TUTTE LE DOMANDE SUL CASO CONTE-PIANTEDOSI – PERCHÉ CLAUDIA CONTE, CHE SOSTIENE DI ESSERE UNA…
UN GOLFO DI LACRIME – LA GUERRA CAMBIERA' PER SEMPRE DUBAI E LE SUE CITTÀ SORELLE SORTE IN MEZZO AL NULLA – I RISTORANTI E GLI ALBERGHI SONO VUOTI, CHI PUÒ È SCAPPATO VIA E GLI STRANIERI SONO SPARITI- IL MERCATO IMMOBILIARE È CROLLATO: A MARZO, LE TRANSAZIONI SONO SCESE DEL 49% E I PREZZI AL METRO QUADRO, IN POSTI DOVE UN BILOCALE COSTAVA 4 MILIONI DI DOLLARI, SONO CALATE DEL 15% E...
Estratto dell’articolo di Francesco Battistini per www.corriere.it/sette
ATTACCO IRANIANO AL PORTO DI DUBAI - FOTO SATELLITARE
[...] Marzo di guerra. Sull’orizzonte di Hormuz e sullo skyline del Burj Khalifa, cadono droni e qualche goccia. [...] Gli allarmi squillano per abitudine, i superyacht galleggiano vuoti per inerzia, le escort fanno sconti sul piacere, le mille luci di Dubai scintillano solo per dovere. Nei ristoranti finto-mediorientali non ci sono abbastanza turisti per l’ayyala, l’antica danza dei bastoni che simula le battaglie.
Qui e ora, è battaglia vera. Ogni tanto compare sul display un’allerta che sembra scritta da Tajani – “potential missile threats, stay away from windows and doors”, bombardano, alla larga da porte e finestre –, e si fa tutti finta di nulla, ma no, non sarà certo un drone a farla padrone, si sta come d’autunno i datteri e le foglie e dunque business as usual: tutti, tranne le ottomila aziende e i 150mila iraniani che stanno negli Emirati. E preparano le valigie: il governo emiratino ha deciso che le quattro scuole di persiano vanno chiuse e i 2.500 studenti se ne devono tornare rapidamente a Teheran.
Sono state sospese le attività social dell’Iranian Club di Dubai, famoso per le sue feste di fine Ramadan. Sloggia l’ospedale della Mezzaluna Rossa iraniana, uno dei più antichi: «La polizia ci ha ordinato di dimettere i pazienti». Sono Dies Iran. Nel carcere di Abu Dhabi, finiscono decine di sciiti accusati di «fomentare l’opinione pubblica diffondendo false voci» e sedici hezbollah che «cercavano di destabilizzare il Paese».
Succedono cose simili in Kuwait e nel Bahrein. L’Arabia Saudita, che tre anni fa era tornata a scambiarsi gli ambasciatori con gli ayatollah, adesso dà ai diplomatici iraniani 24 ore di tempo per lasciare il regno. [...]
Non è scoppiata solo la terza Guerra del Golfo. È scoppiata la prima Guerra nel Golfo. E non più la Guerra Fredda sciiti-sunniti che divideva l’Islam da cinquant’anni: una guerra rovente. [...]
Una guerra sospesa, trattenuta, asimmetrica: l’Iran ha bloccato Hormuz, sì, ma per settimane emiri e sceicchi si son limitati a proteggere gl’impianti e a fornire basi agli americani, senza muovere un soldato. Erano tutti più o meno contrari all’“Epica Furia” di Trump, un mese fa, e a un conflitto che non avevano chiesto, né approvato: «Questa guerra illegale è un grave errore di valutazione», diceva Badr Abulsaidi, ministro degli Esteri omanita, «qualunque sia la vostra opinione sugl’iraniani, non è comunque colpa loro».
DRONE SU UN GRATTACIELO A DUBAI
Ora, no: qualcosa è cambiato. Solo due governi, Bahrein ed Emirati, hanno aderito alla Coalizione dei Ventidue che Donald Trump ha messo insieme per liberare lo Stretto dal blocco iraniano, ma il silenzio degli altri è suonato come un assenso. «Teheran ci ha colpito perché pensava che la nostra pressione, di noi firmatari degli Accordi di Abramo, avrebbe convinto Usa e Israele a desistere», spiega Anwar Gargash, consigliere diplomatico dello sceicco emiratino Bin Zayed: «In realtà questa folle strategia ha reso Israele meno minaccioso e l’Iran, ai nostri occhi, molto più pericoloso».
A cambiare postura, hanno certo aiutato i duemila miliardi di riserve sovrane e i 1.400 miliardi d’investimenti che Abu Dhabi e Qatar condividono con gli Usa. E il 18 marzo, due attacchi nel Golfo in poche ore: quello israeliano alle piattaforme iraniane di South Pars, il più grande giacimento di gas del mondo (che appartiene anche al Qatar); la risposta di Teheran sul gigantesco impianto qatarino di Ras Laffan, che produce un quinto del gas liquido mondiale e si calcola, dopo la distruzione, perderà estrazioni per 100 miliardi di dollari.
