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POI DICI CHE IL CARCERE DURO NON SERVE! MASSIMILIANO SESTITO, KILLER DELLA ‘NDRANGHETA, TRE GIORNI FA È SCAPPATO DALL'ABITAZIONE DEL PADRE A PERO, PERIFERIA DI MILANO, DOVE SI TROVAVA IN REGIME DI SORVEGLIANZA SPECIALE – AVEVA UCCISO L'APPUNTATO DEI CARABINIERI RENATO LIO A UN POSTO DI BLOCCO IN PROVINCIA DI CATANZARO - LA RABBIA DI SALVINI CONTRO IL GIUDICE CHE HA DECISO I DOMICILIARI PER “UN KILLER CHE DOVEVA ESSERE IN GALERA”
Estratto dell’articolo di Andrea Siravo per “la Stampa”
Come un sicario della 'ndrangheta, in attesa di una sentenza di Cassazione che domani potrebbe confermargli un ergastolo, fosse ai domiciliari controllato da un braccialetto elettronico, è un mistero che si spiega in parte con la burocrazia giudiziaria e in parte forse con una sottovalutazione della sua pericolosità. Di fatto, Massimiliano Sestito, killer delle cosche calabresi, tre giorni fa è scappato dall'abitazione del padre a Pero, periferia di Milano, dove si trovava in regime di sorveglianza speciale.
A pochi giorni dalla sentenza di Cassazione che potrebbe confermargli l'ergastolo per aver ammazzato il 24 gennaio di dieci anni fa il boss Vincenzo Femia, referente romano della cosca Nirta di San Luca. Il secondo omicidio dopo quello dell'appuntato dei carabinieri Renato Lio, ucciso nel 1991 a un posto di blocco in provincia di Catanzaro. Episodio per il quale Sestito era stato condannato già a 30 anni. Il 52enne è considerato affiliato alla cosca «Iozzo-Chiefari-Procopio», attiva nel Soveratese.
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C'è stato poi un appello ter che ha ribadito il fine pena mai. Il 24 gennaio 2013 Sestino durante un permesso in regime di semilibertà, sarebbe uscito dal carcere di Rebibbia e insieme ad altri avrebbe crivellato con nove colpi di pistola Femia mentre era nell'auto della moglie. «È stata una notizia molto dolorosa per me, ma soprattutto per i figli che sono cresciuti senza un padre», commenta Carlo Lio, cugino di Renato, il carabiniere ucciso da Sestito. «Darò uno squillo al ministro per capire chi è il giudice che ha deciso che un killer che doveva essere in galera era ai domiciliari», tuona Matteo Salvini.
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