LAURA PAUSINI VUOLE ESSERE L'UNICA DIVA DI SANREMO - DIETRO LE QUINTE DELL’ARISTON, SI RINCORRONO…
CHI HA ORDINATO LA MORTE DI SAIF GHEDDAFI? – IL FIGLIO DELL’EX RAIS LIBICO E’ STATO ASSASSINATO A ZINTAN, A UN CENTINAIO DI KM DA TRIPOLI: UN COMMANDO ARMATO DI ALMENO 4 UOMINI A VOLTO COPERTO HA FATTO IRRUZIONE NELLA SUA ABITAZIONE E LO HA FREDDATO A COLPI DI ARMA DA FUOCO - IL COMANDANTE DELLA 444ESIMA BRIGATA LIBICA, QUEL MAHMOUD HAMZA VICINO AL GOVERNO DI UNITÀ NAZIONALE, HA SMENTITO OGNI COINVOLGIMENTO DEL GOVERNO DI TRIPOLI - ALCUNI ESPERTI ACCUSANO 007 STRANIERI: "È STATA UN'OPERAZIONE DA PROFESSIONISTI, NON DA MILIZIANI" – MA SENZA LA COMPLICITÀ DELLE SUE GUARDIE DEL CORPO, CHI POTEVA DISATTIVARE LE TELECAMERE DI SORVEGLIANZA? - CI GUADAGNA IL SUO RIVALE SADDAM HAFTAR, CHE VUOLE ESSERE IL NUOVO GHEDDAFI: POCO PRIMA DEL DELITTO, S’ERA INCONTRATO COI RIVALI TRIPOLINI PER STENDERE UN PIANO D’UNITÀ NAZIONALE…
SAIF GHEDDAFI FREDDATO DA 4 SICARI, 'UN ASSASSINIO PREMEDITATO'
L'ufficio politico del figlio dell'ex rais: 'Con lui uccise possibilità di pace in Libia'
di Claudio Accogli (ANSA) - ROMA, 04 FEB - Chi ha ucciso Saif al Islam Gheddafi? La domanda risuona in tutta la Libia, da Tripoli a Bengasi, dove si scommette sul movente politico di quello che appare un omicidio pianificato e non un'uccisione accidentale, come annunciato in un primo momento.
Il figlio del defunto rais libico è morto martedì a Zintan, un centinaio di chilometri a sudovest della capitale Tripoli: un commando armato di almeno 4 uomini a volto coperto ha fatto irruzione nella sua abitazione e lo ha freddato a colpi di arma da fuoco. Il gruppo "aveva disattivato le telecamere di sorveglianza interna, poi lo hanno giustiziato in giardino", ha raccontato il suo consigliere personale, Abdullah Abdurrahim.
Secondo l'ufficio politico, il 53enne avrebbe impugnato un'arma e affrontato invano i suoi killer. La Procura libica ha aperto un'inchiesta e per ora si è limitata a confermare che Gheddafi è morto per le ferite inflitte dai proiettili. Il suo avvocato francese, Marcel Ceccaldi, ha rivelato di aver appreso circa dieci giorni fa che c'erano problemi con la sicurezza: "La sua tribù (Qadhadhfa) lo aveva chiamato per offrirgli una protezione ma Saif ha rifiutato".
Il video del cadavere della "spada dell'Islam" trasportato sul cassone di un furgoncino è diventato presto macabramente virale. Il corpo sarebbe stato consegnato alla tribù e dovrebbe essere sepolto a Bani Walid, non lontano da Zintan, celebre roccaforte e ultima ridotta dei fedelissimi gheddafiani nella rivolta del 2011, nel corso della quale il figlio e delfino del rais aveva inveito contro i rivoluzionari minacciando "una bagno di sangue" a Bengasi. Che venne sventato solo grazie all'intervento della Nato.
Saif non ricopriva alcun incarico ufficiale in Libia, dove dopo anni travagliati passati in gran parte in detenzione, è stato protagonista di una candidatura alla presidenza del Paese nelle previste elezioni del 2021, una consultazione poi rinviata a tempo indeterminato. Da allora era rimasto nell'ombra, certamente lontano dalle luci della ribalta. Eppure il suo entourage, chiedendo che il suo omicidio non rimanga impunito, sottolinea che "con lui è stata assassinata ogni possibilità di pace e stabilità in Libia", lasciando intendere che forse dietro le quinte tirasse ancora qualche filo.
Il comandante della 444/a brigata libica, quel Mahmoud Hamza vicino al governo di unità nazionale, si è affrettato a smentire ogni coinvolgimento dell'esecutivo di Tripoli, mentre alcuni esperti puntano addirittura l'indice contro intelligence straniere, perché "è stata un'operazione da professionisti, non da miliziani".
Nessun commento, per ora, dal fronte degli Haftar che pure hanno puntato sugli ex gheddafiani per espandere la sua influenza ben oltre Bengasi, fino alla capitale Tripoli. "Saif era diventato ingombrante" nella politica libica dopo aver annunciato la sua candidatura alla carica nel 2021, è la riflessione di Hasni Abidi, direttore di un centro studi sul mondo arabo con sede a Ginevra. La sua uccisione "avvantaggia tutti gli attori politici" attualmente in competizione per il potere nel Paese nordafricano, stima l'analista.
