione cosa fosse un “creek”, e in tante comitive il nome della serie si storpiava (Dosoncrìk), o si riduceva a quello di lui («L’hai vista l’ultima di Dawson?»). 

 

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Dawson, sineddoche del telefilm tutto. Dawson, indimenticabile sognatore. Dawson, diventato persino un meme, che oggi non c’è più. E lascia esterrefatti i Millennial che lo hanno scoperto in tv - in Italia la serie è arrivata nel 2000, colpendo in pieno l’immaginario di chi allora faceva le medie o il liceo - e non lo hanno mai dimenticato. Volenti o nolenti.

 

Van Der Beek è rimasto Dawson per tutta la vita […] non si è mai scollato di dosso Dawson. E Dawson, in cambio, lo ha reso eterno.

 

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Il personaggio, del resto, era stato congegnato bene. Belloccio, ma non troppo; intelligente, ma non geniale; simpatico, ma sfigato; romantico, ma imbranato e - peggio - irrimediabilmente egoriferito (in una delle prime puntate, tanto per dirne una, tenta di sceneggiare e filmare di nascosto il suo primo bacio).

 

Amato o schernito, a seconda dei casi, ma mai odiato. Perché, alla fine, risultava almeno un po’ simpatico a tutti. Anche a quelli che, nel triangolo tra lui, l’amico-rivale Pacey (Joshua Jackson) e la bella-ma-non-troppo Joey Potter, tifavano per il moro, e non per il biondo. O magari prima per l’uno, poi per l’altro, a seconda dei momenti. Perché la serie si sarà pure chiamata Dawson’s Creek, ma il merito del suo successo stava nella dinamica che legava il protagonista a tutti gli altri. Nella scrittura, insomma.

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Dawson’s Creek era un teen drama che non schivava i temi delicati, né li riduceva a meri artifici narrativi da tagliare con l’accetta nel nome dell’audience. Lo sforzo del suo creatore Kevin Williamson - e poi del team che ha portato avanti la serie, in primis lo showrunner Greg Berlanti - era quello di raccontare l’adolescenza a tutto tondo, senza paura di dire che a volte gli adolescenti hanno famiglie disastrate (Joey è orfana di mamma e suo papà è in carcere per buona parte della serie) o se la vedono con problemi di salute mentale (una delle fidanzate di Pacey, Andy, soffre di depressione e affronta anche un lungo ricovero psichiatrico).

 

 La serie parla soprattutto di primi amori e litigi tra amici, ma anche di morte (una delle compagne di liceo dei protagonisti annega in modo del tutto inaspettato), alcolismo (di cui soffrono sia il padre di Pacey, sia la coinquilina di Joey all’università), pregiudizi razziali, di classe e di genere. 

 

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È stata la prima a mostrare un bacio appassionato tra due giovani maschi in prima serata (quello tra Jack McPhee ed Ethan, nel maggio del 2000), e ha messo in scena famiglie normalmente disfunzionali. Con qualche scelta che all’epoca, quando la tv per ragazzi made in Usa era ancora dominata da perbenismo e tradizionalismo, non era scontata

[…]

Nulla di rivoluzionario, si dirà, ed è vero. Dawson’s Creek non era la serie più innovativa della sua epoca. […] Ha fatto qualcosa di meno appariscente, ma forse altrettanto significativo: è entrata nelle vite dei suoi giovani spettatori, e ci ha lasciato un piccolo, ma duraturo, segno. Non solo perché ha immortalato la loro adolescenza in una serie […] ma anche perché ha saputo incapsulare lo spirito di una generazione. Tutti i Millennial sono almeno un po' Dawson.

 

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Nel bene e nel male. La prova sta nel doppio episodio conclusivo, ambientato cinque anni dopo gli eventi dell’ultima stagione, quando - spoiler! - troviamo Dawson lanciato nella sua carriera di regista e alle prese con il suo debutto: un teen drama di chiara ispirazione autobiografica. Titolo: “The Creek”. Determinato, ambizioso, creativo, disposto a tutto pur di realizzare i suoi sogni, ma anche inguaribilmente nostalgico e un po’ autoreferenziale. Più Millennial di così….

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