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"I CLIENTI SONO CONVINTI CHE UNA PROSTITUTA, IN QUANTO TALE, POSSA SUBIRE TUTTO" - L’AVVOCATO ILIA COMI, CHE SI OCCUPA DELLE SEX WORKER CHE CHIEDONO AIUTO ALLO SPORTELLO DEL SITO "ESCORT ADVISOR": "ANCHE LE FORZE DELL'ORDINE SCORAGGIANO LE DENUNCE, ABBASTANZA CERTI CHE NON SERVIRANNO AD ALTRO CHE A FARE STARE PEGGIO LA VITTIMA" - LE TESTIMONIANZE DELLE ESCORT DA QUANDO POSSONO LAVORARE UTILIZZANDO UN CODICE "ATECO" A LORO DEDICATO: "È STATO COME METTERE IL MIO NOME SU QUALCOSA CHE GIÀ FACEVO"

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Estratto dell’articolo di Erika Riggi per www.iodonna.it

 

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«Prima esistevo in una zona sospesa, dove lavoravo ma non potevo dirlo. Dove tutto era tollerato finché restava nascosto. Il codice ATECO 969992 è stato come mettere il mio nome su qualcosa che già facevo: ha trasformato il silenzio in presenza. È importante perché mi restituisce dignità. Non perché il lavoro prima ne fosse privo. Era il mondo a negarmela».

 

Così Diana Rizzo, sposata, tre figli ed “escort professionista da diversi anni”, racconta come è cambiata la sua vita dall’introduzione del codice Ateco “Servizi di incontro ed eventi simili”, che permette alle (e ai) sex worker si essere riconosciuti dal fisco, e di pagare le tasse.

 

«Ma è solo un primo passo perché queste persone possano liberarsi dallo stigma», rileva l’avvocato Ilia Comi, che coordina lo sportello “L’Esperto Risponde” del sito Escort Advisor: che mette a disposizione delle sex worker iscritte al sito la consulenza di commercialista, avvocati e psicologo. Un approdo importante per tutte coloro che negli uffici pubblici hanno trovato supporto insufficiente, se non sguardi torvi e giudicanti.

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Se il lavoro sessuale possa essere considerato un lavoro è una questione non ovvia. Che ha diviso e divide anche le femministe, almeno da un certo punto della storia in poi. Vendere (non il proprio corpo ma) prestazioni sessuali: può davvero essere considerato un lavoro dignitoso e liberamente scelto? Secondo l’avvocata Antonella Anselmo, che con la Rete per la Parità ha difeso la legge Merlin davanti alla Corte costituzionale, la risposta è no.

 

«Nell’ambito della prostituzione non si può escludere mai un margine di vulnerabilità della persona, anche nel caso delle escort». Anzi, «c’è sempre una zona grigia che rende difficile comprendere fino a che punto la sessualità sia libera e dignitosa. O viceversa se si inserisca nell’ambito di relazioni impari, sbilanciate, capaci di influenzare scelte e comportamenti».

 

Nel 2005, a Bruxelles, una grande assemblea di sex workers scrisse collettivamente un manifesto per affermare i propri diritti. «Il sex work è per definizione sesso consensuale. Il sesso non consensuale non è sex work; è violenza sessuale o schiavitù», affermavano le e i protagonisti, chiedendo la decriminalizzazione del loro lavoro: passo fondamentale per ridurre stigma e abusi nei loro confronti.

 

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La pensa allo stesso modo Diana Rizzo: «Ho scelto questo lavoro per la libertà che mi dà. Ma non quella superficiale che spesso viene raccontata. Parlo della libertà di scegliere. Di dire sì e di dire no. Di decidere i tuoi tempi, i tuoi limiti, le tue condizioni. È una forma di potere che, una volta assaporata, è difficile lasciare. Condividere e saper condividere emozioni, amicizie, racconti nascosti e segreti.

 

C’è anche una forma di consapevolezza profonda del proprio corpo e dei propri confini. Questo lavoro ti costringe a conoscerti, a definirti, a negoziare continuamente ciò che sei disposta a dare. Lo scelgo ogni giorno perché, nonostante tutto, è una scelta mia. E in un mondo che prova continuamente a dirti cosa dovresti essere, poter dire “questo lo decido io” ha un valore enorme».