LA PARABOLA DI SAIF GHEDDAFI CHE ALLEVAVA UNA TIGRE BIANCA E CREDEVA NEL SUO GRANDE DESTINO
Estratto dell’articolo di Francesco Battistini per il “Corriere della Sera”
In un’altra vita, che non è quella dov’è finito morendo ammazzato, capitò una sera che Saif al Islam Muammar Gheddafi ci ricevesse al Principe di Savoia. Una suite milanese degna dell’erede designato d’un Rais. In grisaglia e mocassini, le occhiaie di party sardanapaleschi, era fiero che il suo nome significasse «la Spada dell’Islam», ma preferiva comunque farsi chiamare col titolo d’ingegnere, mostrare le foto dei falchi e della tigre bianca che teneva nel giardino di Tripoli, raccontare della laurea presa (comprata, sospettò qualcuno) alla London School of Economics, vantarsi della fidanzata fotomodella israeliana.
[…] Saif ci offrì spremute d’arancia e del suo Verbo. […] la Spada dell’Islam si pensava in grande. Un fine politico — «come risolvere il conflitto in Palestina? Fondiamo l’Isratina, uno stato binazionale...!» —, o un inimitabile pittore: obbligò i riccastri italiani, quelli che volevano tenersi buoni i petrodollari del papà, a esporre le sue croste nei più bei palazzi di Milano. Quella sera non gli andò benissimo, però: erano i Dies Iraq, ogni giorno un’autobomba, e il giovane Gheddafi si lasciò scappare qualche parola di troppo sui soldati italiani, arrivando a oltraggiare i Caduti di Nassiriya.
Lì, perfino i nostri industrialotti ebbero un sussulto. Gli chiusero la mostra d’arte. E lo rispedirono da dov’era venuto. L’unica cosa certa è che ora torna alla casa del padre: il colonnello Muammar. E sarà sepolto nella terra dei Gheddafi, a Sirte, dov’è il cimitero di famiglia. Là dove 15 anni fa non fu concesso riposasse il dittatore, per evitare che la tomba diventasse un luogo di culto.
Non si corre questo pericolo, con Saif: più un cognome pesante da spendere all’estero — magari a Mosca, dov’era di casa —, che un nome da sfruttare nella crisi libica, più simbolo che leader, più divisivo che decisivo, Saif si sopravvalutava ed era convinto bastasse chiamarsi Gheddafi, per tirare a campare.
Sostenuto dagli ultimi gheddafiani, i «verdi» del Fezzan e di Tobruk, cinque anni fa s’era perfino candidato alle presidenziali (che non si sono mai tenute), puntando sulla nostalgia dell’ordine e sul sostegno che nel 2011 l’aveva portato a difendere il padre fino all’ultimo: […] Prevedeva «almeno 40 anni di caos», per la Libia, e per metà ci ha quasi azzeccato. «Ma era rimasto scollegato dalla nuova realtà — commenta Ahmed Zaher Qutait, acuto libiologo — e non sapeva che la sola simbologia non basta più: senza un progetto politico, una struttura militare e una rete d’alleanze, ormai anche le figure più iconiche diventano sacrificabili in poche ore».
Da anni le milizie di Zintan, che nel 2011 l’avevano catturato mentre fuggiva nel Niger mascherato da beduino, le stesse che ora fingevano di tenerlo prigioniero nella sua villa e in verità lo proteggevano, sembravano un’assicurazione sulla vita di Saif.
Ricercato all’Aia per crimini e torture, dopo 5 anni di carcere e una condanna a morte, nel 2016 era stato graziato dall’amnistia e viveva sempre più nascosto. «Ma nessuno è intoccabile — osserva Zaher — e la protezione d’oggi può trasformarsi nell’esecuzione di domani. In Libia, il potere non s’eredita: si conquista, si perde e molto spesso si paga con la vita».
Ci sarà un’inchiesta: senza la complicità delle sue guardie del corpo, chi sarebbe riuscito a disattivare le telecamere di sorveglianza? […] quei quattro incappucciati gli sono entrati in casa nella notte, ma Saif «li ha fronteggiati in uno scontro diretto e coraggioso […]».
[…] Chi trema? E chi ci guadagna? Molti sussurri, poche grida. Il suo rivale Saddar Haftar, che vorrebbe essere il nuovo Gheddafi, non piange di certo: poco prima del delitto, benedetto dagli Usa, s’era incontrato coi rivali tripolini per stendere un piano d’unità nazionale.
C’è la pista straniera: Saif sapeva molto dei finanziamenti del padre alla campagna elettorale di Nicolas Sarkozy. Qualche giorno fa, Gheddafi Jr aveva accusato «agenti stranieri» d’avere favorito gli Usa nella caduta del regime. La stessa cosa che dicono gli altri suoi fratelli, Hannibal e Saadi. […]
LAURA PAUSINI VUOLE ESSERE L'UNICA DIVA DI SANREMO - DIETRO LE QUINTE DELL’ARISTON, SI RINCORRONO…
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