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Francesca Sforza per www.lastampa.it
«Prima di essere intellettuale, sono e resto un bambino», diceva di sé André Glucksmann, il filosofo francese morto nella notte a Parigi all’età di 78 anni. Un bambino arrabbiato, come raccontò lui stesso nell’autobiografia Une rage d’enfants, pubblicata nel 2006, in cui una delle prime scene lo vede orfano ribelle in un istituto ebraico mentre tira una scarpa in testa ai notabili sopraggiunti per festeggiare la pace ritrovata. Suo padre era stato ucciso nel 1940, sua madre era entrata nelle file della Resistenza, e lui aveva seguito il destino dei tanti bambini ebrei senza genitori che sotto l’Occupazione tedesca vivevano in clandestinità.
Di quella rabbia di bambino André ha portato traccia in ognuna delle battaglie condotte durante la vita adulta, sin da quando negli anni Settanta partecipò al gruppo dei «nouveaux philosophes», in segno di rottura con il marxismo dominante. Partecipa alle manifestazioni del maggio parigino nel 1968 dopo aver incrociato Raymond Aron, uno dei pochi intellettuali di centro destra che circolassero in quegli anni in Francia, di cui diventa assistente all’Università della Sorbona.
Con lui comincia la grande avventura delle battaglie geopolitiche, che lo porterà negli anni a schierarsi per i rifugiati vietnamiti che scappavano dal comunismo (i cosiddetti “boat people”), a favore di un intervento militare contro la Serbia nel 1999, in difesa dei ceceni durante la guerra con la Russia e via via sul filo di posizioni sempre più atlantiste e anti-pacifiste. «Sono sempre stato un avvocato dei diritti dell’uomo»
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