È stato da quel terz’ultimo giorno di Ramadan che la monarchia saudita, custode della Mecca e grande nemica dell’Iran, settimo Paese al mondo per spesa militare, ha detto basta e ha convocato le grandi tuniche di Doha, di Muscat, di Manama, d’Abu Dhabi, di Kuwait City.
Nei saloni dorati di Riad, una protesta: «Dove sono finite le istituzioni che dovrebbero aiutarci?», alzava il dito il consigliere Gargash, «dove sono la Lega Araba, l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, gli altri Paesi arabi e musulmani? Noi li abbiamo sempre aiutati. E che cosa fanno loro, in un momento così difficile? Tanto vale sostenere l’attacco all’Iran fino alla fine!».
Ogni petromonarchia ha i suoi conti da regolare, con la teocrazia. L’Aramco saudita ha dovuto bloccare la metà della sua produzione di greggio. Il Bahrein, unico a fronteggiare in questi anni una rivolta sciita, s’è trovato in emergenza idrica dopo l’attacco all’impianto di desalinizzazione: se gli iraniani decidessero di colpire altri impianti, il 90 per cento del Golfo rimarrebbe senz’acqua.
L’Oman è l’unico a cercare un dialogo con Teheran, per riaprire almeno in parte Hormuz. L’Adnoc emiratina e la Kpc kuwaitiana non han potuto partecipare alla più grande conferenza internazionale sull’energia, questo mese a Houston: tutti i dirigenti sono impegnati nell’emergenza delle raffinerie distrutte.
L’emiro del Qatar è quello che nella guerra sta perdendo più soldi: si preparava a un nuovo boom economico sulla spinta del gas e di un’immagine rilucidata coi Mondiali di calcio, con la fine dell’appoggio a Isis e Hamas, con la forza propagandistica della tv Al Jazeera, con la mediazione nelle grandi crisi internazionali a Gaza, in Afghanistan o in Venezuela. Credeva di supplire ai deteriorati rapporti con Israele di puntare su un’amicizia privilegiata con gli Usa. Mai fidarsi di Trump: l’emiro Al Thani ha scoperto che, a guadagnare di più sulla guerra, sono gli esportatori americani di gas naturale, i suoi concorrenti.
attacco iraniano al fairmont hotel di palm jumeirah, dubai
[...]Il primo effetto di questa guerra è la fine del Golfo come l’abbiamo conosciuto, prevede il New York Times. Dubai e i suoi fratelli, sorti dal nulla e immersi in una geografia del nulla, sono «probabilmente troppo grandi per fallire». Ma quella “dubaification” della vita – rassicurante mondo di metropoli globali senza radici, altissime torri senza fondamenta, non luoghi fatti di mall e di strade a 12 corsie, di lussuosa alienazione e di capitali al sicuro da guerre e pestilenze –, è forse destinata a cambiare [...]
la strategia dei pasdaran – rovinare il brand della sicurezza dubaiana – ha messo nel mirino Google, Microsoft, Palantir, Ibm, Nvidia, Oracle, tutto ciò che nel Golfo sappia d’America. E così finanziarie, hedge fund, studi legali, grandi banche chiedono agl’impiegati di stare lontani dai grattacieli e di lavorare da casa, meglio ancora dall’estero.
La ruota panoramica più grande del mondo, «obbiettivo simbolico e sensibile», è ferma dal 28 febbraio. Dal primo marzo, per limitare eventuali «danni collaterali dovuti all’emergenza», nei condominii si controlla che tutti i materiali di rivestimento siano ignifughi.
passeggeri in attesa all aeroporto internazionale di dubai
Anche Al Wedad, la grande associazione saudita che raccoglie l’elemosina – uno dei cinque obblighi d’ogni buon musulmano –, quest’anno consiglia di non andare alla moschea: per il versamento della zakat, è più sicuro usare l’app. Sulla spiaggia di Jumeirah, i gin tonic e le jellab restano nei frigoriferi, le McLaren s’impolverano nei garage sotterranei di Dubai Marina, i camerieri dei ristoranti finiscono in aspettativa o licenziati.
Si fermano i tornei di tennis Atp a Dubai, il calcio dei Cristiano Ronaldo in Arabia, il golf internazionale del Qatar, la Formula Uno e il MotoGp del Bahrein. Crolla il mercato immobiliare: in marzo, le transazioni sono scese del 49 per cento e i prezzi al metro quadro, in posti dove un bilocale costava 4 milioni di dollari, calano del 15 per cento. Nove residenti su dieci sono stranieri e chi può, se ne va.
attacco iraniano al fairmont hotel di palm jumeirah, dubai
Possono in tanti: solo a Dubai ci sono venti persone con reddito personale sopra il miliardo di dollari, duecento che possiedono più di cento milioni, 81mila che ne hanno almeno dieci. Se poi il più trafficato aeroporto del mondo chiude qualche ora, causa esplosioni, nessun problema: ecco i jet privati da 15mila dollari a posto, assicurati con franchigie speciali da 50mila dollari a volo. Qualcuno ancora arriva, come no: gli ultimi atterrano dall’Ucraina e sono i militari mandati da Zelensky, esperti nella difesa. Insegnano una nuova parola, dronification, e non è in persiano.
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