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Marta Serafini per il Corriere della Sera
Secondo fonti diplomatiche della Farnesina Del Grade sarà espulso tra due o tre giorni. Il consolato a Smirne e l’ambasciata ad Ankara seguono con attenzione da lunedì, in stretto raccordo con il ministero degli Esteri, la vicenda del giornalista italiano fermato nella provincia sud-orientale dell’Hatay, al confine con la Siria. Con ogni probabilità Gabriele Del Grande, blogger e giornalista 35enne, è stato trattenuto dalle autorità turche, perché privo del permesso stampa che si deve chiedere prima di arrivare in Turchia per poter svolgere il proprio lavoro nel Paese.
La Turchia è molto rigida sul rispetto delle regole da parte della stampa, e le procedure si sono irrigidite ancora di più dopo il fallito golpe dello scorso 15 luglio. Del Grande era arrivato in Turchia qualche giorno fa per realizzare alcune interviste per il suo nuovo progetto in crowdfunding «Un partigiano mi disse». Un viaggio che aveva già compiuto diverse volte negli ultimi mesi, sempre con lo stesso scopo. Nella zona in cui è stato fermato, la presenza di profughi siriani è molto forte, anche rispetto al resto della Turchia, che complessivamente ne ospita 3 milioni.
Del tema delle migrazioni e dei rifugiati, il 35enne giornalista toscano si occupa da tempo. Noto proprio per il suo lavoro legato alle crisi migratorie nel Mediterraneo, in particolare attraverso il blog Fortress Europe, è anche tra gli autori del documentario pluripremiato «Io sto con la sposa», che racconta il viaggio di un gruppo di profughi siriani e palestinesi dall’Italia alla Svezia sotto la «copertura» di un corteo nuziale .
Sulla pagina internet di presentazione del suo ultimo progetto si legge: «Sono stato cinque volte in Siria dall’inizio della guerra, parlo correntemente arabo, seguo quotidianamente gli sviluppi del conflitto, ho alle spalle dieci anni di inchieste nel Mediterraneo, un blog citato sulla stampa di tutto il mondo, tre libri e un film che fa ancora parlare di sé. In un paese normale il mio curriculum basterebbe a farmi commissionare questo lavoro da un giornale o da un grande editore. Ma l’Italia non è un paese normale. Per un periodo ho creduto che la visibilità internazionale che mi ha dato il film avrebbe cambiato le cose. Non è andata così. E non mi sembra un buon motivo per mollare. Al contrario. Sarà sicuramente molto più faticoso, ma anche più avvincente, mi aiuterà a restare me stesso e a costruire un rapporto vero con il mio pubblico, che poi è una comunità di persone reali a cui io stesso appartengo per la mia storia».
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