 

In Italia, la prostituzione è regolata dalla Legge Merlin (n. 75/1958), che adotta un approccio abolizionista, vietando le case chiuse e lo sfruttamento, ma non penalizzando chi vende sesso.

 

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«Un approccio profondamente femminista, proprio perché garantisce l’autodeterminazione, la libertà e la dignità della donna sempre e comunque, e tenta di contrastare qualsiasi forma di reclutamento e favoreggiamento», spiega Anselmo.

 

Il sesso può dunque essere venduto da chi lo esercita. Per strada o, sempre più spesso in tempi recenti, attraverso il web: spazio di compravendita ma anche vero e proprio spazio di interazione sessuale, via webcam.

 

«Rispetto a quando la legge è entrata in vigore le cose sono molto cambiate», afferma Comi. «La figura della escort, libera e consapevole della sua scelta, e con una certa capacità di guadagno, deve essere distinta dalla donna costretta a prostituirsi, vittima di sfruttamento e tratta».

 

La libertà di scelta dei lavoratori del sesso è un tema per cui si battono varie associazioni. Come SWIPE, associazione italiana di sex worker che «combatte lo stigma attraverso il mutuo aiuto, lo scambio di risorse e l’informazione».

 

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La distinzione è però ingenua secondo Anselmo: «La linea di confine tra la libertà sessuale e il condizionamento esterno è molto sottile, non può essere definita in astratto dalla Legge, ma valutata caso per caso dal Giudice, a cui va il compito di accertare se vi sia stata o meno una strumentalizzazione dell’altrui sessualità, un’offesa alla dignità».

 

Quello che resta è la condizione di estrema marginalizzazione delle sex worker, escort o prostitute che si decida di etichettarle: nonostante il Codice Ateco. E se, naturalmente anche secondo Anselmo, «chi sceglie di prostituirsi non deve essere stigmatizzata né discriminata, né identificata costantemente come vittima», pure questa è la situazione.

 

Lo racconta Luana Absoluta, un’altra escort. «Ricordo la reazione del mio commercialista, che mi seguiva quando lavoravo utilizzando una partita iva da massaggiatrice olistica, quando gli ho detto che volevo cambiare codice Ateco. Ha provato in ogni modo a dissuadermi: meglio “rimanere velata”». Nello sportello L’Esperto risponde Luana ha trovato, oltre che informazioni, supporto non giudicante.

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In generale, quello che pensano i professionisti rispecchia quello che pensano le persone per strada, funzionari pubblici compresi. Non senza conseguenze.

 

«I clienti sono convinti che una prostituta, in quanto tale, possa subire tutto», spiega Comi. «Non è un caso che circa il 20% delle consulenze chieste allo sportello di Escort Advisor siano di natura penale, la seconda motivazione per cui le sex worker si rivolgono a noi. Minacce, botte, stalking e vari tipi di violenza, da parte di clienti e non, sono molto comuni», spiega Comi.

 

I funzionari pubblici e di polizia non hanno in genere un’opinione poi troppo diversa. «E anche quando sono in buona fede, scoraggiano le denunce, abbastanza certi che non serviranno ad altro che a fare stare peggio la vittima».

 

Ma è una vera e propria forma di vittimizzazione secondaria, ed è in atto anche quando, nei titoli di giornale, si parla di “femminicidio di una prostituta”, come se l’esercizio del lavoro sessuale rendesse la vittima una donna di serie B, meno vittima e vagamente colpevole, o corresponsabile.

 

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Già difficile per una donna con un lavoro “normale”, la denuncia da parte di una escort richiede molta determinazione. «Anche solo dichiararsi sex worker in un ufficio pubblico mette in una posizione di grande disagio. Ma sto lavorando accanto a una donna, con un alto livello di scolarizzazione e una visione molto avanzata della situazione, che ha scelto di procedere: la sua è una lotta per la categoria, oltre che per se stessa».