valter lavitola sigfrido ranucci

“STAVO CONVINCENDO, AVEVO QUASI CONVINTO CONCRETAMENTE QUESTO GIORNALISTA A CANDIDARSI... COME PRESIDENTE QUI IN ITALIA” – VALTER LAVITOLA, AL TELEFONO CON UN SUO AMICO PORTOGHESE, SI SFOGAVA DOPO LE PERQUISIZIONI SUBITE: “STAVAMO FACENDO LE RICERCHE E TUTTO. LA COSA È INIZIATA, DA UN AMBIENTE CHIUSO, AD USCIRE. L’UNICA COSA PER FINIRE CON LUI ERA QUESTA, DIRE CHE IO E LUI ABBIAMO FATTO UN FINTO ATTENTATO” – “E LA COSA, SAI QUAL È? CHE IL GIORNALISTA CHE HA AVUTO L’ATTENTATO, LA VITTIMA CHE IO AVREI MANDATO A FARE L’ATTENTATO, PRATICAMENTE LUI, IERI NOTTE SIAMO RIMASTI DUE ORE AL TELEFONO, INCAZZATO NERO DICENDO “QUESTI SONO MATTI”, DIFENDENDOMI. ORA IO SPERO CHE CONTINUI A FARE QUESTO. QUESTO È IL GIORNALISTA PIÙ POTENTE, PIÙ VICINO AI GIUDICI CHE CI SONO IN ITALIA”

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Estratto dell’articolo di Ilaria Sacchettoni per il “Corriere della Sera”

 

sigfrido ranucci e valter lavitola

Messaggi incoraggianti, incorniciati da emoticon sorridenti. Il lessico un po’ ruffiano della comunicazione digitale di Valter Lavitola aveva aperto una breccia nella quotidianità di Sigfrido Ranucci. Così il conduttore Rai insisteva nel «tutelarlo» anche in seguito all’arresto dei quattro esecutori materiali del blitz.

 

Nell’incontro di fronte al procuratore capo Franco Lo Voi, interpellato su possibili moventi, insiste: indagate sulla camorra («Ma cercassero quel Corrado», diceva a Lavitola).

Crede alla pista dei clan, Ranucci. Al punto da inviare un messaggio entusiasta allo stesso Lavitola, il giorno dell’arresto dei pregiudicati avellinesi.

LAVITOLA RANUCCI MEME

 

Il rapporto tra i due è di fiducia. Dopo aver bocciato l’ipotesi di una sua discesa in campo, il conduttore di Report si era, apparentemente, abbandonato all’intraprendenza dell’amico. Un incoraggiamento alla volta aveva adottato un punto di vista meno ostile, più rilassato o, per dirla con le parole della gip Iole Moricca, «incuriosito».

 

Lavitola, dal canto suo, continuava a misurare la «temperatura» di Ranucci, a pesarne la popolarità, facendo leva sul suo amor proprio e autopromuovendosi king maker. Non stupiscono, allora, le conclusioni raggiunte dal faccendiere nel luglio scorso.

Quando, intercettato dai carabinieri del Nucleo investigativo, al telefono con un amico (il portoghese Ivan) si sfogava, dopo le perquisizioni subite: «Allora, stavo convincendo, avevo quasi convinto concretamente questo giornalista a candidarsi... come presidente qui in Italia».

valter lavitola e sigfrido ranucci al cefalu bistrot - foto di aldo torchiaro

 

L’imprenditore di Cefalù Bistrot mostra di credere più che mai alla forza del suo piano: «Stavamo — dice — facendo le ricerche e tutto. La cosa è iniziata, da un ambiente chiuso, ad uscire. L’unica cosa per finire con lui era questa, dire che io e lui abbiamo fatto un finto attentato». Sono discorsi che gli investigatori, coordinati dal pm antimafia Edoardo De Santis, hanno analizzato accuratamente e che denunciano, in controluce, meccanismi psicologici e dinamiche relazionali complesse.

 

Lavitola, descritto dalla gip come un talento «manipolatorio», prosegue: «E la cosa, sai qual è? Che il giornalista che ha avuto l’attentato, la vittima che io avrei mandato a fare l’attentato, praticamente lui, ieri notte siamo rimasti due ore al telefono, incazzato nero dicendo “questi sono matti”, difendendomi. Ora io spero che continui a fare questo. Questo è il giornalista più potente, più vicino ai giudici che ci sono in Italia».

 

lavitola ranucci

Facciamo un breve passo indietro, al 4 luglio scorso, giorno della perquisizione nei confronti di Lavitola. In una telefonata fiume notturna il conduttore di Report e Lavitola affrontano la situazione che parrebbe essere sfuggita di mano al faccendiere. Il giornalista Rai, con ammirevole lealtà, lo rassicura. I magistrati, fa capire, potrebbero aver commesso un errore («Comunque vada non c’è un movente ... non c’è movente»).

 

VALTER LAVITOLA E SIGFRIDO RANUCCI

Mai come in questo caso Lavitola viene rassicurato sullo spessore dell’amicizia di Ranucci. Ed ecco che il colloquio con Ivan assume maggiore credibilità. L’imprenditore di Cefalù appare sicuro che Ranucci, alla fine, lo seguirà nei suoi tortuosi progetti politico-istituzionali: «Già se lui mi difenderà, anche per una questione di reputazione, sarà diverso. Sarà la stessa cosa di Berlusconi». Il passato processuale di Lavitola, oggi assistito dallo studio napoletano Cola, conferma che perfino l’allora premier forzista finì per «subire» in qualche modo l’intraprendente faccendiere, accusato di estorsione nei suoi confronti.

 

valter lavitola e sigfrido ranucci a cena insieme al ristorante cefalu a roma

Nessun ostacolo allora all’ambizione del titolare di Cefalù? Uno, forse. Le indagini della Procura, già arrivata (30 giugno scorso) ad arrestare gli esecutori materiali dell’attentato dinamitardo. Senza mai perdersi d’animo, Lavitola si attiva, mentalmente, contro possibili incidenti di percorso: «Dobbiamo anche pensare — calcola — in questo caso, di valutare realmente l’opzione di vendere la pescheria (l’indagato controlla alcune attività commerciali, ndr), dipende, non lo so, non sono lucido in questo momento... E se mi arrestano, che faremo? Bisogna vedere come fare. […]». […]